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Serbia, Europa e l’evoluzione della Nato. Un’intervista a Maurizio Cabona

Pubblicato il 1 giugno 2012 da
Categorie : Rassegna stampa

Maurizio Cabona è stato inviato di politica internazionale per Il Giornale, nei momenti liberi che gli lasciava la critica cinematografica, praticata con l’occhio del geopolitico. Commenti dai grandi festival s’alternavano ad analisi delle situazioni in Cina, Congo, Egitto, Giordania, Indonesia, Irak, Siria, Thailandia… Oltre alla predilezione per il sud e l’est del mondo, Cabona ha frequentato la Serbia, la Sparta della Jugoslavia. Ciò fin dai giorni seguenti l’attentato contro il primo ministro Zoran Djindjic; in quelli del ritorno al potere di Vojislav Kostunica; in quelli dei funerali di Slobodan Milosevic, che il governo Djindjic aveva consegnato al tribunale dell’Aia; e in quelli dell’elezione alla presidenza della Repubblica di Boris Tadic. Cabona aveva infatti curato, con Ditelo a Sparta. Serbia e Europa. Contro l’aggressione della Nato (Graphos, 1999), una raccolta degli interventi di Giulio Andreotti, Pierluigi Battista, Luciano Canfora, Franco Cardini, Alain de Benoist, Maurice Couve de Murville, Régis Debray, Massimo Fini, Jean-Jacques Langendorf, Alberto Pasolini Zanelli, Alain Peyrefitte, Harold Pinter, Nico Perrone, Sergio Romano, Giovanni Sartori, Aleksandr Solgenitsin, Stenio Solinas, Tomaso Staiti, Marco Tarchi, Aleksandr Zinoviev, Danilo Zolo, cioè dei refrattari all’“interventismo umanitario”.

Signor Cabona, il conflitto in Jugoslavia è stato l’unico in Europa dalla seconda guerra mondiale. Come maturò?

“Il declino economico del Patto di Varsavia comportava quello politico-militare, fino allo scioglimento del Patto e al frazionamento dell’Urss. Nata dal trattato di Versailles, la Jugoslavia s’era ricostituita come Stato sovrano dopo la sconfitta della primavera 1941 e l’occupazione tedesca, durata fino all’autunno 1944. Fino al 1989, la Jugoslavia è stata uno Stato-cuscinetto, determinante specie per l’Italia. Poi agli occhi delle grandi potenze la Jugoslavia ha perso la ragion d’essere. Complice il Vaticano, la semi-riunificata Germania incoraggiava la secessione di Slovenia e Croazia…”.

“Semi-riunificata la Germania?

“Per raggiungere i confini del 1937, le mancavano – le mancano – Slesia, Danzica, Koenigsberg… Una volta che li recuperasse, l’Unione europea non sarebbe più un’alleanza, ma una coalizione”.

Dov’è la differenza?

“Un’alleanza ha un primus inter pares, una coalizione ha un padrone. Posso continuare sulle cause dei conflitti jugoslavi?.

Certo.

“L’Europa del 1992-1999 vedeva l’Alleanza atlantica perdere ogni apparenza difensiva, ma funzione egemonica non le era estranea nemmeno prima. Nel 1967 e nel 1974 aveva ‘corretto’ l’indisciplina – allora politica – della Grecia. Nel 1973 aveva guidato in Spagna la mano dell’Eta basca nell’assassinio dell’ammiraglio Luis Carrero Blanco, erede di Francisco Franco. Nel 1974 aveva favorito in Portogallo il rovesciamento di Marcelo Caetano. Anche in Italia, nel 1964, c’era stato un tintinnar di sciabole, al quale l’Alleanza atlantica non era estranea, come non lo sarà alla strategia della tensione…”

… Dunque?

“L’Alleanza atlantica non s’era ancora esercitata in conflitti offensivi sul suolo europeo. La Jugoslavia le offrì l’occasione. A forzare la mano stavolta non furono gli Stati Uniti: fu la Germania. Un caso di sub-imperialismo ‘assertivo’, come lo definì la stampa americana, abituata a vedere i vassalli europei trascinati, non trascinatori”.

Morale?

“La guerra, che la Serbia stava vincendo, fu capovolta dai bombardamenti della Nato. Si arrivò alla pace di Dayton, dove Milosevic sacrificò i serbi di Bosnia alla propria sopravvivenza politica. Per pochi anni, però. All’Alleanza atlantica serviva un nemico. La residua Jugoslavia, ovvero Serbia e Montenegro, con la repressione in Kosovo offrì il pretesto di un ‘intervento umanitario’. E si sa che chi dice umanità vuole fregarti”.

Prosegua.

“L’Italia subì il ricatto di quella guerra, che il ministro degli Esteri, Lamberto Dini, denunciò. Ma come dissociarsi? Chi si fosse dissociato dall’Alleanza atlantica, ne sarebbe diventato nemico… Quindi L’Italia concesse le basi per i bombardamenti aerei, ma – unica tra i Paesi della coalizione anti-serba – tenne aperta l’ambasciata di Belgrado e, da allora, protegge la minoranza serba in Kosovo, che gli albanofoni vorrebbero espellere del tutto”.

Il 1999 fu un momento delicato.

“Ma in seguito l’Italia avrebbe potuto evitare la secessione del Kosovo e la nascita di uno Stato criminale nelle sue adiacenze”.

Come?

“Durante la preparazione della seconda guerra americana in Irak. Francia e Germania erano contrarie e gli Stati Uniti avrebbero in rottura con l’Unione europea. Proprio l’Italia ruppe l’isolamento americano, senza chiedere contropartite: una avrebbe potuto essere una dichiarazione di Bush – indifferente al Kosovo, priorità dei Clinton – che la provincia serba tale sarebbe rimasta”.

Lei ha detto “una” contropartita…   

“… Un’altra avrebbe potuto essere rivedere le clausole segrete del trattato di pace del 1947. Ma questa è un’altra storia”.

Oltre alla politica italiana e a quella tedesca, mi diceva, in Jugoslavia pesò, almeno all’inizio della crisi, la religione cattolica.

Alcune aree della Jugoslavia erano relativamente omogenee: largamente cattoliche la Slovenia e la Croazia, ortodossa la Serbia, che alla loro secessione non aveva sostanzialmente resistito con le armi. Non poteva però fare lo stesso di fronte alla secessione della Bosnia-Erzegovina, a prevalenza musulmana, ma con forti minoranze ortodosse”.

I Balcani sono tradizionalmente una polveriera. Come mai etnie così diverse si sono trovate nella stessa regione?

“In seguito a invasioni, conversioni di massa, scismi religiosi. Certi tedeschi dicevano: ‘L’Oriente comincia a Vienna’. Il concetto di Balcani include anche Ungheria e Romania, Bulgaria e Albania, Grecia e Turchia. Limitandoci alla Jugoslavia, la lingua separa gli sloveni dai croati, mentre la lingua e la religione li separano dai serbi. La religione separa i croati dai serbi e dai musulmani”.

Il caso del Kosovo è un po’ diverso.

“Stirpe, lingua e religione separano serbi e albanofoni. E poi il Kosovo non è un posto qualsiasi della Serbia: ne simboleggia la resistenza serba ai turchi. Ma proprio in Kosovo gli albanofoni sono diventati maggioranza, mentre, per i serbi, il ricordo della dominazione ottomana si ravviva a ogni conflitto con coloro che, come gli albanesi, si sono convertiti all’Islam”.

La politica di Tito, chiamata Bratsvo i Jedinstvo, aveva ottenuto grandi risultati e sembrava poter arginare le rivalità etniche. C’era anche un relativo benessere. Morto il Maresciallo, che cos’è mancato?

“L’equilibrio interno. Tito era un comunista più sensibile agli interessi di Londra che a quelli di Mosca; ed era un croato che governava da Belgrado, Serbia. Per giunta aveva schierato la Jugoslavia tra i non-allineati (Algeria, Egitto, India, Indonesia, Cina…). Alla sua morte la Jugoslavia resse finché servì all’Alleanza atlantica come una sorta di Svizzera socialista”.

L’Europa e la Nato avevano sottovalutato la situazione jugoslava. Si poteva trovare evitare il conflitto?

“Non generalizzerei. Certi governi europei sapevano. Altri erano indifferenti. Roma e Parigi si lasciarono sorprendere da Berlino, ma poi armarono i serbi, mentre i tedeschi, con l’arsenale dell’ex Ddr, armarono i croati. Ci sarà un perché se a Zagabria c’è un monumento a Hans-Dietrich Genscher, ministro degli Esteri tedesco di allora”.

Con la consegna di Mladic la Serbia ha fatto un altro passo verso l’Unione europea…

“Grazie al sostegno della diplomazia italiana, ha avuto lo status di candidato alla medesima, dopo un percorso umiliante, specie rispetto alla Croazia. La Serbia aveva infatti già consegnato Milosevic, Seselj, Karazdic e molti altri accusati minori”.

Che cosa pensa di Tito, Milosevic, Tudjman, Kucan, Karadzic, Hoolbroke…

“Uno alla volta… Su Tito, Stalin aveva ragione, ma essere un rinnegato non significa essere stupido. Tito, che aveva capito che la Jugoslavia era l’Impero asburgico in scala ridotta, seppe mantenere l’unità di quel mosaico di popoli. In una prospettiva italiana, se l’Esercito sovietico non bivaccava alla periferia di Trieste, era merito dell’Esercito jugoslavo”.

Veniamo a Slobodan Milosevic.

“Cominciamo dalla fine: nel 2006 ero ai suoi funerali, con altre cinquantamila persone in lacrime. Al funerale di Boris Tadic – presidente serbo uscente, quello che ha consegnato Karazdic e Mladic al tribunale dell’Aia – ci sarà altrettanta folla? E’ per la patria, nel carcere dei nemici della patria, che Milosevic è morto. Ed è morto innocente. Infatti non c’è stata sentenza contro di lui”.

Veniamo a Franjo Tudjman.

“Militare croato quanto Milosevic era un civile serbo, Tudjman vinse, grazie agli aerei della Nato, la guerra con la Serbia che, sul campo, aveva perso. Ricordo che i neofascisti tifavano per la Croazia, memori degli ùstascia e immemori che il popolo di Tudjman aveva l’uniforme austriaca durante il Risorgimento degli italiani… Tudjman è il secondo fondatore, dopo Ante Pavelic, della sovranità serba. E non si piegò al tribunale dell’Aia”.

Veniamo a Milan Kucan.

“Sloveno, veniva dalla Lega dei comunisti. Nel 1990 aveva capito che tutto doveva cambiare perché tutto restasse come prima. Gli sarebbe andata male, se anche in Slovenia ci fossero state forti presenze serbe. La marginalità della Slovenia la aiutò a non finire coinvolta. Perciò Kucan è il più dimenticato dei capi di allora”.

Veniamo a Radovan Karadzic.

“In un brutto film della Mostra di Venezia, Richard Gere lo catturava e lo faceva linciare dai parenti della vittime di Srebrenica. Ma era un’opera di semi-fantasia, girata prima dell’arresto del vero Karazdic. Presidente della Repubblica Srspska di Bosnia, originario del Montenegro, psichiatra, al momento degli accordi di Dayton ottenne l’immunità per crimini di guerra. Si usa, in questi casi. S’è poi l’esiguo valore della parola data da un rappresentante degli Stati Uniti”.

Cioè Richard Hollbroke.

“Che voleva diventare segretario di Stato. Non c’è riuscito. Aveva in curriculum i conflitti peggiori per gli Stati Uniti, a cominciare dal Vietnam. Negli anni di Reagan, lui, democratico, era banchiere d’affari. Conosceva Milosevic fin da quando anche lui era banchiere e lavorava a New York… Holbrooke però non è entrato nella storia del suo popolo: al suo funerale, nel 2010, c’erano solo i parenti”.

Gli intellettuali contrastavano le ingerenze militari, in Algeria come in Vietnam. Oggi alcuni, come Bernard-Henri Lévy, vogliono intervenire in Bosnia, in Libia, in Siria… Come lo spiega?

“Una volta c’erano due blocchi: quello comunista, dal richiamo ideale; quello capitalista, dal richiamo sostanziale. Nell’ultimo quarto di secolo c’è stato solo il secondo e gli intellettuali di opposizione si sono rarefatti, perché la sinistra, anche in Europa, è ormai quasi solo socialdemocratica”.

E’ principio sempre valido l’autodeterminazione dei popoli?

“In politica un principio ammanta una mascalzonata. Il principio d’autodeterminazione esordì servendo agli Stati Uniti per sottrarre l’Adriatico agli accordi di Londra del 1915: fu dunque all’origine della ‘vittoria mutilata’ dell’Italia. Oggi la Repubblica Serpska di Bosnia vorrebbe confluire nella Serbia, ma gli viene negato. Eppure al Kosovo s’è riconosciuto il diritto di secedere”.

Caso Serbia-Kosovo e riconoscimento del Kosovo da parte di alcuni Stati dell’Ue sono precedenti pericolosi?

“Sì. L’Alto Adige ha una popolazione in maggioranza non italofona. Pochi attentati, come nel 1963-64, con relativa repressione, e Vienna e Berlino potrebbero accampare il precedente del Kosovo per intervenire, visto che oggi l’Ue è espressione della Germania e dei suoi clientes. Si può contare solo sulla forza propria e su quella dei nemici dei nemici. Se ci sono”.

In una situazione analoga a quella del Kosovo, l’Ue che cosa dovrebbe fare?

“Diciamo che cosa farà. S’adeguerà alla volontà dei componenti più forti. Ma la crisi economica ha introdotto sulla scena europea nuovi protagonisti, come la Cina, cui il Tibet è rinfacciato come un altro Kosovo. Inoltre lo stesso precedente minaccia la Francia, per la Corsica, e la Spagna, per i Paesi baschi. E minaccia Israele per i territori occupati”.

Perché gli Stati Uniti si sono impegolati nel Kosovo?

“A una superpotenza occorre sempre un nemico. Un giorno è stato l’Irak, che – se era una preoccupazione per Israele – era molto di più il suo baluardo contro l’Iran. Un giorno è stata la Serbia, che non minacciava nessuno, meno che mai gli Stati Uniti. Un giorno è stato l’Afghanistan, che non è nemmeno uno Stato. Un giorno è stata la Libia, pozzi di petrolio con una bandiera sopra. Oggi è la Siria, più che altro per infastidire Iran, Russia e Cina. Tutto ciò serve a far girare l’apparato militare e quello economico. E a dar l’esempio”.

A potenziali nemici?

“E ad alleati indocili”.

Le guerre si fanno principalmente per interesse?

“Di guerre fatte per (malinteso) disinteresse ricordo solo quella di Corea: il segretario di Stato, Dean Acheson, omise di citare la Corea del Sud nell’area di influenza americana dell’epoca Truman. Stalin ne trasse le conseguenze… Le guerre si fanno solo per interesse: non l’infedeltà di Elena, ma il controllo dei Dardanelli, spinse i greci contro Troia; non lo sdegno per le carceri borboniche, ma l’opportunità di indebolire Francia e Austria, eliminando insieme l’intesa tra Impero zarista e Regno delle Due Sicilie, orientò la Gran Bretagna a favore dei garibaldini e dell’unità italiana. E non fu la ‘difesa della libertà’, ma l’occasione di subentrare all’Impero britannico che spinse gli Stati Uniti a sostenerlo in tre guerre, inclusa quella fredda”.

Un vero e proprio esercito europeo non renderebbe l’Europa più “unita”?

“Tre eserciti – quello romano imperiale, quello francese napoleonico e quello tedesco nazista – l’hanno già fatto. L’Italia non è Roma, mentre Francia e Germania e clientes, con duecento milioni di abitanti, sono una forza, specie se il declino americano continua senza la corrispettiva ascesa della potenza russa e di quella cinese”.

Un esercito europeo eviterebbe almeno altri conflitti sul continente?

“Ne eviterebbe di piccoli, provocandone di grandi. Esso avrebbe un comando franco-tedesco, cui l’Italia potrebbe rassegnarsi. Non la Gran Bretagna. Non la Russia. Il romanziere Larry Bond ha descritto in Chaos questo scenario come replica della prima fase della seconda guerra mondiale”.

Se l’esercito europeo nascesse in modo più equilibrato, come potrebbe essere usato?

“Replicando, in Siria, l’operazione libica e, in Iran, l’operazione irachena. Ma insistere nell’’esportare la democrazia’ indurrebbe Russia, Iran e Cina a un’alleanza di fatto, saldando l’Heartland in un blocco solo”.

* da Charta Minuta di aprile-maggio 2012

4 risposte a Serbia, Europa e l’evoluzione della Nato. Un’intervista a Maurizio Cabona

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