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L’intervento. La destra sociale e popolare sia contro l’euro moneta d’occupazione

Pubblicato il 21 giugno 2013 da Claudio Tedeschi
Categorie : La Destra riparte da...

euro-marco Le elezioni amministrative hanno confermato la situazione politica uscita dalle elezioni politiche di febbraio. La protesta riguarda oltre la metà del Paese; i due centri si equivalgono ed insieme rappresentano appena un quarto dell’elettorato. Il fenomeno «politico» di Grillo, prima istanza della protesta, si è immediatamente sgonfiato, quando gli elettori hanno capito che il movimento era incapace di gestire e sfruttare in chiave di governo la massa di voti.

Un risultato definito «storico» e festeggiato in alcuni casi, come dopo il ballottaggio a Roma, con l’invasione della Piazza del Campidoglio al canto di Bella ciao, è stato la scomparsa di una parte del Paese, presente da sessanta e più anni sulla scena politica: la destra. MSI, AN, Forza Nuova, Fiamma Tricolore, CasaPound, La Destra … dopo vent’anni di berlusconismo, tutto è soltanto storia.

Alla mattanza sopravvive la pattuglia di «ascari» guidati dalla Meloni, La Russa e Crosetto. Impossibilitati a rientrare nel PDL, hanno creato un «gruppetto» di sopravvissuti e trainati a rimorchio dal «vecchio» di Arcore, sono riusciti a strappare uno strapuntino sul treno della politica.

Gli altri? Illudendosi di contare qualcosa sul territorio, si sono preparati alle amministrative consci di essere all’ultima spiaggia. Così è stato.

La sinistra ha fatto il cappotto, grazie al popolo di destra e centro-destra (che orrore la parola «centro»!), che ha mandato un chiaro segnale: perché ti devo votare, se per me non hai fatto nulla, ti sei comportato peggio dei dc e dei socialisti della prima repubblica, e al momento opportuno, a livello nazionale, hai fatto comunella con la sinistra pur di stare al governo?

I cittadini nauseati hanno atteso invano, dopo i ballottaggi, i mea culpa e le assunzioni di responsabilità. Nulla. Al contrario, i perdenti, convinti di partecipare ad un gioco virtuale, hanno iniziato a incontrarsi (sempre gli stessi di prima, tra tromboni e trombati) per dare il via ad una ricostruzione della Destra.

Ancora? Quale Destra? Quella che fu creata dall’antifascismo militante e partitocratico, per giustificare la politica dell’arco costituzionale? Oppure quella che preferiva stare all’opposizione per lucrare di più dalla politica, piuttosto che cedere il potere, posto nelle mani del «capo», in cambio della possibilità di contribuire al miglioramento del Paese? Fiuggi fu l’esaltazione dei gregari, di tutti coloro che non contavano nulla, ai quali bastava recitare a memoria brani di grandi scrittori d’area, per sembrare grandi politici.

Il «Fuga» (al secolo Gianfranco Fini) vendette il partito, composto dalle seconde e terze file del MSI, al Cavaliere, per un piatto di lenticchie. Sdoganati da chi si dichiarava «antifascista» e «liberale», per vent’anni questi «quacquaraquà» hanno applaudito il loro padrone. E adesso vogliono ricostruire la Destra.

I responsabili del crollo, del fallimento politico di una intera classe dirigente, oggi pensano di far credere al popolo di destra che è stato tutto un gioco, basta «resettare» e ricominciare da capo. Parlano di valori, princìpi, bagaglio culturale … perché non se ne sono serviti quando erano al potere ed hanno avuto la possibilità di «cambiare il mondo»?

«Giorgita» Meloni, in una intervista su Libero del 18 giugno, afferma che non vuole i «vecchi colonnelli» nella «nuova destra». Nervosamente Storace gli ribatte che lei non è certamente «pulita», visto che è in politica da tre legislature, è stata vicepresidente della Camera, ha fatto il ministro, ora è capogruppo: sarebbe il caso che si desse una calmata. La reazione sembra sia dovuta al fatto che nella riunione a Milano organizzata da FdI, alla metà di giugno, a Storace gli hanno concesso 5 minuti di spazio per parlare, così come a tutti. Offesa!

La realtà è che tutti costoro, dal primo all’ultimo, che hanno ballato alla musica del Cavaliere, non sono più in grado di ascoltare la voce del Paese.

In Tunisia, il suicidio per fuoco di un ambulante ha portato alla rivolta dei gelsomini. In Italia, a Ercolano, un ambulante si dà fuoco e si impicca, e cosa succede? Nulla. Un passaggio in televisione, qualche titolo sui giornali, poi silenzio.

Questo perché il Palazzo ci ha imposto una moneta che non è la nostra; costringe alla chiusura imprese familiari con tasse e burocrazia, lasciando spazio alle multinazionali; accetta che siamo un Paese a sovranità limitata, ospitando basi straniere, i cui dipendenti comprano senza IVA, mentre noi la paghiamo anche per costoro.

Occorre recuperare la nostra sovranità nazionale, passando attraverso l’uscita dall’euro, tornando a stampare moneta. Dobbiamo uscire dall’UE, per creare una Confederazione di Stati sovrani e padroni del loro destino.

Non dobbiamo più piangere i nostri morti per guerre lontane combattute nel nome del petrolio e del gas, volute dalla globalizzazione economica.

Dobbiamo dare una speranza al popolo italiano e questo si può fare tornando a parlare la loro, la nostra lingua e non quella dei «padroni» di Francoforte. Perché questa è la verità, l’euro è una moneta di occupazione. Il suo vero nome è Marco (tedesco).

Se si vuol tornare a destra, sia una destra sociale e popolare, che ci riporti ad uno Stato al servizio ai cittadini.

I colonnelli sono finiti, ridateci i caporali.

* direttore de Il Borghese

Di Claudio Tedeschi

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