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Focus. Ecologia e poesia: da Ezra Pound a Giuseppe Conte e Wendell Berry

Pubblicato il 11 Aprile 2019 da Sandro Marano
Categorie : Cultura
Ulivi e trulli in Puglia

Ulivi e trulli in Puglia

Ecologia e poesia 

Nature is not a place to visit. It is home.” (Gary Snyder)

Che rapporto c’è tra ecologia e poesia? Ci sono poeti ecologisti? E chi sono? Certo nessun argomento è estraneo alla poesia, perfino l’economia può essere materia di poesia, come ha dimostrato magnificamente Ezra Pound con il suo canto XVL “Contro l’usura”.  A maggior ragione, ciò vale per l’ecologia che privilegia il rapporto con la natura, che è cantata da tutti i poeti. Sennonché bisogna sgombrare subito il campo da un possibile equivoco. Non basta incantarsi di fronte ad un filo d’erba e descrivere nei modi propri della poesia questo incantamento per definirsi poeti ecologisti. Ecologismo, infatti, non è sinonimo di sentimentalismo né di naturalismo. Certo, un sentimento della natura, la ricerca  dell’armonia tra uomo e natura è un elemento necessario per una visione ecologica, ma non è sufficiente. Occorre ancora avere la consapevolezza di una rottura traumatica del legame tra uomo e natura, cercare di comprendere quali sono le cause profonde di quella rottura e insieme avere la volontà o almeno l’aspirazione a sanare quella rottura, a riannodare il filo spezzato tra uomo e natura. “L’ecologia nella sua essenza, e nel suo esito più coerente – scrive  Marcello Veneziani – si configura come una critica della modernità: critica che può essere di segno riformista o fondamentalista, ma pur sempre pervasa  da un giudizio polemico verso la modernità occidentale.” (1) E prosegue: “la ricerca di una totalità, l’esigenza di un nuovo organicismo, il bisogno di unità con il mondo, il desiderio di integrazioni comunitarie, percorrono le culture dell’ambiente.” (2). Ricordiamo che il padre dell’ecologismo è stato in fondo Jean-Jacques Rousseau. Anzi, possiamo stabilire approssimativamente la data di nascita dell’ecologismo nel 1777, quando Jean-Jacques nella VII delle sue “Fantasticherie di un pensatore solitario” racconta di una passeggiata tra boschi incontaminati alla ricerca di erbe per il suo erbario: “dicevo tra me con compiacenza: certo sono il primo mortale che sia penetrato fin qui” (3); ma d’un tratto, avendo avvertito uno strepito poco lontano, si apre un varco nel folto della vegetazione e si accorge con dolorosa sorpresa che “in una valletta a venti passi dal luogo stesso dove credevo di essere giunto per primo, vidi una fabbrica di calze.” (4). Ecco,  è proprio da questo trauma che ti strappa all’immersione nella natura che procede il risveglio della coscienza ambientalista.  Per questi motivi, un Gabriele D’Annunzio, che forse ha scritto la più bella poesia del ‘900 italiano, La pioggia nel pineto, e che nell’Alcyone, ha magistralmente espresso un  sentimento panico della natura, mai più eguagliato, non può considerarsi  a rigore un poeta ecologista. Esaminiamo brevemente, a mo’ di esemplificazione e senz’alcuna pretesa di esaustività, quattro poeti che invece meritano di essere definiti ecologisti: Ezra Pound, D.H. Lawrence, Giuseppe Conte, Wendell Berry.

Ezra Pound a Venezia

Ezra Pound a Venezia

Per cominciare prendiamo  alcuni versi tratti dai “Canti pisani”, rispettivamente dal canto LXXXI  e dal canto LXXVI:

“La formica è un centauro nel suo mondo di draghi.

Strappa da te la vanità, non fu l’uomo

A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,

       Strappa da te la vanità, ti dico strappala

Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo

Nella misura dell’invenzione o della vera abilità dell’’artefice.

Strappa da te la vanità, 

                                        Paquin strappala!

Il casco verde ha vinto la tua eleganza.” 

Ed ancora:

                  progresso, dannazione, il vostro progresso

la pigrizia di conoscere la terra e la rugiada” (5)

Quel che vuole dirci il poeta è chiaro: poiché siamo parte della natura vivente, la malversazione dell’ambiente in nome del presunto progresso, o peggio del profitto, finisce per danneggiare l’uomo stesso, è stoltezza, è “vanità”.   Soltanto la consapevolezza della nostra collocazione nel mondo vivente può farci ritrovare la via, poiché  la natura è l’unica a sapere il fatto suo, ha previsto ritmi ed equilibri che l’uomo non può alterare, pena la propria sopravvivenza o il peggioramento della qualità della vita. 

Julius Evola

Julius Evola

La protesta contro quella che il pensatore tradizionalista Evola definisce “demonia dell’economia”, cioè il fatto che l’economia da serva si è fatta padrona delle nostre vite, risuona nei versi di D.H. Lawrence. Noi, come dice quel poeta romantico e ribelle contro l’industrializzazione che fu Lawrence, “usufruire più non possiamo del libro aperto del paesaggio” (6).  Dalla lunga poesia Sogni vecchi e nuovi citiamo alcuni tra i versi più significativi:

“Dateci aria, vi preghiamo. Oh, si possa noi respirare ancora,

respirare aria fresca e svegliarci dagli immondi sogni in cui siamo chiusi!

Fresca sentir l’aria in gola, fresco il respiro nel petto,

nuove pronunciar parole colle labbra, fuggire al brutto sogno

del possesso, del guadagno, dell’avere, alla battaglia che strappa

denaro dalla terra, dalle sudate fatiche degli uomini e delle bestie.

Oh, uomini con l’ascia e il piccone, rompete il muro dell’osceno sogno

(…)

Poiché liquida è la sostanza vera del sogno e misteriosamente scorre,

e i corpi degli uomini e delle donne son fusa materia di sogni

che s’agita secondo un cosmico moto: del vivo mondo il cuore,

come sempre scorre, pulsa invisibile, e vivo il suo sangue scorre.

E quel che è vita, solo è sogno nella carne, in cui si gonfia e forma!

I corpi nostri, disciolte gocce di sangue di sogno che ruotano e s’allargano

come un tessuto, sono quasi fuse cellule di una viva pianta di rose 

che ai fiori danno vita, alle spine e al profumo delicato.” (7)

Una sconsolata tristezza di fronte alla civiltà moderna che ha dimenticato  come il tempo della natura è circolare, si coglie in varie poesie di Giuseppe Conte, tra cui questa tratta da “L’oceano e il ragazzo”:

“Bibliotecario dell’effimero, qui è il regesto

di ciò che sa morire e sa tornare e

il cui passaggio non ha parole ma nidi e

vento: il cipresso, la quercia, l’acacia, e le

rose rampicanti, e l’acanto. Abbiamo

dimenticato tutto – ma per che 

cosa? Dimenticato l’estasi e l’attesa

dell’alba, il silenzio e l’urlo del fiore che vuole

sbocciare” (8)

Quel che è venuto meno di fronte ai ritmi lenti cadenzati e consolanti della  natura, pare dirci il poeta ligure, che si sforza di conciliare mito e modernità, pensare mitico e nuove forme letterarie, è la nostra capacità di creare e sentire miti e, dunque, di dare un senso gratificante alla nostra vita. “Il mito – scrive a questo proposito Marcello Veneziani – sorge da una visione simbolica della realtà che scorge nel particolare, nel concreto, nel contingente i segni dell’universale, dell’ideale, del ricorrente.” (9). “Un mito ci proietta oltre l’io, oltre l’utile, oltre il presente” (10). Il mito, infatti, dà un senso alla nostra vita, perché ci rivela che c’è un più grande disegno rispetto al quale la nostra vita è solo un frammento. Il pensiero mitico del resto è fondato “sul principio della connessione organica del mondo” (11), mentre “senza miti la vita non è più libera, più autonoma, più razionale; è solo più povera, più insensata, più labile decomposta in frammenti sconnessi, sperduta negli imbuti impietosi del tempo e consegnata alla morte come sua sorte e chiave definitiva.” (12). 

Ed ecco la magnifica poesia Chiedi ad un mandorlo tratta da “Ferite e rifioriture” (una raccolta del 2006): il poeta ligure ci invita a guardare con altri occhi la natura vivente che ci circonda, a riappropriarci, al di là della  tecnosfera, della biosfera:

“Chiedi a un mandorlo a marzo 

al rosa titubante del pescheto.

Chiedi a una nuvola dell’alba.

Chiedi a un torrente che irrompe nel greto.

Chiedilo a tutti i fichi degli orti 

quando i rami contorti e spogli

cominciano a formicolare

di germogli.

Chiedilo a loro.

Saprai cos’è l’impazienza

Che ti attanaglia e ti sgomina

Quando tu desideri, corpo.

Saprai la tua innocenza e la tua forza.

Saprai dell’amore più verità

Che leggendo tutti i libri scritti 

Dall’inizio dei tempi.

Non fidarti dei filosofi

Né di Platone né di Eraclito

Non interrogare i profeti

I sapienti, i sacerdoti

Su cosa è la tua brama, non saprebbero dirtelo.

Chiedi a un mandorlo.

Guarda un mandorlo.” (13)

Wendell Berry

Wendell Berry

Terminiamo queste note citando il poeta ecologista Wendell Berry: saggista, romanziere, poeta, agricoltore, ecologista, Berry è nato nel 1934 e vive in una piccola fattoria del Kentucky condotta amorevolmente da lui stesso e dalla sua famiglia. Proponiamo due sue poesie, nella prima La pace delle cose selvagge, ci descrive un momento di ritrovata armonia: 

“Quando la disperazione per il mondo
cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore
col timore di ciò che sarà della mia vita
e di quella dei miei figli,
vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore
e si nutre il grande airone.
Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
Giungo al cospetto delle acque calme.
E sento su di me le stelle cieche di giorno
che attendono di mostrare il loro lume. Per un po’
riposo tra le grazie del mondo e sono libero.” (14)

Nell’altra, Come essere un poeta (per mio promemoria), ci invita a frenare una buona volta la corsa cieca al cosiddetto benessere e ad accordarci all’armonia del mondo, che si conquista ponendo in discussione le illusioni del progresso, recuperando una concezione del mondo organica e spirituale, quei valori che furono delle grandi civiltà tradizionali. Berry  lo fa con estrema semplicità parlandoci della sua esperienza di poeta: 

“Trova un posto per sederti.
Siediti. Resta in silenzio.
Dovrai fare affidamento su
affetti, letture, conoscenze,
abilità – più di quante
tu ne abbia – ispirazione,
impegno, maturità, pazienza,
perché la pazienza congiunge il tempo
all’eternità. Dubita
del giudizio
di chi elogia i tuoi versi.

Respira con respiro incondizionato
l’aria non condizionata.
Lascia perdere i fili elettrici.
Comunica con lentezza. Vivi
una vita a tre dimensioni;
stai lontano dagli schermi.
Stai lontano da tutto ciò
che offusca il luogo in cui si trova.
Non esistono luoghi che non siano sacri;
soltanto luoghi sacri
e luoghi profanati.

Accogli quanto viene dal silenzio.
Fanne il meglio che puoi.
Con le minute parole che a poco a poco nascono
dal silenzio, come preghiere
riverberate verso chi prega,
componi una poesia che non turbi
il silenzio da cui è nata.” (15)

  1. Marcello Veneziani, Processo all’occidente, p. 104, Sugarco, 1990; 
  2. ibidem, p. 106 
  3. Jean-Iacques Rousseau, Le Passeggiate del pensatore solitario, p.146, UTET, 1941;
  4. Ibidem;
  5. Ezra Pound, Canti pisani, p. 173-5 e p. 51, Feltrinelli, 1980;
  6. D.H. Lawrence, Poesie d’amore, p.163, Newton, 1999;
  7. Ibidem, p. 401;
  8. Giuseppe Conte, Poesie 1983 – 2015, p. 14, Mondadori, 2015;
  9. Marcello Veneziani, Nostalgia degli dei, p. 159, Marsilio, 2019;
  10. ibidem, p. 154;
  11. ibidem, p. 155;
  12. ibidem, p. 162;
  13. ibidem, p. 311;
  14. Wendell Berry, in Poesia, n. 258 marzo 2011;
  15. Wendell Berry, New collected Poems, Counterpoint Press, 2013, in Lindau blog (traduzione di Vincenzo Perna).

@barbadilloit

Di Sandro Marano

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