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Focus Western. Elogio di Sam Peckinpah e de “Il mucchio selvaggio”

Pubblicato il 23 Aprile 2019 da Giovanni Di Silvestre
Categorie : Cultura

Una immagine del film Il Mucchio Selvaggio

La definizione di mucchio è quella di un assemblaggio confuso di cose e persone, nel film di Sam Peckinpah Il mucchio selvaggio si parla proprio di questo assemblaggio che si ispira alle vicende del bandito Butch Cassidy e della sua banda conosciuta con il nome di “The Wild Bunch”. Un film storico i cui personaggi, vivono, amano, pensano e muoiono in modo naturale senza bisogno della sceneggiatura. Nel film abbiamo una chiave collettiva e una chiave individuale. Il termine “mucchio” si utilizza per due accezioni. La prima indica la banda dei protagonisti, un gruppo di banditi feroci, determinati, violenti e fracassoni con una propria specificità di carattere, imprevedibili e contraddittori e umani nello stesso tempo. La seconda indica le orge di violenza che colpiscono lo spettatore come nella sequenza finale quando Pike Bishop e i suoi uomini mettono in atto la loro vendetta contro il generale Mapache.

La locandina de Il Mucchio Selvaggio

La locandina de Il Mucchio Selvaggio

Il mucchio selvaggio è un film d’azione e di contemplazione in cui Peckinpah codifica le forme narrative e linguistiche dei film d’azione portandole all’eccesso e concentrandole in alcuni secondi di immagini dilatandole. Il film di Peckinpah ha uno stile narrativo in cui sperimenta e diverte rinnovando il linguaggio da cui costruisce lo spettacolo. Peckinpah estremizza ciò che i suoi colleghi hollywoodiani avevano intuito ma non applicato. Vi è un filo rosso che va dalla sequenza finale di Gangster Story diretto da Arthur Penn, con la morte degli amanti fuorilegge allo shootdown finale de Il mucchio selvaggio in cui il ralenti e il montaggio di Peckinpah che sono una manciata di minuti effettivi di sparatoria più “lunga” della storia del cinema sono una estensione delle raffiche di mitra che mette fine alla carriera della coppia di banditi più famosa d’America. I corpi crivellati dalle pallottole del film di Penn si fondono con la danza di morte degli uomini del mucchio. Una sequenza che Peckinpah descrive con realismo, costruendola e ritardandola fino all’ultimo, Peckinpah restituisce dignità alla Morte dando allo spettatore il tempo di viverla e pensarla restituendole quel valore che decenni di omicidi le avevano tolto.

Con Il mucchio selvaggio abbiamo una nuova estetica della violenza che Peckinpah rappresenta in modo morboso svelandone la bellezza misteriosa e il fascino irresistibile. Soprattutto nel cinema americano che ne ha fatto un ingrediente narrativo.

Peckinpah propone al pubblico un modello estetico della carne e del sangue che sporca lo spettatore e lo fa lavorando sul genere nobile per eccellenza, il western. Peckinpah si distingue dal manierismo di Sergio Leone e dal meccanicismo asettico di Richard Brooks. 

Peckinpah è stato rivalutato solo recentemente, Le iene di Quentin Tarantino per le sue tonalità bloody, Tim Metcalfe al suo esordio alla regia nel 1995 con Killer. Diario di un assassino sono un tributo a Peckinpah. Nei due film si ripropone l’estetica della coerenza con le scelte compiute, il valore dell’amicizia in una visione del mondo retto da rapporti di forza robusti in cui alcuni individui ne sottomettono altri e soprattutto il mantenere la parola data .

Dopo Il mucchio selvaggio il cinema americano non fu più lo stesso ma all’epoca nessuno se ne accorse perché come era già accaduto con John Ford e come accadrà con Sergio Leone in Italia la critica era troppo occupata a disquisire sul presunto “fascismo” di Sam Peckinpah, alla sua brutalità nel porsi con la stampa nonché l’immoralità dei suoi personaggi. In realtà quello che Peckinpah voleva fare era solo un film epico alle sue condizioni riuscendo a farne uno di quelli che il critico Bruno Fornara sul numero 351 della rivista Cineforum del gennaio – febbraio 1996 definì uno di quelli “come oggi non si fanno più”.

Il mucchio selvaggio non è solo un film western ma anche un punto di arrivo e di partenza per il cinema di Peckinpah che influenzerà il cinema western e americano in generale.

Nei piani di Peckinpah doveva essere un film epico:

“La mia intenzione era quella di raccontare, molto semplicemente, la storia di alcuni banditi che si ritrovano vittime del tempo che passa. E, nello stesso tempo, volevo pure raccontare la violenza e di come e quanto certi uomini siano affascinati da questa” . Prima di questo film nel 1964 era uscito l’ultimo film western di John Ford Il grande sentiero che narra la sconfitta del popolo Cheyenne che impugnano le armi per intraprendere una marcia disumana attraverso dei territori desolati consapevoli di essere sconfitti ma che vogliono affermare il diritto di vivere.

Il cinema western degli anni 60 è il cinema della vecchiaia e della nostalgia e della chiusura della frontiera. Ma nello stesso tempo il baraccone di Hollywood comincia a scricchiolare per la consapevolezza politica e la presa di coscienza della società americana. I personaggi sono vecchi e ancorati a un mondo che non esiste più, una società che ha preso un’altra strada in cui la violenza esplode incontrollabile e senza censura. Questa violenza non è solo un tema ricorrente dei film di Peckinpah ma vi si misurano un pò tutti i registi. Non si tratta solo di contenuti ma della lucidità, dell’intensità e radicalità stilistica con cui questi contenuti vengono proposti.

Per Sam Peckinpah il western è qualcosa di più di una convenzione narrative e situazioni tematiche obbligate all’intrattenimento, in un’intervista del 1978 rispose in modo provocatorio al giornalista “Ma lei chi l’ha mandata qui? Io non ho mai fatto western. Commedie morali, capito? Su chi ha ragione e chi ha torto nella vita… Penso che il western sia un genere ricchissimo perché permette di affrontare decine di problemi che lo trascendono, problemi che sarebbe difficile trattare in un quadro contemporaneo. E, tranne qualche scena ben precisa, credo che nessuno dei miei film sia in realtà un western canonico. Io faccio western che riflettono qualcosa d’altro, che pongono un certo numero di domande con cui l’America e il mondo in generale devono oggi confrontarsi. Credo, anzi spero, che i miei film possano soprattutto riflettere la cattiva coscienza dell’America ”.

Per queste ragioni Il mucchio selvaggio non è solo un film western, ma anche per l’ambientazione che è a sud e non a ovest e anche per il periodo storico, sempre nelle sue interviste Peckinpah amava dire “Non ho mai fatto un western, ho fatto parecchi film con uomini a cavallo” , un film su un gruppo di uomini a cavallo e che qualche volta cadono anche da da cavallo.

Quando Kenneth Hyman divenne capo – produzione della Warner Bros Seven Arts, interpellò Sam Peckinpah che aveva conosciuto al Festival di Cannes nel 1966 e che ammirava per aver visto il film Sfida nell’Alta Sierra, propose a Sam un film dal titolo The Diamond Story ma che per problemi di casting non partì. Peckinpah sottopose ad Hyman altri progetti La ballata di Cable Hogue e di Il mucchio selvaggio, una sceneggiatura di 32 pagine scritta insieme all’amico ex stuntman e fondatore del Sindacato delle Controfigure Roy Sickner che aveva fatto leggere all’attore Lee Marvin che però aveva bocciato il progetto. Hyman lo scelse e affidò allo scrittore Walon Green venne stesa la sceneggiatura definitiva e venne prodotto dalla Warner. 

Il 25 marzo 1968 iniziarono le riprese nelle città di Parras e Torreon nel Messico Centrale a circa 500 chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti, e terminarono alla fine di giugno dello stesso anno con un ritardo di dieci giorni rispetto alla tabella di marcia. Il budget invece raddoppiò da 3 milioni di dollari a 6 milioni e 200 mila, fu coinvolta una troupe di 100 persone che lavorarono oltre il massimo sindacale consentito.

Durante il montaggio Peckinpah tenne lontani tutti i dirigenti della Warner dedicandosi con calma assieme al suo montatore Lou Lombardo al lavoro che aveva in mente. La prima versione durava 3 ore e 45 minuti e quella successiva distribuita in Europa durò 2 ore e 24 minuti. Successivamente in America dopo i continui boicottaggi della censura la versione fu di 2 ore e 12 minuti, dieci minuti di flash back che dovevano raccontare la psicologia e la storia dei personaggi.

Dopo un avvio stentato grazie alla versione europea Il mucchio selvaggio si costruì attorno al film un alone di leggenda che rese entusiasti i produttori consentendo a Peckinpah di realizzare il film La ballata di Cable Hogue.

Con Il mucchio selvaggio nasce il genere dirty western, espressione coniata dal critico Richard Schickel sulla rivista Life sottolineando “che il film si contrapponeva a una certa rappresentazione mitologica del West, per tentare di tornare invece alla realtà”, con questo indichiamo una serie di film western precedenti e successive dalla stessa intensità visiva o narrativa. In Soldato blu di Ralph Nelson in cui l’estetica del sangue rappresentata dai massacri è ancora lontana dall’icasticità  dei ralenti di Peckinpah. Il film di Peckinpah ha molti punti di tangenza con altri film come il film di Budd Boetticher A time for Dyng del 1969 che presenta l’Ovest come una terra infame e senza pietà e il più piccolo momento di dolcezza è il preludio della sventura e della morte. Con Le colline blu, La sparatoria di Monte Hellman la violenza è un insieme naturale e comunitario storico sociale; lo stesso accade in Ucciderò Willie Kid diretto da Abraham Polonsky, in Un Uomo chiamato cavallo di Elliott Silverstein, in Uomo bianco, va col tuo Dio diretto di Richard Sarafian e infine in Il Piccolo grande uomo di Arthur Penn in cui rappresenta un’America  nata dalla violenza e il protagonista acquista consapevolezza di questa violenza che sarà strumentalizzata con una mescolanza di generi e toni già vista in Gangster Story opera a cui Peckinpah si era avvicinato.

Il mucchio selvaggio ha molti punti in comune con Butch Cassidy diretto da George Roy Hill per via dell’avanzata del progresso, la smania di vivere e l’istinto di morte dei personaggi che non si sentono vecchi ma non accettano il presente, per la libertà anarchica e la morte ricercata contro i nemici in sovrannumero, una morte leggendaria che riporta al passato.

In questi anni il genere western presenta personaggi vecchi e stanchi che hanno dei sussulti di dignità, abbiamo El Dorado del 1967 di Howard Hawks in cui un vecchio pistolero malandato interpretato da John Wayne consapevole della morte rifiuta di lavorare per un ricco allevatore e si schiera con l’amico sceriffo interpretato da Robert Mitchum, nel 1969 abbiamo Il Grinta di Henry Hathaway, in cui il protagonista non è il John Wayne semidio di Ombre Rosse ma un vecchio burbero, solido come una roccia ma patetico, individualista, presuntuoso e maldestro, Il grande Jake diretto da George Sherman in cui sempre John Wayne interpreta un nonno cowboy libera il nipotino dalle grinfie dei malviventi, sempre nel 1971 esce nelle sale cinematografiche Il solitario di Rio Grande con la direzione di Henry Hataway, in cui il protagonista interpretato da un anziano Gregory Peck che uscito di prigione vuole vendicarsi dei complici che lo hanno tardito. Non si tratta di eroi innocenti, Warren Beatty nel film I compari di Robert Altman interpreta un personaggio che non è né buono né cattivo, privo di qualità costretto ad agire tra killer spietati e un capitalismo corrotto e William Holden e Ryan O’Neal interpreti di Uomini selvaggi diretto da Blake Edwards in cui i protagonisti dopo una rapina andranno incontro a un destino tragico mentre tenteranno di fuggire in Messico.

Sam Peckinpah affermava di amare i suoi attori e chiedeva loro di aggiungere qualcosa di proprio ai personaggi che aveva in mente. Il mucchio selvaggio è un film in cui la grandezza dei personaggi è proporzionata alla specificità degli interpreti.

Prima di ogni cosa è un grande film di attori. Inizialmente Peckinpah voleva affidare la parte di Bishop a Charlton Heston, James Stewart o Gregory Peck e quella di Deke Thornton a Glenn Ford. Quando i produttori gli proposero William Holden accettò per via dell’interpretazione di quest’ultimo in Stalag 17 diretto da Billy Wilder in cui aveva interpretato la parte più sporca della sua carriera. All’epoca del film di Peckinpah Holden aveva poco più di cinquant’anni. Nei film western precedenti aveva sempre interpretato personaggi buoni, gentili e graditi alle signore ma aveva bisogno per aderire al genere di una presenza forte e virile al suo fianco, in Soldati a cavallo di Ford con John Wayne ma in nessun film aveva assunto quella grinta adeguata e decisiva eccetto in Alvarez Kelly diretto da Edward Dmytrick.

Nello stesso tempo i personaggi di Peckinpah non accettano di cadere e decadere, come i fratelli Gorch che si scagliano contro Sykes accusandolo di essere il responsabile della disavventura come l’untore di manzoniana memoria che trasmette il virus dell’instabilità, in questo modo esorcizzano la loro paura di non riuscire a farcela da soli.

Tutto il film è un tentativo da parte degli uomini del mucchio di allontanare il momento in cui le cose cose per loro cambieranno in modo definitivo e di prendere atto che niente dura per sempre. Anche l’antagonista Deke Thornton cerca di rimandare il momento della resa dei conti fino a che il mucchio non sarà arrivato in città, prima della rapina Peckinpah lo presenta mentre dorme per dimenticare ciò che sta facendo, Deke è un uomo costretto dagli eventi. Quando giunge con la sua posse al confine con il Messico alle calcagna dei vecchi amici dice di voler tornare indietro con la scusa che in quelle terre spadroneggia il generale Mapache. L’inseguimento procede lentamente per forza di inerzia e quando sorprende Pike e i suoi uomini sul treno la sua reazione è nello stesso tempo veloce e lenta accettata con molta fatica.

Tra Pike e Deke vi è un confronto a distanza segnato una volta sola da uno sguardo reciproco, intenso, malinconico e rassegnato nella sequenza del ponte. Quella sequenza dà la misura del passato comune tra i due amici è una cicatrice per Pike e una frustata per Deke. Per il resto del film la distanza è data dalle lenti di un binocolo con Pike e Deke che si osservano e si studiano a distanza. I due protagonisti sono legati da un flashback lungo e complesso e pensato per i due personaggi, con un doppio narratore, abbiamo un montaggio alternato in un montaggio proibito in cui è rappresentato il passato comune. Le dissolvenze danno al ricordo una presenza viva e intensa. A legarli dopo la battaglia è un oggetto che è la pistola di Pike che i bounty killer hanno sottratto all’amico di un tempo durante la razzia che è seguita allo scontro tra il mucchio e i miliziani del generale Mapache. I due amici sono anche legati dal fatto di aver cavalcato fianco a fianco. Le dissolvenze finali segnano il passaggio di testimone, una continuità di percorso che va nella stessa direzione di marcia, con Deke e Sykes che riprendono la pista iniziata dagli uomini del mucchio e che nei titoli di corda vengono ripescati dal passato e consegnati all’immortalità, gli uomini del mucchio non sono morti ma cavalcano nella penombra del bosco ancora verso il Sud del Messico per godersi l’oro strappato a Mapache. Le note della Golondrina uniformano i due avvenimenti a una temporalità unica e ideale. In questa fratellanza ritrovata tra Sykes e Thornton ritroviamo l’amicizia virile tra i boschi che fa parte della tradizione narrativa americana in questo caso l’ambiente naturale è rappresentato dal paesaggio messicano nel quale attraverso la guerra civile si gioca la sorte di un popolo e l’esistenza di un manipolo di banditi.

Il mucchio selvaggio è un racconto inedito di formazione in cui i protagonisti sono dei “bambini” che devono diventare adulti, ma la “maturazione”, la presa di coscienza riguarda solo una parte ristretta dei personaggi che non sono quelli della resa dei conti finale. Soltanto con la morte si smette di “crescere”. Ma per la continuità di cui abbiamo parlato in precedenza, questa ipotesi di vita sposata solo da alcuni dei componenti della vecchia banda ha un significato ampio e corale che va oltre la specificità dei singoli. Sykes e Thornton portano a compimento l’esperienza iniziata dagli altri prima che perissero nella carneficina. La rivoluzione è la prosecuzione dell’opporsi al potere e all’odiosa esclusione sociale.

I membri del mucchio sono perdenti non per via degli eventi ma per vocazione, i personaggi di Peckinpah non vogliono essere diversi da quello che sono, sono troppo impegnati a combattere contro i loro fantasmi, in una intervista a Gian Luigi Rondi del 12 settembre 1974 per il quotidiano “Il Tempo”  Peckinpah disse “Nel West non ci sono eroi. C’è solo gente che ha paura della vita. Per questo spara, ammazza, rapina. Ed è per questo che li chiamano desperados”. La violenza altro non è che l’estensione naturale della loro ricerca e sradicamento. Gli uomini del mucchio vogliono imparare a crescere e il loro comportamento è segnato dal non volersi immischiare, ma non è possibile perché ogni azione ha un prezzo e non si può sfuggire dalle proprie responsabilità, di andare fino in fondo alla strada, svoltando l’angolo senza sapere se si sarà ancora vivi; in un’intervista rilasciata per la rivista Playboy  sempre Peckinpah dichiarò “Non dico che la violenza è ciò che fa di un uomo un uomo. Dico che quando la violenza arriva non puoi sfuggirla, devi riconoscere che il vero istinto, in te stesso come negli altri, è difendersi. Se scappi sei morto, o sarebbe stato meglio esserlo”.

Il mucchio selvaggio è una storia di amicizie come quella tra Pike Bishop e Freddie Sykes, con il vecchio che confessa al suo capo che il complice rimasto con gli ostaggi all’interno della banca è suo nipote, subito si assiste a un flashback in cui si vede Pike abbandonare di proposito il nipote di Freddie. Lo stesso Pike non riesce a stemperare il dolore dell’amico, quel dolore che prende alla gola e lascia privi di forze, è l’inevitabilità della morte che vedremo anche in Pat Garrett e Billy the Kid, con le note di “Knockin’ On Heaven’s Door” che accompagnano nell’ultimo viaggio lo sceriffo Baker e Alamosa Bill.

Il mucchio selvaggio è anche una storia di amicizia collettiva di un gruppo di uomini che prima stanno insieme per ragioni pratiche e per non venire schiacciati e perché un pò per volta acquistano consapevolezza della loro condizione esistenziale, riguardo i personaggi del suo film Peckinpah dichiara “Da molto tempo si sono messi d’accordo con la morte e la disfatta, per cui non gli resta nulla da perdere. Essi non hanno più apparenza né illusioni da salvare, e così rappresentano l’avventura disinteressata, quella da cui non si trae alcun profitto al di là della semplice soddisfazione d’essere ancora vivi” , sono uniti da un’esperienza comune che compare nelle sequenze collettive serene e composte che danno al film il suo respiro nell’alternanza tra azione e situazione: per esempio nella scena della fiesta; dopo l’esplosione del ponte si godono il successo con una bottiglia di whisky; quando si ritrovano in una tinozza piena d’acqua con le donne messicane portate dai Gorch, quando sono catturati dagli indios nemici di Mapache e infine quando ad Agua Verde il generale Mapache rifiuta di consegnare loro il corpo di Angel.

Nell’universo di Peckinpah i protagonisti si ritrovano sempre nel finale ad affrontare il proprio destino assieme.

Gli uomini del mucchio per quanto siano dei banditi hanno le idee chiare e ci tengono a sottolineare ad essere diversi da Mapache tanto che Dutch dirà “Noi non impicchiamo nessuno” ed è sempre Dutch che sottolinea l’importanza della parola data non tanto di averla data ma a chi la si dà.

Gli eroi del cinema della fine degli anni 60 e dell’inizio dei 70 sono eroi popolari che appartengono alla memoria collettiva, anarchici che rifiutano le regole sociali e combattono le istituzioni come per Bonnie e Clyde nel film di Arthur Penn che scorrazzano per gli States infrangendo le leggi durante la Crisi del 29, imprendibili come  Butch Cassidy e Sundance Kid, Kowalsky di Punto zero, dei giovani Kit e Hollie di La rabbia giovane, di Boxcar Bertha di America 1929: sterminateli senza pietà e dei suoi amici hoboes e dei camionisti di Convoy trincea d’asfalto.

Tutti i protagonisti dei film di Peckinpah prima o poi si scontrano con un potere arrogante, violento e repressivo che vuole eliminarli dopo averli utilizzati per portare a termine il lavoro sporco. Per esempio quando il consigliere militare tedesco incarica Pike e i suoi di rapinare un convoglio ferroviario che trasporta armi destinate all’esercito americano, gli allevatori che pagano Garrett per mettere fine alle rapine di Billy the Kid e della sua banda; dell’agente di vigilanza odioso di Getaway che in cambio della scarcerazione di McCoy si prende il corpo di sua moglie; dei dirigenti di banca presuntuosi che ricattano i protagonisti di Sfida nell’Alta Sierra e La ballata di Cable Hague, dei mafiosi come El Jefe di Voglio la testa di Garcia che costruiscono le loro fortune sul dolore e il sangue altrui; di quegli alti ufficiali che ricevono la croce di ferro mentre altri muoiono al posto loro e che esibiscono nei ricevimenti ufficiali in La croce di ferro, di coloro che in Killer Elite sono gli armeggioni che tengono in mano frusta e cavalli, a cui serve la gente in macelleria mentre fanno i loro bei discorsi di libertà e progresso.

Contro queste forme di potere gli uomini del mucchio acquistano una “coscienza politica” e decidono di andare a riprendersi Angel ben sapendo di andare incontro a morte certa. Non sono pienamente consapevoli di ciò che stanno per andare a fare, la loro azione è istintiva, spontanea. Hanno bisogno di sentirsi vivi e per farlo si inoltrano in un percorso senza ritorno nonostante i 10.000 dollari intascati dal generale Mapache. Gli uomini del mucchio si muovono spinti da quella necessità divoratrice di esistenze. Lo loro solidarietà non è nei confronti di una comunità ma nei confronti di un singolo individuo che diventa “il” singolo esprimendo la loro insofferenza contro le imposizioni che vengono dall’alto e la libertà personale che è il valore più sacro dell’Uomo.

Attraverso la costruzione dei suoi personaggi Peckinpah fa un’affermazione politica forte, il suo antieroe opera nella dimensione esterna alla società costituita, non si muove sullo stimolo dei grandi ideali, non vuole recuperare valori traditi ma punta sull’inaccettabilità di quei valori disponibili di una certa società e tradizione. I personaggi di Peckinpah affermano la propria libertà individuale come unico valore e giudice, la loro etica è visceralmente anarchica, in un’altra intervista Peckinpah sottolineava di avere “una grande regola morale nella vita: mantenere la parola data… tranne che col produttore! Perché in questo caso la mia morale diventa saper imbrogliare, mentire, rubare, per non diventare vittima a mia volta. D’altronde ho espresso questa morale ne Il mucchio selvaggio”, in quelle due famose battute scambiate tra Holden e Borgnine” . 

Peckinpah rilascia questa affermazione quando mette in scena il luogo che è la frontiera in cui avviene la trasformazione dell’individuo in essere sociale nella storia americana, i suoi persoanggi si muovono lungo questa linea di confine, vagando senza meta alla ricerca di uno spazio in cui fermarsi per l’ultima volta a vivere in pace il tempo che resta da vivere. Sono spostamenti puri e liberi che avvengono nel corso delle sequenze di passaggio e trasferimento nella luce del crepuscolo e nel silenzio del deserto scosso dal vento.

@barbadilloit

Di Giovanni Di Silvestre

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