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Focus. Gli ultimi mohicani di Solinas tra ‘carattere italiano’ e amarezza per la politica

Pubblicato il 24 giugno 2013 da Giuseppe Del Ninno
Categorie : Cultura Libri

ultimi mohicaniSe non ho male interpretato l’invito degli amici di “Barbadillo” – a proposito, che bella idea, per chi, come me, ama il calcio, dedicare una testata a un giocatore talentuoso ma “minore” – si tratta qui di tributare un omaggio a Stenio Solinas, cogliendo l’occasione dell’uscita del suo nuovo libro, “Gli ultimi Mohicani” (Bietti).

Certo, credo di avere le carte in regola, per partecipare a questa iniziativa: con Stenio ci conosciamo da molti anni – e questo, in sé, non sarebbe un merito… – ma soprattutto abbiamo, insieme con altri amici, vissuto un’avventura intellettuale che sembrò fortunata seppur effimera: alludo alla “Nuova Destra”, che fece parlare di sé negli anni a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta del Novecento. Questa avventura è stata, con ogni probabilità, l’unica affrontata da Stenio in seno ad una comunità ed organico ad essa, essendo lui spirito libero e insofferente di qualsivoglia legame; insomma, essendo Stenio una complessa figura di anarca jungeriano, di dandy letterario, di avventuriero-esteta e di viaggiatore solitario.

Ma Stenio non è soltanto uno sprezzatore delle folle: a lui, infatti, si devono alcune fra le analisi più profonde ed originali del “carattere italiano”, nelle sue espressioni politiche, ma anche nei suoi ricorrenti tratti di costume. Quando la stampa si occupa di lui – di regola, in concomitanza con l’uscita di un suo libro – spesso lo definisce, sbrigativamente, come un pubblicista, uno scrittore, uno studioso “di destra”. Nulla di più lontano dal modo di essere di Stenio, che del resto, già anni addietro, intitolò un suo impietoso pamphlet “Per farla finita con la Destra”. E allora?

Semplicemente, come ogni uomo di pensiero, Stenio sfugge alle definizioni e alle appartenenze, peraltro difficili da evitare, ma che spesso si subiscono come la camicia di Nesso. E allora, chi sono questi “ultimi Mohicani” di cui Stenio dichiara di far parte? Scatta qui il gioco delle sintonie, delle affinità che nella vita determinano le amicizie e le imprese comuni, anche quando si possiede un temperamento solitario.

Intanto, rispetto al romanzo di James Fenimore Cooper, qui siamo di fronte ad una comunità – una tribù? – e non si parla, dunque, di un unico superstite. Addirittura a questa comunità appartengono, secondo l’Autore, individui come il vetero-comunista cieco da cui prende le mosse il pamphlet e che si ribella alla presenza del “fascista” Solinas, invitato – improvvidamente, secondo lui – nei locali dell’ARCI. Qui infatti non è in questione un banale credo ideologico, bensì un modo di stare al mondo, un codice di comportamento, una sensibilità, una vocazione, che stanno alle radici della politica come attività primordiale e aristocratica e che possono accomunare soggetti storicamente schierati dalle due parti di una barricata, proprio come Stenio e il suo intollerante interlocutore.

Del resto, è un po’ quello che si verificò agli inizi del cammino della “Nuova Destra”, quando intelligenze dislocate nei luoghi più distanti della usurata mappa della politica tolemaica si incontrarono, per dar luogo a percorsi inaspettatamente intrecciati e, in alcuni casi, ad amicizie che ancora durano. In questo senso, la “tribù” dei Mohicani come temerari sperimentatori del nuovo nei labirinti della politica, come esteti delle avventure anche quotidiane, come apostati delle ortodossie più confortevoli e ormai vuote di vita, rappresenta un fenomeno residuale. Nulla di più estraneo a Stenio – ma anche a chi scrive e a non pochi dei nostri comuni compagni di strada – della politica politicante di ieri e, soprattutto, di quella di oggi, che nel migliore dei casi si è fatta schiava dell’economia e, nei peggiori, ha ceduto alle tentazioni dell’arrivismo, della corruzione, del servilismo pagante. Il tutto, sullo sfondo di una democrazia agitata come un totem, perfino nella sua versione virtuale e pseudo-diretta del web, e tradita invece nella sostanza dei comportamenti e delle decisioni da chi, ai vari livelli, detiene il potere, dall’Europa fino all’ultimo dei municipi.

Dicevo che Stenio – non solo in questo prezioso volumetto – ha sempre dimostrato una rara capacità di analisi e di sintesi, nella valutazione del “carattere italiano”; una capacità che ha precedenti illustri come il Leopardi “politico” (non a caso, qui ampiamente citato) e che lo colloca se non in una scuola, in un solco, all’interno del quale si possono trovare autori come Longanesi, Prezzolini e Flaiano, ma anche il Franco Ferrucci del “Nuovo discorso sugli Italiani”. Forse, alla base del pessimismo che fa da minimo comun denominatore di tale corrente di pensiero, c’è la constatazione dell’assenza di tragicità nel nostro carattere e nella nostra storia di italiani: “Il tragico in politica è un valore – scrive Stenio – contiene in sé la catarsi e il sacrificio, l’etica e il rispetto delle idee, la durezza della leadership e il rifiuto del compromesso, la speranza che si nutre di gesti  e comportamenti, la fiducia che nasce dall’esempio, un’idea di grandezza”.

E che il nostro sia il popolo dell’opera buffa e della commedia nessuno vorrà negarlo, come nessuno vorrà disconoscere le pur numerose eccezioni di eroismo e di genio creativo fiorite sulla nostra pianta millenaria; senza dimenticare però che di eccezioni si tratta, anche nei loro esiti tragici, e che ben di rado hanno caratterizzato quella convivenza civile, quel sentimento di un destino comune da cui scaturiscono le Nazioni.

Così, non stupisce che, rispetto allo Stenio amaro analista meta-politico, si possa preferire l’autore di pagine memorabili come quelle che si ritrovano, ad esempio, in “Percorsi d’acqua” e che rinnovano nel lettore il piacere delle grandi nuotate solitarie, o quelle che, in “Vagamondo” o ne “L’onda del tempo”, evocano il brivido del contatto con luoghi e personaggi straordinari.

Oggi infatti i rituali di questa nostra tribù sembrano poter essere celebrati soltanto in privato – magari nella sua casa di Parigi, o nella mia di Roma – essendo altro lo spartito al quale si riferiscono i Direttori e gli orchestrali della musica pubblica di questi nostri tempi cinici e mediocri.

@barbadilloit

Di Giuseppe Del Ninno

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