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Cultura. Difendere la poesia e il patrimonio letterario italiano dall’orgia web

Pubblicato il 23 giugno 2013 da Renato de Robertis
Categorie : Cultura

d'annunzioSono ormai vasti i danni causati dalla massificazione dei processi culturali. La sublimazione  televisiva dell’arte e della letteratura genera prodotti  intellettuali mostri. A questo punto i danni, al patrimonio delle idee e alla produzione artistica,   hanno i caratteri  degli eventi storici tristi.  E’ avvenuta infondo una rivoluzione.  Una ‘rivoluzione inavvertita ’ (R. Simone) per la quale  si continua a scrivere che  il  prodotto letterario è  obsoleto,  è solo  un fenomeno di mercato,  la poesia  è morta, e   non esistono più autori  se tutti scrivono  sul web.

Eppoi, vai!,  non si vendono i libri, non si leggono libri di versi, quasi quasi chiudiamo le biblioteche!  La poesia dunque è defunta e l’esperienza poetica è stata definitivamente  sostituita dalla canzone, dalle composizioni  rap, e dalle confuse variazioni della dimensione lirica. Il dibattito  così sembra concluso. Gli studiosi accendono solo  qualche fiammella sulla trasformazione dei linguaggi poetici. Con buone pace di tutti, l’esperienza poetica è dichiarata inutile e la sua dimensione antropologica –  individuale  e  insieme collettiva, analitica e pure  ideologica – è scartata, dimenticata, affogata  su  facebook..

Dovremmo chiederlo a Marcello Veneziani: La  fine delle idee coincide con la morte dell’esperienza  in versi? Con questa premessa  è possibile domandarsi se la battaglia, per la difesa dell’esperienza intellettuale della poesia,  appartenga a quella sensibilità che non è disponibile alla svendita del patrimonio letterario italiano o  alla discesa nel dimenticatoio storico dei poeti del novecento o all’orgia del web che massifica linguaggi e tradizioni.

Siamo stanchi dei  paradigmi  dei  docenti di sinistra,   i quali  non furono e non sono in  grado di riconoscere che  grandi  poeti furono  D’Annunzio, Pound, Brasillach, Mandel’ stam,  Marinetti e Pasolini, sì proprio quel poeta  che si batté, con  intelligenza immensa , in  difesa dei  poliziotti  e delle memorie storiche italiane. La bandiera della difesa della produzione di versi  dovrebbe essere levata  da chi riconosce che  le esperienze dei linguaggi, quelli poetici, possono rimettere  in gioco la  dignità delle idee  o l’appartenenza comunitaria; un’appartenenza che,  ad esempio,  chiunque  può provare  con la  lettura di una lirica di Ungaretti.  E, naturalmente, per individuare delle esperienze liriche che parlino del recupero della memoria collettiva o della  conservazione dei valori  non è essenziale  ripartire dai vecchi  Moretti o Palazzeschi; è sufficiente affacciarsi su qualche antologia  contemporanea per  scoprire che vi sono poeti cattolici,  non di sinistra, che, con le  loro opere,  si battono  per  una cultura che  riconosca  la centralità dell’ educazione morale nella scuola e nelle famiglie.

Continui pure lo sberleffo verso i poeti! Continui anche la celebrazione sull’inutilità della poesia! Però qui si aspetta qualcuno che, interpretando Brecht , vorrà scrivere ‘Sfortunato il paese che non ha bisogno di poeti!’

In tale  ambito socio-culturale appare così il principio per schierarsi, per ordinare i piani dell’ ultima battaglia,  quella contro il degrado  morale contemporaneo, quella di uomini e donne che, con il disinganno della sconfitta nel cuore,  restano disponibili alla conservazione di una dignità italiana; uomini e donne  che si osservano nello specchio della solitudine politica e  dentro gridano  che un politico non può e non deve entrare/uscire dai tribunali o  che la poesia rappresenta una ‘frontiere’ dell’espressione critica, spirituale, quindi non commerciale, cioè una ‘frontiera’ infondo alla quale osservare e conoscere  la realtà.

E’  il momento di discutere sull’idea di poesia. Un’idea a volte generica, non di moda, sempre più minimalista. Un’idea,  non concepita dal vasto pubblico, che continua a far stampare raccolte di poeti, in cui  sono  presenti  voci  sì vive, ciononostante troppo lontane da richiami generazionali, dalla realtà sociale, dalle disperazioni quotidiane e storiche.

In questo quadro si fa  più chiara  la presenza di un luogo comune della critica,  vale a dire: se uno scrittore decide  di manifestarsi  come  ‘produttore’ di versi, in questa occasione  il suo lavoro in rime diventa minore  e, immediatamente, meno collegabile alla società contemporanea.

Ma è questo il momento per guadare, con i versi, alla contemporaneità.  Nella sua ultima opera, Giovanni  Raboni,   pochi anni fa,  ha prodotto  un  vero ‘testamento poetico’ in cui i collegamenti  –  tra l’artista  il cittadino e la società – sono  un punto di partenza per  ri-concepire   la creatività  lirica.

Raboni  – in ‘Ultimi versi’ (2007) –  ha concluso la sua carriera di uomo e di artista con un appello.  Leggendo le sue poesie, si ha forte la sensazione di incontrare l’arte in versi che desidera influenzare,  anche politicamente, il suo lettore; si ha così la nostalgia di ritornare a discutere,  a schierarsi. Peccato  che Raboni sia stato ‘uomo di sinistra’!

“ Nel  Trionfo dell’Impudenza

il cavalier  Menzogna

disdice quel che ha detto il giorno prima

ma lo fa confermare

da uno dei suoi scherani o manutengoli

per ottenere simultaneamente

l’effetto della prudenza e dell’audacia,

del moderatismo e dell’estremismo,

del perbenismo e della beceraggine:

tanto, lo si vede pensare

dietro la facciata di gomma o plastica

che gli serve da faccia,

mille volte più della verità

vale la garanzia di un sorriso.”

Di Renato de Robertis

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