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Poesia. Appunti in margine della lettura di “A cena col cinghiale” di Mariella Ceglie

Pubblicato il 10 Gennaio 2019 da Sandro Marano e Daniele Giancane
Categorie : Libri

Insegna romana della Legio XX Valeria Victrix

La poetessa barese Mariella Ceglie in questo libriccino, A cena col cinghiale (edizioni La matrice, pp. 52, € 8), si muove con disinvoltura tra gastronomia, cronaca e mitologia. La plaquette è costituita da un’ode al cinghiale e da venticinque haiku; ed è preceduta e seguita da due note semiserie del sottoscritto, che illustrano le circostanze della composizione e la valenza simbolica del cinghiale. Se volessimo inserirla in un genere letterario, potremmo accostarla, fatte le debite differenze stilistiche e tematiche, al filone carnascialesco, scanzonato e giocoso, in particolare al Bacco in Toscana del Redi. 

Per quanto riguarda il cinghiale troviamo riferimenti sia nella letteratura latina che in quella italiana. Nelle favole di Fedro il cinghiale ha un ruolo per lo più marginale, salvo che nella 29^ del I libro (“l’asino e il cinghiale”), dove il cinghiale simboleggia la forza, il rango, la saggezza di fronte all’insolenza plebea dell’asino. Ovidio ne parla nel X libro delle Metamorfosi a proposito del mito di Venere e Adone. Venere raccomanda invano Adone, che va a caccia, di essere prudente:

<< Evita di essere temerario… e non stuzzicare le belve che la natura ha fornito di armi… la tua bellezza e tutte le altre tue doti che ammaliano Venere non toccano i leoni e gl’irsuti cinghiali, non catturano il loro sguardo e non scalfiscono il loro cuore>> (vv. 544-549)

L’imprudenza, Adone la paga con la vita: 

<< Fulmineo il truce cinghiale, roteando il grugno, si strappò la picca intrisa del proprio sangue e, inseguendo Adone, che disorientato cercava scampo, nell’inguine gli cacciò tutte le zanne, facendolo stramazzare ormai moribondo nella bionda rena.>> (vv. 713-716)

C’è da rilevare che il mito ovidiano di Adone e Venere conobbe grande diffusione e popolarità nel tardo Rinascimento e nel Barocco soprattutto nella pittura: citiamo, tra i maggiori pittori dell’epoca, Tiziano, Rubens, Ribera, Lamberto di Amsterdam, Cornelis Holsteyn, Luca Giordano (gli ultimi tre dipingono sullo sfondo anche il cinghiale in fuga inseguito dai cani); ma anche nella letteratura (come l’Adone di Giambattista Marino) e nella musica (Monteverdi). Potremmo chiederci perché questo tema sia così ricorrente e quasi ossessivo in quest’epoca. Se è vero, come scrive il filosofo Ortega y Gasset, che verso il 1600 “sorge una nuova forma di vita, un uomo nuovo, l’uomo moderno”, che è il risultato “di una grave crisi storica che durava da due secoli”,    possiamo allora avanzare un’ipotesi: la crisi dei secoli XV e XVI è ormai alle spalle, la ragione matematica e scientifica ha preso il posto di Dio come credenza fondamentale e, ciò nonostante, viene sentita come irrimediabile la fragilità dell’amore e della bellezza di fronte al destino mortale che pur sempre sovrasta l’orgogliosa affermazione dell’io (Cartesio) e della scienza (Galileo) del tempo. L’uomo razionalista dell’età moderna esorcizza nell’arte la paura della morte.

Ma torniamo alla letteratura latina. Lucrezio ne parla del cinghiale in vari passi del V libro del De rerum natura. Dapprima lo cita per irridere le fatiche di Ercole:

<< Saremmo proprio assai ingiusti se volessimo dare / un merito più consistente alle fatiche di Ercole: / che cosa potrebbero farci il leone Nemeo / con le sue fauci aperte, o il terribile cinghiale di Arcadia? >> (vv. 22-25). 

E poi cita i cinghiali, insieme ai tori e ai leoni, come animali indomabili, che non possono essere utilizzati in guerra impunemente:

<< Provarono a fare la guerra usando anche i tori, / lanciando contro il nemico cinghiali infuriati >> (vv. 1308-1309), 

ma questa trovata si ritorse contro, perché:  

<< I rudi cinghiali straziavano chiunque avessero avanti / inferociti dai colpi dei giavellotti infilzati, / e seminavano strage tra armati di tutte le parti / senza far distinzione di cavalieri e cavalli.>> (vv. 1326-1329)

Anche Orazio cita i cinghiali in varie sue opere. Nella 6^ delle Epistole del I libro per irridere un parvenu, un tal Gargilio il quale, per apparire, faceva sfilare di mattina nel foro schiavi, quadrupedi, spiedi e cacciagione, ma al rientro a casa 

<< offre lo spettacolo d’un mulo, uno solo, carico di un solo cinghiale peraltro comprato >>;

nella 12^ delle Odi del libro III, il poeta di Venosa ci parla dell’innamorata infelice che ammira l’abilità dell’amato per il suo 

<< veloce saettare sul cinghiale che si nasconde nella fitta boscaglia >>;

e nella 22^ del III libro (invocazione a Diana):

<< Sia sacro a te il pino che sovrasta / questa mia villa: a fine d’ogni anno / gli darò, lieto, il sangue d’un cinghiale / ancora giovane.>>

E finalmente nelle Satire – ed ecco un significativo precedente per “A cena col cinghiale” – compare il cinghiale come pietanza succulenta, o con varie distinzioni:

<< il cinghiale dell’Umbria, nutrito di ghiande / di leccio, fa piegare i rotondi vassoi / di chi non ama la carne flaccida, quello / di Laurento è cattivo, infatti, ingrassato / com’è di erbe palustri e di canne >> (II, 4);

o descrivendo una cena luculliana:

<< come antipasto, cinghiale lucano >> (II, 8), evidentemente tra i più prelibati e non solo per ragioni di campanilismo.

Nel medioevo il cinghiale simboleggiava le forze demoniache contro cui combattono i Santi e così viene sempre rappresentato nei Bestiari. Ercole, che cattura il cinghiale Erimanto, veniva assimilato a Cristo o al Sansone biblico a rappresentare il trionfo del bene sul male. 

Dante lo cita nel XIII canto dell’Inferno, dedicato a Pier delle Vigne e ai suicidi tramutati in sterpi doloranti e sanguinanti. Il paesaggio infernale di questo girone ricorda alla lontana quello allora molto più selvaggio della Maremma:

<< Non han sì aspri sterpi né si folti / quelle fiere selvagge che ’n odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi colti. >> (vv. 7-9);

e poco dopo, descrivendo una caccia infernale: 

<< Noi eravamo ancora al tronco attesi, / credendo ch’altro ne volesse dire, / quando noi fummo d’un romor sorpresi, / similmente a colui che venire / sente ‘l porco e la caccia a la sua posta / ch’ode le bestie, e le frasche stormire >> (vv. 109-114). 

L’Ariosto riprende il paragone dantesco nel X libro dell’Orlando furioso, parlando del re Cimoso che tende un agguato ad Orlando:

<< E dietro un canto postosi di piatto / l’attende, come il cacciator al loco, / coi cani armati e con lo spiedo, attende / il fier cingial che ruinoso scende; / che spezza i rami e fa cadere i sassi, / e ovunque drizzi l’orgogliosa fronte, / sembra a tanto rumor che si fracassi / la selva intorno, e che si svella il monte. >> (ottave 73-74).

Per avere un’immagine diversa, una parola compassionevole, un canto che sia dalla parte del cinghiale, dobbiamo attendere il Novecento, dunque, fare un salto di secoli e affidarci alla levità del poeta ligure Giuseppe Conte: 

<< Il cinghiale d’amore grande e fioccoso / chioma d’un albero nano / è solo tra tanta ferocia / di lance puntate, di coltelli / costruiti per scannare. Ha la sua goffa / grazia di innocente. // Dicono che devastava gli orti, i / mirteti, le lunghe siepi di rose. //   Ma che cosa poteva fare lui, se non / correre, odorare, distruggere? Il sangue d’amore / non vuole organi sottili, statici. >> (da L’oceano e il ragazzo, sezione Animali etruschi).

Non possiamo, però, escludere che al termine della piacevole lettura dei versi di “A cena col cinghiale” verrà davvero, al lettore o all’ascoltatore, l’acquolina in bocca.

@barbadilloit

 

Di Sandro Marano e Daniele Giancane

Una risposta a Poesia. Appunti in margine della lettura di “A cena col cinghiale” di Mariella Ceglie

  1. C’è sempre un Conte che fa meno danni di un altro…. Viva il prosciutto di cinghiale!

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