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Figurine. Roberto Breda, il capitano silenzioso che a Salerno ha fatto (davvero) di tutto

Pubblicato il 19 Marzo 2019 da Giovanni Vasso
Categorie : Figurine

La malinconia non è altro che un ricordo inconsapevole. 

(Gustave Flaubert)

 

Ringhio Gattuso, ancora oggi, lo saluta come “capitano”. A Salerno, lui ha fatto tutto. Ci è arrivato da giovane promessa, s’è pigliato le chiavi del centrocampo portando la Salernitana dalla serie C fin lassù, in serie A. Poi ci ha chiuso la carriera da calciatore dopo aver indossato la maglia dell’ultimo grande Parma. Infine, ne è stato l’allenatore e lo ha fatto nella stagione più drammatica della storia recente del cavalluccio marino. Ah, già che c’era, a Salerno, Roberto Breda ha fatto anche l’assessore allo Sport.

Trevigiano, biondo, occhi azzurri. Parole pochissime, una sfinge imperscrutabile. Lascia parlare i fatti, il campo. Che, spesso, raccontano una storia di sudore, dedizione e grinta che le frasi di circostanza non potrebbero che esorcizzare nella loro banalità.

Sulle spalle il numero “quattro” che, nel sistema di gioco zemanista dell’allora sconosciuto Delio Rossi, pesa quanto un macigno. Deve interdire e impostare, pensare e correre. Già che c’è, gli tocca anche tirare anche le punizioni. A Salerno arriva nel ’93, in una situazione societaria a dir poco confusionaria e con i tifosi in contestazione ferocissima. Sarà invece un campionato esaltante, quello dell’annata 1993-94. La stagione scorre esaltante, il pubblico inizialmente gelido si infiamma nel duello a distanza con il Perugia di Gaucci e Cornacchini.

E Roberto Breda, che diventa subito titolare inamovibile, trova il modo di diventare subito idolo della curva Sud: una sassata dalla lunga distanza vale alla Salernitana la vittoria, al 76esimo, del derby in casa dell’Avellino.

 

Il culmine di quel cammino arriva al San Paolo, nella finale playoff contro la Juve Stabia dei veterani. L’esperienza, però, non basta: i granata vincono raggiungono un’inaspettata promozione in B. Segna anche lui, una doppietta la fa il compagno di reparto, Ciccio Tudisco.

L’anno dopo è ancora più esaltante: la stessa squadra, praticamente uguale, rischia – dopo un inizio stentato – una clamorosa promozione in A. Il sogno sfuma all’ultima di campioanto a Bergamo, dove i granata contro l’Atalanta giocano quello che è uno spareggio a tutti gli effetti. Chi vince, raggiungerà il massimo campionato. Il successo arriderà ai nerazzurri e Rossi, dopo un biennio spettacolare, lascerà Salerno.

Ma anche lui sa di aver lasciato qualcosa in sospeso. Delio Rossi torna a Salerno nel ’97 e mette su la squadra che vuole. A centrocampo arrivano i fratelli Tedesco, al centro della mediana non c’è dubbio: perché intanto Roberto Breda non s’è mai mosso dalla Campania. E le giocherà tutte, quell’anno, tranne una. Per la Salernitana è un trionfo: primo posto, record di punti (battuto poi anni dopo dal Torino), Marco Di Vaio, giovane promessa data per infranta all’Hellas e al Bari, si impone capocannoniere spietato del campionato. Il sogno della A, dopo cinquant’anni dalla prima e fino a quel momento ultima apparizione, è realtà nel 1998. Ma non si festeggia: l’alluvione ha fatto strage a Sarno.

 

Quel campionato in A sarà stregato. Eppure, a leggere oggi la rosa di quella squadra, capace di battere in casa Juve, Roma e Inter viene da chiedersi come abbia fatto a retrocedere. Di Vaio si conferma alla grande, Gattuso di ritorno dalla Scozia, l’emergente Di Michele che gela e intimorire a San Siro l’Inter di Ronaldo e Simeone. E poi il talento di Ighli Vannucchi che, con un gol disperato che fa tremare l’Arechi, regala alla Salernitana – alla penultima di campionato – la speranza della salvezza. Che, però, sarà gelata a Piacenza. Roberto Breda quel giorno è in panchina e al termine della stagione partirà per Parma.

A Salerno, Breda, ci ritorna da calciatore per chiuderci la carriera. Arriva nel 2003 e lascia il calcio nel 2005.

Nel frattempo, lo nominano assessore allo Sport, a Salerno. Dura poco l’esperienza istituzionale perché il richiamo del campo è così forte che decide di salutare tutti per fare l’allenatore.

Dopo la Reggina, che gli dà subito fiducia affidandogli la Primavera e poi la prima squadra, lo richiama la Salernitana. Sarà una stagione folle quella 2010-11; la società è in rotta, ha vissuto la tragicomica vicenda dell’italoamericano Joseph Cala che promette mari e monti ma poi non caccia una lira. E soldi in cassa non ce ne sono ormai da tempo. Ogni altra squadra si sarebbe letteralmente fusa. Quella invece percorre la sua strada fino in fondo e arriva a contendere all’Hellas Verona la promozione in B. Lui, Breda, motiva e mette in campo una squadra che lotta per onorare i tifosi che ci credono e che si assiepano in 25mila all’Arechi. Anche perché, se la Salernitana non sale c’è lo spettro del fallimento.

Purtroppo, le cose non andranno come sperato. I veneti, forti del successo dell’andata per 2-0, tengono botta e perdono “solo” uno a zero. Non basta. L’impresa che sarebbe stata uno schiaffo a tutto e tutti, svanisce. Il club fallisce, ripartirà dalla D con la proposta di Lotito e Mezzaroma. Il resto è storia nota e Breda, silenzioso, non può far altro che continuare per la sua strada.

E quando arriva a Salerno, da avversario, per lui sono sempre e solo applausi. Perché lì, in una piazza rumorosa, passionale e umorale, amano chi lavora sodo, in silenzio.

 

Di Giovanni Vasso

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