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Cinema. “La grande bellezza” e l’amaro viaggio celiniano di Gep Gambardella

Pubblicato il 20 giugno 2013 da Giuseppe Losapio
Categorie : Cinema

jepLa bellezza è un viaggio, non è statica e ferma, è un continuo vagare tra le cose, persone e parole, ma quando questo viaggio è declinato secondo la categoria dell’effimero, a movimento cinico, svogliato, nichilista, allora questa degradazione diventa la grande bellezza: “I nostri trenini sono i più belli di tutta Roma, perché non vanno da nessuna parte”.

L’ultimo film di Paolo Sorrentino è un riso amaro che si muove diafano e spietato in una ricerca di radici ormai identificate in un qualcosa da mangiare: il cardinale papabile al soglio pontificio risponde alle mezze domande sulla spiritualità che assillano il protagonista con delle ricette; la Santa, una sorta di madre Teresa di Calcutta semplice e banale, le radici le mangia “perché ne ha bisogno”.

E’ un film che si muove su due incipit, che aprono e chiudono il lungometraggio del regista napoletano che dura circa due ore, lungo per i parametri del cinema italiano e per l’attenzione del suo pubblico, che, eppure, lo sta premiando trattenendolo nelle sale da quasi un mese! Due incipit, il primo ad apertura del film tratto dal Viaggio al termine della notte di Luis-Ferdinand Céline, il secondo a chiusura, l’inizio del nuovo romanzo di Gep Gambardella (interpretato da Tony Servillo), un sessantacinquenne giornalista dalle origini partenopee e scrittore di un solo romanzo giovanile da cui ha tratto ricchezze e onori e che dopo quarant’anni continua ancora ad essere citato anche se si è persa qualsiasi reminiscenza e trama.

“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. E’ un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. E’ dall’altra parte della vita”. Nell’incipit di Céline si rispecchia il film: viaggio tra la vita e la morte di Gep Gambardella, un sentimentale in pensione. E’ il suo comunitario viaggio nel nulla, è un voler riprendere Flaubert che voleva scrivere il romanzo sul nulla. Questo vuoto nel film è personificato da chiassose feste sulle terrazze romane, da aristocratici che si fittano per le feste, vecchie e grasse primedonne della televisione che sniffano cocaina, scrittrici ipocritamente impegnate che alla fine lavorano in televisione come autrici di reality, performer che spacciano per arte solitarie sbattute di testa contro i muri, ricche signore annoiate che giocano a far le ragazzine, il guru chirurgo plastico e il suo supermercato del botox, mondi e personaggi cantati dal re della mondanità romana.

Gep Gambardella è un intellettuale gramsciano perché organico alla vacuità che lo circonda: per raccontarla lui non si erge, ma si tuffa, s’immerge. Autore di un unico libro, L’apparato umano, si muove nella mondanità romana, una città paradigma delle grandi metropoli, con la battuta pronta e lo sguardo curioso. “Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire!”. Un amabile cinico che vive nella notte romana, la vive passeggiando, rubando immagini e sensazioni, dai tesori nascosti nei palazzi principeschi alle geometrie che disegnano gli abiti delle suore quando sfilano per la città, le lingue poliforme che si sentono per le strade, tutto è ispirazione per Gep, tutto è forma ed eleganza, ma non trova mai un suo sviluppo, infatti, alla domanda che tutti gli fanno sul perché non avesse mai più scritto un libro? Risponde sornione: “Perché so’ uscito troppo spesso la sera”, oppure perché “Cercavo la grande bellezza ma … non l’ho trovata”.

Eppure l’arcano si svela, quando piccoli scossoni rompono questo suo equilibrio, quando viene a sapere della morte del suo unico amore di tutta una vita, quell’amore per cui lui aveva costruito la sua vita, un po’ per rinfacciarli il suo dolore, po’ per poterla riaccogliere al suo ritorno. Quell’amore che sceglierà un altro uomo che non potrà dargli figli, un uomo che dopo la sua morte preferirà mettersi insieme ad una donna dell’Est per consumare una vita normale. A questo secondo schiaffo, Gep reagisce andando alla ricerca delle sue radici, decentrare il nulla alle origini su quello scoglio vicino al faro, dove quarant’anni addietro vide per la prima volta il corpo nudo del suo unico amore: la grande bellezza.

E dal candore della sua pelle che Gep inizia a scrivere la sua seconda opera, lì dove aveva iniziato con la prima. Rimette in moto questa eterna invenzione, questo trucco chiamato vita dove solo la nascita e la morte sono i dati reali e il resto”…è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Quel posto si chiama vita”.

Di Giuseppe Losapio

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