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Focus. Il Mare contro la Terra: la geopolitica di Carl Schmitt vista da de Benoist e Freund

Pubblicato il 27 Marzo 2019 da Francesco Marotta
Categorie : Cultura Libri
Carl Schmitt

Carl Schmitt

È in uscita, dal tre marzo 2019, il saggio Il Mare contro la Terra. Carl Schmitt e la globalizzazione edito da Diana Edizioni. In questo lavoro i due filosofi francesi Alain de Benoist e Julien Freund, esaminano dal loro punto di vista Terra e Mare, l’illustre opera di Carl Schmitt, scritta nel 1942. Due modi differenti ma in stretta correlazione di intendere il Nomos della Terra e quello del Mare. 

I capitoli scritti da Alain de Benoist, ripercorrono come un fiume in piena la vita del giurista tedesco. Dal primo incontro con Ernst Jünger, risalente al 1929 «forse grazie all’intermediazione di Hugo Fischer» cui ne seguiranno altri. Tra i due giganti del Novecento, nacque una profonda stima che, dopo la Seconda Guerra mondiale, ha avuto fasi alterne. Ma i due intellettuali, pur avendo delle visioni differenti su alcuni aspetti della Modernità e sul nihilismo che già dominava, all’ombra del totalitarismo e delle forze dispiegate dalla Tecnica sotto l’egida del Capitalismo, riconobbero reciprocamente le doti e la capacità di analisi, fuori dal comune. 

Un esempio di queste affinità mentali e cerebrali è ben visibile in uno scritto di Jünger del 17 luglio 1939: «Ho sempre amato in C.S. la disposizione ordinata e l’efficacia dei suoi pensieri, che danno un’impressione di forza presente». Ma se è vero che nel 1933 il giurista tedesco aderì al partito nazista, nel paragrafo intitolato Un libro «raccontato a mia figlia», lo è altrettanto il rendersi conto delle innumerevoli ritorsioni e delle calunnie subite da Carl Schmitt, dai burocrati del partito. Alain de Benoist, descrive alla perfezione il periodo in cui gli fu affidata la direzione della Deutsche Juristen-Zeitung e la guida della Lega nazionalsocialista dei giuristi tedeschi (Fachgruppe Hochschullehrer der NS-Juristenbund). 

Tuttavia, mette anche in luce quel velo di ipocrisia sulla figura del Carl Schmitt cattolico e di impronta agostiniana, giudicato filosemita e «liberale» dal giurista Otto Koellreutter. Ma non molto tempo dopo, giusto per aggravare una situazione al limite del paradosso, dalle pagine del settimanale delle SS Das Schwarze Korps, fondato da Reinhard Heydrich e diretto dall’SS-Standartenführer Gunter d’Alquen, rispettivamente il 3 e il 10 dicembre del 1936, uscirono due articoli al vetriolo. Un autore anonimo, accusò Carl Schmitt di essere un «opportunista, legato al cattolicesimo politico», additandogli la solita formuletta in mancanza di argomenti sull’immancabile «antisemitismo di facciata», per la ragione che intratteneva «stretti legami con gli ebrei». 

Insomma, le solite ripicche e invidie del professionismo accademico, puramente ideologico e a-scientifico che gli procurò le attenzioni del Servizio di Sicurezza Sicherheitsdienst (SD). Il quale, si premurò di aprire nei due anni successivi un fascicolo nei suoi confronti, prendendolo di mira! Le “care” e vecchie logiche dei lacchè del potere di turno, alla ricerca spasmodica di un posto al sole o di raccoglierne le briciole. Nulla di nuovo, niente di che.

Occupandoci di cose molto più interessanti, in questo breve ed intenso saggio, scritto a quattro mani, affiora l’importanza degli «elementi», quasi mai tenuti in considerazione dai metodi di Oswald Spengler e di Arnold Toynbee. Tra le righe de Il Mare contro la Terra di Alain e Julien, troviamo il giusto approccio analitico ed interpretativo dell’opera di C. Schmitt; impresso nelle «categorie elementari, ossia i quattro elementi: l’acqua, la terra, l’aria e il fuoco». E soprattutto, riuscendo ad individuare le potenze del mare, vale a dire quelle insulari, l’Inghilterra del Seicento e della Rivoluzione inglese, dalle forti spinte espansioniste e coloniali sino agli Stati Uniti che ne presero il posto; raffigurate, dalla forma liquida oceanica del non limite, in moto contro le potenze di terra. 

Rappresentate da «il principio dei grandi spazi», divenuti nei secoli, autonomi, autocentrati e destinati «a giocare un ruolo di Katechon rispetto alla globalizzazione». Sospinta, non dimentichiamolo, dal Capitalismo che ha ridotto gli Stati ad essere un surrogato delle regole della società di mercato e degli assunti dell’universalismo. Ma di un mondo che non è più fortunatamente unipolare e «dominato da una sola superpotenza». Dicendolo con C. Schmitt, dei limiti naturali formati dall’elemento tellurico: la Terra, abitata dai «figli della Terra», ovvero i popoli dell’Eurasia. Ed è proprio Alain de Benoist a metterci in guardia, dalle interpretazioni errate su ciò che intendeva dire il giurista tedesco. Partendo col dire che «l’uomo è figlio della Terra» per la motivazione che «abita la Terra da terrestre: humus e homo hanno la stessa origine» ma tutto questo, nulla ha a che vedere con una sorta di «Heimat, al paese di origine». Spiegandolo in maniera più semplice: «l’elemento nativo dell’uomo è la terra». E ciò significa che non possiamo escludere dai nostri ragionamenti, il quadro geografico della terra, indubbiamente «fatta di territori e paesi» ma soprattutto di «territori distinti dagli altri, separati da frontiere» da particolari condizioni geologiche, geofisiche e morfologiche. Delle cose ovvie, messe completamente in discussione dall’avvento della mondializzazione e dalla globalizzazione. 

Un concetto molto lontano dalla posizione del politico e politologo statunitense Zbigniew Brzezinski, espresso nel suo La grande scacchiera edito nel 1997, a proposito degli «imperativi geostrategici» per mantenere l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Discorrendo poi, di quella pianificazione del «management globale» cui abbiamo assistito e delle sue preoccupazioni sulla «possibile creazione o l’emersione di una coalizione eurasiana» che, «potrebbe cercare di sfidare la supremazia americana». Tra l’altro, sempre più messa in discussione negli ultimi anni e alle prese con un mondo multipolare: come dicevamo, non più a guida unica! Basti pensare all’intesa italo-cinese con i dovuti pro e contro. Un esempio da prendere in considerazione, con tutte le dovute cautele del caso e purché non ci si fermi, solo sui benefici di un accordo economico-commerciale che si noti, non è vincolante. 

È cosa nota che lo stesso Heidegger, pensava alla terra dandogli un senso ancor più profondo. Troviamo calzante, la citazione inserita da Alain de Benoist sullo scritto del filosofo di Meßkirch, intitolato L’origine dell’opera d’arte, redatto nel 1935 e pubblicato solo negli anni ‘50. Trattasi del testo di una prima conferenza sul tema dell’opera d’arte, dove si trovano degli spunti interessanti. L’acume filosofico e metafisico di Heidegger, osserva la nozione di popolo e del suo «abitare storico», solo quando riconosce l’immanenza ed «il primato dell’arte, l’opera d’arte». 

Dunque, l’analisi di Alain de Benoist non poteva non rifarsi a «l’essenza della terra», alle tre accezioni che rimandano al concetto originario di nomos; suggerendoci di contemplarla, lasciandola «dispiegarsi in quanto tale». In pratica, quello che Heidegger voleva intendere, quando scrisse che «l’armonia di questa insuperabile pienezza noi la chiamiamo la terra». Scoprendo così, quanto sia importante, toccare le corde più profonde della sensibilità heideggeriana, mettendo «in rapporto l’opera d’arte con la terra» per il fatto che «l’arte conduce a una riappropriazione dell’abitare storico e destinale». Ed è proprio qui che il senso di Immanens, gioca un ruolo importante: giustappunto, designando con esso quegli atti, come il vedere o il sentire, il cui fine risieda in sé stessi ma che è riconoscibile anche per l’Altro. 

Ma le potenze di mare, incanalano l’esatto contrario di questi lunghi pensieri e sono già passate dal «succedersi rapido delle novità», all’astrazione di una mobilità permanente dalle merci all’uomo, dai nuovi desideri da rimpiazzare a quelli vecchi, alla gratuità offerta dal nomadismo che è pure quello, dei costumi e delle usanze. Mentre l’occhio attento di Julien Freund, individua il saltato a piè pari, nell’era dei satelliti. Il passaggio dal mondo liquido-moderno, descritto ampiamente da Zygmunt Bauman, all’elemento dell’aria e delle corse allo Spazio. Il mondo dei flussi senza frontiere, delle «correnti mutevoli» e dei «flussi e riflussi» delineati da Carl Schmitt, lasciano il posto allo spazio siderale senza fine, all’infinito per antonomasia. 

Basti pensare alla componente tecnica della «talassopolitica» che era ritenuta essere, erroneamente, il “Rinascimento moderno”. Senza tenere conto in passato, di quanto «la tecnica appartiene all’ordine degli artifici» impiegati per gli spostamenti in mare, assolutamente non necessari per ciò che riguardava lo spostarsi e il muoversi sulla terraferma. La nuova frontiera invece, è rappresentata dalla colonizzazione dello Spazio che ha acquisito un ruolo centrale. L’immensità dello Spazio, viene adoperata dalla governance privata della «tecnologia della sorveglianza», che ha rimpiazzato il fluido con l’aeriforme, la Terra con il sovrappiù, il mobile con l’indistinto, il fluttuante con le microonde dell’universo, la natura corporea con l’assenza di gravità, il chiuso all’infinito, e via discorrendo. 

Chiaro è che Alain e Julien, menti libere e non offuscate dalle ideologie del passato e da quelle del «Momento storico», rifuggono dal pensare ad un finis terrae dei legami sociali e delle relazioni umane. La destrutturazione ad opera della religione delle reti globali e dalla «mobilitazione totale» nel firmamento, può essere fermata. Purché si riesca a comprendere la natura di un «processo di imposizione», ripetiamolo, capitalistico e della «messa a regime della ragione» che vuole obbligatoriamente «sopprime i limiti che permettono le distinzioni». Il dominio del denaro, dell’omogeneizzazione, dell’intercambiabilità generalizzata degli uomini e delle cose, caldeggiato dalle potenze del mare che Carl Schmitt, individuò minuziosamente. Anche se Il Mare contro la Terra, vuole farci credere che non abbiamo più scampo, le sue acque continuano ad infrangersi contro le coste e le scogliere. Contro quei limiti che è bene ricordarsi, essere invalicabili. 

*Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione di  Alain de Benoist e Julien Freund (Traduzione a cura di Giuseppe Giaccio, Diana Edizioni, 7 marzo 2019,  Pp.. 113, euro 14)

@barbadilloit

Di Francesco Marotta

16 risposte a Focus. Il Mare contro la Terra: la geopolitica di Carl Schmitt vista da de Benoist e Freund

  1. Da leggere e divulgare come “Un Vangelo”, da leggere tutte le mattine nelle scuole, all’Università e nei luoghi di lavoro …
    Un altro tassello del pensiero antagonista che deve preparare alla Resistenza ed al Riscatto …

  2. Daccordo con Catilina, anche se purtroppo dubito che verrebbe capito, l’homo oeconomicus è ormai il tipo umano più frequente, una renovatio generale passa anche da un reset generale credo, la punto in cui siamo oggi…

  3. L’Homo economicus è sempre esistito. Quello che mancava era la scarsissima possibilità di consumare, l’abitudine a farlo, e lo sviluppo tecnologico-industriale, che da 120 anni circa lo consente, oltre agli stimoli pubblicitari. Un esempio banale. Mio nonno paterno si sposò nel 1911. In quell’occasione si comprò un orologio da tasca IWC Schaffhausen, con relativa grossa catena d’oro che usò tutti i giorni che gli sarebbero rimasti da vivere fino al 1970. Oggi ho io quell’orologio e quella catena che fu l’unico suo orologio per quasi 60 anni, che sempre esibiva sul panciotto e che mai nessuno gli rubò, né provò a rubargli, durante 6 decadi di pace e di guerra…Avrebbe trovato bizzarro, non solo superfluo, sapere che suo nipote, io, ha nell’armadio una cinquantina di orologi, potendone usare ovviamente solo uno alla volta…Ma non parmi una questione ideologica… Al massimo si può pensare che grazie alla propensione generalizzata al consumo sempre più gente è stata meno povera..Bye, bye…

  4. Peraltro gli abitanti di Berlino e di New York nel 1939 credo fossero molto simili, in quanto a etica teorica, mode e desideri spiccioli di vita…Poi qualche filosofo filosofeggiava per l’universo accademico… E qualcun altro in una Cancelleria grande e nuova penso che ch’era meglio usare l’artiglieria al posto della diplomazia, sbagliando per la seconda volta, e di grosso, in 25 anni…

  5. Felice prima di tutto dovresti fare un paragone fra un uomo moderno ed un uomo antico, non fra due uomini moderni in diversi gradi di sviluppo del progresso tecnico, altrimenti è normale che le differenze si assottigliano… Poi io credo che il problema non sia nel consumo in se, per quanto fatto di cose superflue etc, ma nell’ideologia che sorregge tutto ciò e che fa dell’uomo SOLO un consumatore, che lo reifica e mercifica al massimo grado, trasformando il mondo in un unico piano scorrevole di merci, senza alcun limite, completamente deregolamentato e senza nessuna prospettiva al di là del consumo ossessivo e del godimento immediato, l’uomo non è fatto per essere questo… Tuo nonno era “anche” un consumatore, noi siamo “solamente” consumatori, è questa la differenza che intercorre in un secolo, oggi nel capitalismo post-borghese de-virilizzato l’homo migrans, l’homo vacuus etc sono parte dell’homo oeconomicus, mentre prima nell’epoca del capitalismo patriarcale e borghese, dove ancora il senso del limite, la famiglia come nucleo sociale etc erano la regola, la strutta della società era ancora un minimo ordinata e non si era giunti al grado di perversione odierna, dove l’elemento sub-umano è la normalità mentre il tipo tradizionale è visto come un alieno, questa sovversione dei principi è esattamente ciò che dimostra vera la definizione che Guenon dava del mondo moderno: un “carnevale perenne” in cui tutto è rovesciato.

  6. P.S. Tu Felice non corrispondi al tipo dell’ Homo oeconomicus, altrimenti avresti perso oppure dimenticato oppure buttato quell’orologio di tuo nonno,il tuo aneddoto dimostra il legame con gli avi etc che è proprio ciò che la società liberal apolide odierna vuole cancellare , e il consumo odierno è altro rispetto al semplice possesso di cui parlavi.

  7. E già perché la “ricchezza’ di un popolo e di una cultura” la vosideyta felicità si misura in base alla cosiddetta propensione marginale al consumo …. da ridere …
    E dire che ‘il materialismo storico’ e le sue depravazioni abbiano fautori anche a destra …
    Ma d’altra parte marxisti e liberali vanno a braccetto da sempre , figli di una stessa famiglia derivata dalla filosofia lineare e progressista giudaico/cristiana ….
    Comunque nel mio armadio se devo spendere preferirei avere una collezione di AK 47, piuttosto che gli orologi figli del dio Cronos divoratore del tempo …
    Se devo scegliere ….

  8. La collezione di Avtomat Kalašnikova sarebbe decisamente preferibile.

  9. Catilina. Gli AK 47 bisognerebbe poi usarli, prima che arrugginiscano, ma contro di chi e per andare dove? L’ultima volta i nostri si son lasciati far fuori a decine di migliaia senza sparare (giusto Pavolini nell’acqua e pochi altri…). L’ideologia predominante oggi non è neppure il consumo, a mio avviso, giacchè la maggioranza lo deve limitare a pochissime cose, cineserie da quattro soldi, e non può avere il garage di Cristiano Ronaldo zeppo di supercars… Però il ReichMarshall Goehering era pure lui un grande consumista e collezionista compulsivo…prima che i giudaico-cristiani vincitori lo facessero dimagrire…In sostanza mi pare sbagliato l’obiettivo. Il problema non è consumare e far girare l’economia (in quello son d’accordo tutti, forse con la parziale eccezione della Corea del Nord, ma non mi sembra un bel posto per viverci…) quanto alle idee e valori che possono benissimo convivere, anzi indirizzare e valorizzare detti consumi e, in generale, la produzione di un Paese…nella prospettiva che la gente di quel Paese stia meglio, non peggio…Anche i Crociati andarono in Terra Santa mossi più dalla “propensione marginale all’arraffare”, che non dalla conquista dei Luoghi Santi. Tant’è che i partecipanti alla IV Crociata si fermarono a saccheggiare la cristiana Costantinopoli, risparmiando pure sul viaggio e tornarono indietro…I cavalli di San Marco ancora lo testimoniano…

  10. Catilina. Ma per te la felicità è farsi bucare la pancia? Per chi o per che cosa? Come quei poveracci che ad Adua, 1892, un postaccio, ci rimisero gli attributi se non la vita? Per far contento Crispi e gli imperialisti scalzacani dei nostri caffè?

  11. Se era per Te Roma e la sua volontà imperiale si erano fermati a Ponte Milvio …
    Le guerre (soprattutto quelle di liberazione) sono fondamentali per generare alcune tipologie umane determinati per gli esiti ed i destini dei Popoli….
    I Norreni i Sassoni i Macedoni i Mongoli ne erano ben coscienti …
    E perfino le guerre civili hanno una loro funzione rigeneratrice quando vinci e quando perdi ….
    Certo che se ti limiti a consumare beni e guardare gli orologi …. crono Ti si divora prima del tempo ….

  12. Il tempo divora me, te, tutti…. Ma prima possiamo ingannare (almeno un po’) Chronos. Ma bucarci la pancia tra di noi, in onore di rossi o neri, azzurri o gialli o verdi non parmi una grossa trovata…Che fine hanno fatto i Sassoni, i Macedoni e gli altri? Son durati molto di più i giudeo-cristiani, promettendo inferni, purgatori e paradisi immaginari piuttosto che mettendo mano alle spade, se non per “ripulire” regolarmente qualche vicino… Talora la definivano missione civilizzatrice, logica imperiale ecc. Ma, insomma, nella logica del ratto delle Sabine… Voi avete donne e noi no, quindi ve le prendiamo e poi ci creiamo sopra pure la storia ed il mito… Insomma l’ideologia del prete, del gangster e del comunista…

  13. Stefano. Scusa, ma chi ti obbliga a consumare? Se credi ti limiti allo stretto indispensabile…Il bello del liberalismo risiede proprio lì, non come nei totalitarismi ‘dove tutto ciò che non è vietato è obbligatorio’. Pensa ai mennoniti ed al loro stile di vita…

  14. L”ideologia del gangster, del comunista, ….
    mancano pero sempre all’appello i pirati inglesi, i capitalisti americani, gli speculatori internazionali della finanza apolide insomma i buoni figli di Abele e potenze furbesche del mare che ci hanno regalato il migliore dei mondi possibili,
    ed in cui l”unica vera libertà che abbiami è quella di consumare ciò che loro producono. ..
    Ovviamente prima questi beni c’è li fanno produrre e poi c’è li rivendono in modo che il ciclo dello sfruttamento sia completo .
    Poi possiamo guardare l”orologio e dir loro grazie per tutto questo ….

  15. Catilina. E chi ci impedisce di produrre? Il fantasma del corsaro Drake? Fino a qualche decennio fa eravamo i primi produttori d’Europa di autovetture ed elettrodomestici, e non solo, ad esempio… L’Inghilterra – quella di oggi, non quella di Dickens – che cosa produce in beni di ampio consumo che poi noi, secondo le tue farneticazioni, saremmo costretti a comprare? Tu ed io abbiamo ancora la libertà di delirare liberamente in questo Forum: pensi che in Cina, Iran e vari altri luoghi forse a te cari in quanto fumose “potenze di terra”, ci sarebbe consentito? Saluti…

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