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Cultura (di G.Malgieri). Il Pensiero unico contro la Tradizione: un conflitto cruciale per l’avvenire

Pubblicato il 18 Aprile 2019 da Gennaro Malgieri
Categorie : Cultura Libri

Il potere incantatore del Pensiero unico

Una sorta di lebbra intellettuale ha contagiato in almeno due decenni, dopo essersi manifestato in sordina, l’opinione pubblica mondiale: il pensiero unico. Definirlo non è mai stato facile, ma il ricorso alle categorie del conformismo culturale e dell’omologazione comportamentale e dell’invadenza del mercatismo con i suoi derivati consumistici forse spiega qualcosa anche se non l’essenza profonda che va toccata con mano. Vale a dire “provata” nel modo di sentire dei singoli e delle collettività smarrite in una polvere sempre più fitta che cela la realtà effettuale e la rende sbiadita, dunque falsa nella sua universale percezione a beneficio dei “padroni” delle mentalità i quali, tutt’altro che occultamente, perpetrano l’inganno della trasposizione della verità in un universo costruito a loro immagine, somiglianza e interesse per poter dominare l’umanità sottoponendola ad una sorta di “virtualità” finalizzata a ritenere “lecito” ciò che viene deciso in base a logiche economiche e finanziarie culturalmente funzionali allo scopo che si propongono. 

Il risultato immediato è la cancellazione delle differenze, l’appiattimento su modelli precostituiti che – con la determinante scomposizione della razionalità – formano universi paralleli nei quali la sovversione del mondo di intendere il reale viene imposto quale “morale” oggettiva. E perfino i nomi delle cose, delle specie, delle figure viventi e di quelle apparenti risultano travolti da una colossale impostura il cui ultimo fine è la distruzione delle distinzioni e dunque delle civiltà, delle culture, delle storie. Il pensiero unico è il sistema più efficace per uccidere i popoli, per sterminare le loro identità, per annullare origini e radici.

In un denso quanto prezioso libro, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia (Marsilio, pp.207, € 17,00) lo studioso Eugenio Capozzi rivela le coordinate dello smantellamento sistematico operato da una menzogna che è ormai diventata l’idea-guida di Stati, popoli e nazioni alla quale si sottraggono minoranze, non sempre attive come la necessità richiederebbe, nel contrapporsi ad una gigantesca operazione sovvertitrice del senso comune a beneficio di oligarchi tutt’altro che evidenti i cui terminali operano nell’industria della comunicazione ed arrivano fino alle agenzie di formazione e s’insinuano nei parlamenti e tra le forze politiche. L’orientamento del pensiero unico è quello di conquistare il mondo rendendolo permeabile ad un’idea di egualitarismo pregiudicante l’emersione di nuove élites, per non dire di aristocrazie del pensiero. La tecnologia ha un ruolo decisivo in questo progetto fondato sul progressismo come filosofia pubblica e fondamento della convivenza civile. L’incarnazione, insomma, come dice Capozzi, del relativismo etico cui soggiace la stragrande maggioranza degli individui la cui “cifra” comune è sostanzialmente l’ignoranza. Ed è per questo che l’industria culturale – prona ai disegni dell’economia finanziaria mondialista – s’ingegna a smantellare il passato, ad enfatizzare il presente e a fantasticare sul futuro, cioè a dire a impegnarsi in un’operazione di radicale cancellazione della storia non diversamente da quanto avvenne con l’irruzione dell’Illuminismo nella storia del pensiero ed il conseguente giacobinismo nella versione politico-terroristica di quell’ideologia secondo la quale la storia cominciava dall’acquisizione di un “razionalismo ottriato”, concesso cioè dalle classi dirigenti del tempo, i Philosophes rivoluzionari, atei e “immoralisti”, al popolo che di quella parodia di libertà fu vittima inconsapevole all’inizio per poi assumerla come forma di vita. 

Il pensiero unico ha ridotto letteratura, arte, poesia, filosofia, costumi e linguaggio ad orpelli ancillari di modalità espressive tese a compiacere l’uniformità e ad abbandonare le differenze culturali. Sintomatica, per fare un esempio, l’ipocrisia di autorità timorose di mostrare i prodotti dell’ingegno della loro civiltà a chi nutre altre legittime sensibilità. Grottesco ed imbecille, al tempo stesso, fu la copertura dei nudi maschili e femminili delle statue dei Musei Capitolini, nel gennaio 2016, per non “offendere” il presidente iraniano Hassan Rouhani, in ossequio al rispetto  dell’islamismo… Racconta Capozzi, per esemplificare ulteriormente, che un classico come Huckleberry Finn di Mark Twain è stato recentemente pubblicato da una casa editrice americana sostituendo la parola nigger con black e slave, dimenticando che “negro” o “négre” in francese non avevano mai avuto una connotazione negativa, tanto che un grande statista-intellettuale, oltre che straordinario poeta, Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal libero, coniò, orgogliosamente, il termine “negritudine”  per definire l’identità africana, senza rinnegare la tradizione latina della quale il suo popolo pur era tributario, guadagnandosi oltre che l’affetto  dei senegalesi  (uno dei pochi leader africani mai messi in discussione) anche un posto nell’Accademia di Francia. 

L‘ imbecillità fa più male delle baionette, disse qualcuno. Ma sull’imbecillità è stato costruito un sistema se non proprio speculativo di dominio certamente. Il sistema del pensiero unico, appunto. Una tendenza, come sottolinea Capozzi, che si fonda sulla censura preventiva e “conduce ad esiti talvolta grotteschi quando diviene una forma di protezione preventiva da partire di autorità pubbliche o istituzioni persino contro la semplice eventualità di pubblicizzazione di contenuti offensivi in qualsiasi sede”. 

Le espressioni politically correct e political correctness hanno preso piede nel dibattito pubblico occidentale partendo dagli Usa, contaminando dapprima tutto il mondo anglosassone e poi dilagando in mezzo mondo fino all’Oriente estremo, come in Giappone dove lo snaturamento di una grande tradizione culturale è avvenuto in parallelo con la decadenza dei costumi che hanno assunto le grottesche modulazioni occidentaliste. 

Il progressismo è, dunque, l’essenza del pensiero unico. Il suo nemico principale è la Tradizione, secondo i “nuovisti” terribile evocazione di epoche brutali, bestiali, sinonimo di irrazionalità dove Dio, il sacro, la famiglia, la comunità, le gerarchie, il rispetto, la lealtà, la fedeltà, la ricerca del bene comune che indiscutibilmente connotavano società sane, per quanto non esenti da crisi di legittimità interne e da aggressioni militari e poi culturali esterne. Una società, quella tradizionale, tendente ad un ordine che si concretava in forme politico-istituzionali che potremmo riassumere nella formula dello “Stato organico” nel quale il popolo e gli aristocratici erano meno distanti di quanto il “politicamente corretto” induce a ritenere rileggendo la storia di Roma o della Grecia o di Sparta. Era la negazione della secolarizzazione – dato essenziale della modernità – in favore della tensione verso il sacro a caratterizzare le società tradizionali. E le differenze qualitative e di genere costituivano la ricchezza di quel mondo euro-mediterraneo, per restare vicini alla nostra storia, che oggi sono latitanti nella forma, ma hanno assunto fattezze che esulano dalla connotazione spirituale dell’antichità per presentarsi con il vezzo di vellicare ambizioni false facendo credere che tutti siamo uguali noni davanti alla legge, ma alla “sola” legge riconoscibile, quella del mercato. Peccato che non tutti vi si possano conformare…

Giovanni Sessa, studioso di filosofia politica ed uno degli intellettuali più acuti nel decifrare le deformazioni della modernità, ha scritto un agile e godibile libro intitolato semplicemente Tradizione. Demitizzare la modernità (Nazione futura, pp.129, € 13,00) nel quale si colgono le antinomie insanabili in rapporto con il pensiero unico. E risaltano le profonde differenze anche con quell’anima razionalista che ne costituisce il fondamento. Sicché è al mondo della Tradizione, con i suoi valori, che il pensiero unico – demolitore di quegli elementi sopra ricordati, a cominciare dalla centralità ed unicità della persona – si rivolge per affossarlo definitivamente attraverso l’istruzione, le tecnologie di massa, le visioni massificanti (variamente colorate) di un‘ umanità sbandata, in deliqui davanti ai gadget effimeri della modernità. E’ un’umanità priva di ogni prospettiva storica, a differenza di quanto si riscontrava nel mondo della Tradizione, dunque soggetta allo stato di natura e governata dalla necessità economica nella quale affondano i suoi destini. 

Per questo oggi tutto è liquido, transeunte, provvisorio, precario. Una sorta di totalitarismo del nulla, “morbido” come può esserlo una tecnica che gratifica accarezzando subdolamente coloro che vuol sottomettere. Sostiene Sessa che il mondo della Tradizione – non importa tra quanto tempo – può essere la risposta efficace allo sradicamento contemporaneo, al pensiero unico. E scrive: “Guardare alla Tradizione, dal punto di vista politico, implica assumere una posizione critica nei confronti dei totalitarismi moderni, nelle loro diverse varianti, oltre che nei confronti della governance, il nuovo regime che si sta imponendo, quale espropriazione delle identità culturali, politiche, negatore della sovranità popolare e braccio amministrativo delle oligarchie transnazionali”. 

Il progetto neo-illuminista, per quanto trionfante nelle forme espresse dal pensiero unico, mostra comunque la sua debolezza, come illustra Sessa. Essa è destinata a manifestarsi quanto più crescente sarà l’insoddisfazione dei popoli verso modelli che li omologano e, decisamente, li rendono meno liberi anche se in apparenza può sembrare il contrario. Curiosamente è il mondo occidentale ad evitare di riappropriarsi di quel “pensiero critico” che pure è nella sua natura storica e a rifiutare la Tradizione, con tutto quel che significa, come stella polare per riorganizzare una comunità di uomini, di nazioni e di Stati che rispondano prioritariamente in termini culturali alle grandi prove del Ventunesimo secolo. Un secolo, come ammoniva André Malraux, che o sarà religioso o non sarà. Ecco, la ripresa e la contestazione può avere un successo soltanto se il sacro tornerà a fare irruzione nella vita dei popoli. Oltre le lusinghe della post-modernità.

@barbadilloit

Di Gennaro Malgieri

14 risposte a Cultura (di G.Malgieri). Il Pensiero unico contro la Tradizione: un conflitto cruciale per l’avvenire

  1. Ottima analisi.

  2. L’articolo è scritto molto bene e da “uomo della Tradizione” concordo con i suoi contenuti.Tuttavia ,dissento sul giudizio di “snaturamento” relativo alla tradizione giapponese.Sono da oltre 40 anni studioso della cultura nipponica e da 10 lo visito dal Sud al Nord:sia nelle sue metropoli sia nei suoi piccoli villaggi.Ho inoltre la fortuna di aver stretto ottime amicizie con Giapponesi appartenenti a ceti diversificati ed esercitanti variegate professioni:quindi un mondo umano complesso ;eppure posso affermare che l'”anima” giapponese non si è contaminata con la decadente realtà occidentale .Possono vestire all’occidentale ,promuovere il base-ball a sport nazionale ,quindi,superfcialmente sembrano simili a noi…invero nel loro profondo e nella loro intimità privata sono ancora autentici nipponici. Per loro fortuna ….aggiungo io.

  3. Daccordo con te Tullio, molti pensano che il Giappone moderno abbia completamente perso la propria anima per via dell’occidentalizzazione, seppur in parte ciò potrebbe essere vero nelle grandi città e soprattutto fra alcuni giovani di ultima generazione, così non è se si squarcia il velo dell’apparenza e si approfondisce la cultura odierna del Giappone che nonostante tutto riesce a tenere insieme sviluppo tecnico e conservazione della Tradizione, camminando quasi su un labile filo invisibile fra i due estremi e mascherando spesso e volentieri anche per il loro particolare carattere la propria cultura dietro un manto che a noi può sembrare frivolo e occidentale, ma questo discorso secondo me può valere seppur con le debite differenze per gli orientali in genere, che hanno capito che per difendersi dall’occidente e quindi per conservare la propria cultura l’unica possibilità era adottare le nostre stesse armi,ovvero superarci proprio nel campo tecnico-scientifico, ma rimanendo se stessi sul piano “animico”… Spero però,così come lo spero per noi, che un giorno i giapponesi possano liberarsi completamente dalla presenza e dall’influenza dello straniero.

  4. Gennarino da Solopaca, ex gaudente esponente della destra di governo, se avesse dngnità starebbe zitto. Al governo questi personaggi hanno fatto più danni di Attila (le guerre amerikane, la Libia, le due sanatorie di immigrati, il rientro di capitali dall’estero (mafia o evasione) eccetera, eccetera).

  5. @Stefano; @Tullio Zolia
    Ai giapponesi non sfiora neppure l’anticamera del cervello l’idea di far arrivare milioni di immigrati come “rimedio” per arrestare il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione.

  6. Caro Stefano,hai individuato perfettamente la chiave di lettura della “presunta” adesione dei Giapponesi al mondo occidentale: persa la seconda G.M. sul piano militare non restava che battere i gaijin(gli stranieri)sul piano tecnico-scientifico.In fin dei conti basta ricordare che il Giappone era stato sempre diffidente verso gli occidentali: dopo il 1635 iniziò il periodo Sakoku(Paese chiuso)con il quale ai cittadini giapponesi era vietato andare all’estero e quanti già vi si trovavano erano obbligati a ritornare subito in Patria.Così,con l’instaurazione del regime Tokugawa,il Giappone si ritrasse progressivamente dalle vicende che riguardavano il mondo esterno.Tuttavia ,saranno proprio le umilianti condizioni imposte alla Cina,dopo la sua sconfitta nella guerra dell’oppio,ad indurre il “bakufu”(governo militare)ad allestire una solida flotta con tecnologia occidentale (la prima fu la Kaiyo-Maru costruita in Olanda)per risolvere la vulnerabilità delle frontiere di fronte alla minaccia esterna.Sarà in questo periodo che sorgerà la Scuola di Mito in cui Aizawa Seishisai,il suo maggior esponente,concorrerà ad alimentare lo sviluppo dell’ideologia nazionalista. Nel suo testo Shinron(Nuove tesi,1825) propugnava il kokutai(sistema nazionale)che esaltava il ruolo dell’Imperatore e condannava le perniciose dottrine straniere.Inoltre,egli concepì il confronto con l’Occidente come una sorta di occasione storica per un rinnovamento morale del Giappone in difesa della sua identità.Purtroppo,nel 1853 l’ammiraglio Perry entrò nella Baia di Edo(Tokyo)con le sue quattro cannoniere ed obbligò(sempre in nome della democrazia e libertà….)al trattato di Kanagawa e l’imposizione nel 1858 di un Trattato di commercio con gli U.S.A.in cui non c’era reciprocità di diritti tra le parti.Infatti i giapponesi non potevano decidere l’ammontare dei dazi sulle merci americane importate ;si imponeva il dirittpo di extra-territorialità per gli americani residenti in Giappone;si imponeva la garanzia agli U.S.A. di godere dello status di “nazione più favorita”.Queste imposizioni americane vennero definite:i”Trattati ineguali” e senza dubbio il loro ricordo alimentò nel secolo successivo il giusto risentimento dei nipponici verso l’Occidente arrogante e predone.

  7. Caro Werner, la durata del visto turistico in Giappone è di tre mesi;per poterlo prolungare devi iniziare un lungo iter burocratico ed è fondamentale la garanzia,durante la tua permanenza, di un affidabile cittadino giapponese.Ovviamente,devi dimostrare di essere in possesso di una congrua somma di denaro per la tua alimentazione e soggiorno.Quando arrivi allo scalo aereo vieni fotografato di fronte e dai due lati,inoltre ti vengono prese le impronte di tutte le dieci dita! Ti ricordi i “nostri” negrettie sbarcati in Italia come “profughi”e non come turisti che rifiutavano la registrazione delle proprie impronte?!

  8. Non sono molto d’accordo sulla astratta categoría “Tradizione”. Preferirei tradizioni, specificità culturali, identità sedimentate ecc. Altrimenti il discorso di ideologizza in una direzione che neppure a me piace, quello della Tradizione con la T maiuscola, astorica, passatista, filosofeggiante contro il ‘Mondo Moderno’, quella dei Guénon, Eliade ed Evola…Rispettabile, ma non ‘usabile’ in termini politici…

  9. @Tullio Zolia
    Come non ricordare quello che ha scritto, facciamo sempre la figura da paese dei balocchi di collodiana memoria, soprattutto grazie alla sinistra, per la quale difendere i propri confini e stabilire chi può entrare o no nel paese, é “razzista”. Per loro prendere le impronte a un clandestino che sbarca é già “razzismo”, figuriamoci ad esempio metterlo in quarantena per evitare che possa contagiare con qualche patologia o vaccinarlo. Sta di fatto che in nome di questo “antirazzismo” dei sinistroidi, dal 2013 sono sbarcati centinaia di migliaia di subsahariani che commettono crimini e che stanno riportando da noi alcune malattie debellate da decenni. Se non ricordo male, Lei é di origine fiumana e sa bene come questa stessa sinistra trattò in maniera disumana gli esuli istriano-fiumano-dalmati perché cacciati da Tito.

  10. Tutto giusto Tullio, peraltro molti magari nemmeno lo sanno che i democratici statunitensi durante l’occupazione militare del Giappone commisero ogni sorta di angheria sulla popolazione, stupri, violenze, soprusi di ogni tipo e questo sono sicuro che i giapponesi non l’hanno dimenticato… Riguardo poi gli stranieri, sia i nipponici che i cinesi sono sempre stati popoli molto legati alla propria etnia, qualche anima bella infatti li accusa di essere fra i popoli più “razzisti” nel mondo, in realtà loro hanno proprio un concetto di cui non ricordo la denominazione precisa in lingua che identifica l’unità etnica della Nazione in senso proprio spirituale, anche per questo sono società molto identitarie ed omogenee sul piano etnico,del resto basta leggersi il Ko-ji-ki per capirlo,non hanno di certo come noi il mito del “multiculturalismo” che poi non è altro che meticciato senza alcuna pluralità culturale come la si vorrebbe far intendere, come per esempio era magari nell’antica Roma. Gli orientali tra l’altro hanno il Q.I. medio più altro fra tutti i popoli, hanno di solito ed a ragione una bassa considerazione degli occidentali soprattutto anglosassoni(mentre hanno molta stima per la cultura latina),nessuna affinità con i popoli africani che per loro equivalgono ad extra-terrestri in pratica, e questo per essere “politically correct”. L’unica cosa che rimprovero ai giapponesi è la storica persecuzione per le genti Ainu,popolazione autoctona che però negli ultimi anni è stata salvaguardata almeno da quello che so. Saluti e buone feste a tutti.

  11. Caro Werner,date le nostre affinità, dammi pure il “tu”romano. Ricordi bene, sono un esule fiumano ma l’orgoglio di esserlo,come mi ha insegnato mio padre,mi impedisce di percorrere la via del vittimismo tipico della sinistra.Voglio solo dirti che a difesa dei clandestini la “parola d’ordine” è:ci sono i bambini! Dopo la scarcerazione di mio padre dal campo titino di detenzione a Maribor,giunti a Trieste senza denaro trovammo rifugio nel magazzino adiacente la Stazione Centrale chiamato il Silos.Era una costruzione del periodo austriaco con un fronte di 150 mt.e lungo 800mt.Ovviamente era adibito al rimessaggio delle merci del vicino Porto Vecchio,quindi lunghi stanzoni privi di luce,senza condutture per l’acqua ed assenza di servizi igienici.Era il 1948,dopo qualche anno ci “vivevano” 1500 persone.Per noi bambini divenne letale: la mancanza di aria pura ci conduceva a contrarre malattie ai polmoni.A quattro anni venni ricoverato con mia sorella al Preventorio montano di Sappada intitolato alla Venezia Giulia e Dalmazia perchè i suoi degenti erano tutti bambini esuli.Quando si parla di “infanzia negata” penso ai miei cinque anni passati nell’inferno del Silos.Malgrado la miseria, i nostri genitori non ci portavano nè a rubare nè ad elemosinare.Ho l’orgoglio di affermare che molti di quei bambini,in seguito,son divenuti stimati professionisti.

  12. Caro Stefano quanto scrivi sul comportamento degli occupanti yankee è stato documentatato in molte pellicole del cinema giapponese.Ti saluto cordialmente.

  13. @Tullio Zolia
    Ti ho dato del “Lei” perché ho meno di 40 anni, ed essendo conservatore tanto nell’ideologia politica quanto nella cultura e nella mentalità, alle persone più anziane mi rivolgo sempre formalmente per una questione di rispetto. Detto questo, sono orgoglioso di poter interagire con uno dei 350 mila esuli istriano-fiumano-dalmati, perseguitati e cacciati dalle loro terre per la sola “colpa” di essere italiani all’interno dei confini della Jugoslavia. Quanta umanità nei confronti degli africani che fuggono da guerre inesistenti inventate da sinistre e ONG, quella stessa umanità che i loro avi comunisti non ebbero nei riguardi vostri. Ma di una cosa puoi starne certo: VOI ESULI AVETE DIGNITA’ E ONORE A VENDERE, cose che diversamente coloro vengono qua e si spacciano per profughi per farsi mantenere dallo Stato, non avranno mai neppure comprandole.

  14. Caro Werner,ti ringrazio,ma mi fai più felice se mi dai del “TU”.Quando,durante il Ventennio,scoppiò la polemica contro il LEI,Vasco Pratolini(che non era ancora comunista come tanti altri intellettuali futuri voltagabbana)scrisse sulla rivista “Antilei”di Asvero Gravelli(1938)questo giudizio che condivido totalmente:”Il VOI è italiano per la pelle.Ma forse è ancora troppo letterario.Il TU è veramente originale,d’una freschezza,d’una intimità,e di un rispetto inconfondibili.Arriveremo al tu,e l’inflessione della voce ora segreta,ora cordiale,ora sprezzante,ora religiosa darà di volta in volta il senso dell’amore,dell’amicizia,dell’odio e della gerarchia(umana e divina).E’un motivo rivoluzionario,perciò,prima di tutto,un ordine educativo.” Un cordiale saluto.

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