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Questionario proustiano sulla scuola #23. Miceli: “Il senso del tramandare conoscenza”

Pubblicato il 3 Febbraio 2019 da Silvia Valerio
Categorie : Scuola/Questionario proustiano

Scuola che passione (anche per i Simpson)

Enrico Miceli (Cosenza, 1980) è scrittore, autore di satira, sceneggiatore. Da giornalista ha scritto o scrive per Il Garantista, Linkiesta, La Provincia di Cosenza, Linus, Donna Moderna, Granta e molte altre testate. Di suo, in libreria trovate Humus (Castelvecchi), un romanzo feroce che scava nel mistero del Migliore dei Mondi Possibili: quello del male inestirpabile e, anzi, direttamente proporzionale al progresso della civiltà; l’e-book Proprio come la guerra, ambientato nella Spagna di Francisco Franco, e una vasta produzione di narrativa breve disseminata in riviste letterarie e raccolte di racconti. Che si tratti di satira abrasiva, descrizione giornalistica o narrativa di ‘fiction’, quella di Miceli è penna acuminata cui non sopravvivono le ipocrisie e il ridicolo tutto speciale della nostra contemporaneità. 

La scuola di oggi riesce a dare agli studenti gli strumenti per affrontare le necessità di questo tempo? È ora di riformare radicalmente i suoi programmi? Partendo da cosa?

“Tutto ciò che è tramandare conoscenza, dunque anche la scuola, è fondamentale per creare un filo continuo generazionale, per unire ciò che eravamo a ciò che saremo come popolo e come specie umana. Credo inoltre che ci sia una forte reciprocità tra chi insegna e chi impara. In un periodo così caotico, come quello in cui siamo calati, dunque, gli strumenti per affrontare le necessità di questo tempo, forse, prima che agli studenti, mancano agli insegnati, ai dirigenti scolastici, e via via fino al ministero e oltre. Probabilmente è la società tutta, in questo particolare periodo storico, che sembra non essere più in grado di saper gestire se stessa. La mia è ovviamente una generalizzazione. Ci sono molte persone in gamba, molti politici in gamba, molti dirigenti scolastici, professori e studenti in gamba. Ma è il contesto, a mio avviso, che non permette loro, spesso, di lavorare in armonia, con tranquillità, seguendo i “giusti” modi, le “giuste” regole, i “giusti” programmi. Trasformare radicalmente un sistema datato in uno più moderno potrebbe apportare dei vantaggi, ma non è sempre detto.  Forse, più semplicemente, dare più autonomia e più responsabilità agli insegnanti, lasciarli più liberi di coinvolgere gli studenti nei modi per loro più opportuni, dar loro modo di sperimentare, di stimolare e di essere stimolati, potrebbe essere una strada. Ma parliamo comunque di strutture che hanno pochi mezzi, pochi fondi da investire, e che a volte operano in edifici fatiscenti, in cui anche la carta igienica nei bagni, l’acqua o i riscaldamenti funzionanti sono un lusso. Non credo ci sia una soluzione semplice, ma credo che occorrano sicuramente maggiori investimenti e attenzioni da parte delle istituzioni. Questa mancanza di attenzioni istituzionali gli studenti l’avvertono, e credo che anche questo contribuisca a creare un muro generazionale che con il tempo potrebbe diventare molto difficile da abbattere”.

Che cosa cambierebbe, che cosa toglierebbe, che cosa introdurrebbe? 

“Cambierei, potessi, la mentalità di chi nella scuola ci lavora con rassegnazione e sconforto. Senza stimoli, senza idee, senza partecipazione e passione. La frustrazione di chi è insoddisfatto in primis di se stesso, dovrebbe essere bandita dalle scuole, perché non spetta a queste persone fare da modello alle nuove generazioni. Cosa introdurrei e cosa toglierei da un punto di vista più pratico non lo so, non voglio entrare nel tecnico perché non sta a me farlo. Forse potrebbe essere utile relazionarsi con gli studenti con un approccio che sia più divertente, che possa incanalare il loro interesse? Non lo so, ma mi viene da chiedermelo”.

Come potrebbe una buona scuola favorire l‘inserimento nel mondo del lavoro?

“Formando giovani in grado di pensare autonomamente. Formando persone in grado di capire che non tutto deve sempre e per forza essere fatto in funzione del lavoro”.

È ancora sensato puntare a una pedagogia di tipo etico-astratto, idealistico, invece che funzionale? Non è un prendersi in giro fingendo vivo un universo di valori assoluti che la storia recente ha ucciso? La formula “serve per aprire la mente” non ha il sapore di un’illusione?

“Direi che la storia recente ci stia dicendo invece che è il modello “funzionale” che rischia di portare l’uomo alla sua morte. E credo che questo derivi anche dalla perdita dell’ideale. Una pedagogia più idealista, meno funzionale al sistema neoliberista, credo sia l’unica strada, piuttosto, per cercare di resistere e provare ad abbattere un sistema incentrato solo sulla funzionalità economica, sul mercato, sul lavoro, sul potere. Un sistema che perde di vista l’uomo, il suo essere, il suo contesto, la sua identità. 

Le utopie, le illusioni, gli ideali, sono invece strumenti che, se ben gestiti, permettono all’uomo di compiere passi verso una crescita individuale e collettiva, cosa che permette all’uomo stesso, e al suo contesto, di vivere nel modo migliore possibile”. 

L’alfabetizzazione di massa è un problema ormai superato. Varrebbe la pena lasciare, fin dalle elementari, più libertà di scelta agli studenti e alle famiglie, sia per quanto riguarda la possibilità di specializzarsi in certi ambiti piuttosto che in altri, sia per quanto riguarda gli orari in cui frequentare la scuola? Mantenere magari un minimo di ore obbligatorie e renderne facoltative e personalizzabili altrettante?

“Non sono sicuro che l’alfabetizzazione di massa sia un problema superato fino in fondo. Dipende dal tipo di alfabetizzazione di cui parliamo. E’ sufficiente saper scrivere qualche frase sgrammaticata per ritenersi alfabetizzati? Saper leggere un testo senza capirlo fino in fondo ci rende dei lettori? Credo che per ottenere una vera alfabetizzazione di massa ci sia da lavorare ancora molto, e anche i mezzi di comunicazione hanno un ruolo chiave in tutto questo. Non è un problema che riguarda solo i ragazzi.

Per quanto riguarda il resto della domanda, la flessibilità degli orari, la possibilità di specializzarsi etc., francamente non saprei. Potrebbero anche essere buone idee, trovando un modo concreto per realizzarle, ma non so a livello organizzativo quali possano essere le eventuali problematiche, né a livello pedagogico quali effetti possano avere queste scelte”.  

Non è necessario, sempre, dalle elementari alle superiori, lasciare ai ragazzi del tempo per coltivare altre qualità oltre all’efficienza della mente?

“Sì, sono d’accordo. Credo che fin da bambini alle persone occorra sempre avere del tempo “vuoto”, il tempo per comprendersi, per scoprirsi e per riscoprirsi più volte”. 

È vero, almeno qualche volta, che “lo stupido istruito ha solo un campo più vasto per praticare la sua stupidità”?

“E’ una battuta divertente e potrebbe anche essere vera, ma dipende da cosa intendiamo per “istruzione”. Se con questo termine ci limitiamo a sottintendere l’addestramento, il nozionismo, il puro apprendimento tecnico, probabilmente è vero. Se però il termine lo intendiamo in modo più ampio, con un’azione diretta non solo sulle nozioni, non solo sulla logica, ma anche sullo spirito, allora difficilmente uno stupido istruito può essere considerato ancora uno stupido”.

silviavalerio2@libero.it

@barbadilloit

Di Silvia Valerio

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