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Cultura. La solitudine in Pavese, Gadda e Buzzati

Pubblicato il 6 dicembre 2018 da Umberto Petrongari
Categorie : Cultura

Il viandante di Friedrich

Tale scritto è espositivo del contenuto di tre romanzi di autori italiani (in ordine, di Pavese, di Gadda, di Buzzati). In essi i loro autori affrontano in particolare la tematica della solitudine umana. Oltre dunque ad offrire la semplice esposizione di essa, i lettori potranno anche cogliere affinità e differenze tra le prospettive espresse nelle tre opere dai tre suddetti letterati.    

La più totale inconciliabilità tra uomo e mondo costituisce la tematica complessiva dell’ultimo romanzo di Cesare Pavese (non farò riferimento ai suoi personaggi e alle sue vicende, dando per scontato che il lettore ne sia a conoscenza). Se infatti, nel fondo soffocato del suo animo, ogni uomo è – più che fraternamente – la carne di ogni altro uomo, la dura vita lo costringe a contrapporsi alla natura e a ogni suo simile (suo pari), nel vano obiettivo di auto-affermarsi individualmente, quindi su ogni cosa e persona. La natura, che nella Luna e i falò viene per lo più descritta nella sua asprezza, necessita già da sempre un comportamento volto a combatterla per non perire fisicamente, o comunque per resisterle, per non farsi travolgere dalla sua veemenza. Per evitare una vita di stenti è necessario fronteggiarla affannosamente ogni giorno con sudore e fatica. Il mondo contadino assume allora per Pavese una connotazione decisamente negativa: più si arretra in direzione del passato, maggiori sono i pericoli e le insidie naturali cui l’uomo và soggetto. Ebbene, la ‘luna’ e i ‘falò’ rappresenterebbero quanto della natura non si conosce ancora, ignoranza che non consente la sua dominazione. Tale lacuna conoscitiva è colmata dalla superstizione, palliativo che alleggerisce un po’ l’esistenza dell’uomo, adducendogli un po’ di – sia pure infondata – serenità. Uno scopo analogo paiono averlo le festività che ciclicamente si verificano nel suddetto mondo: lo scopo della festa, del divertimento, è stordirsi, non pensare, per qualche tempo, alla natura e alla società, dunque alle durezze e alle amarezze della vita in genere.

Se infatti la natura provoca disagi materiali, la società provoca disagi spirituali. Sotto la spinta del condizionamento sociale ogni uomo incita malevolmente ogni altro uomo a divenire socialmente ‘qualcuno’. Ma la spinta a non essere e a non sentirsi delle ‘nullità’, viene pagata con lo scotto della perenne insoddisfazione e di una lugubre solitudine. L’uomo è solo nella sua lotta individualista contro tutto e tutti: ciò, a detrimento degli affetti e delle relazioni umane, che sono invece le cose che contano davvero. Per Pavese, fra l’altro, tali aspetti positivi dell’esistenza devono aver poco di sentimentale: dovrebbero essere invece – per così dire – piuttosto ‘ruspanti’, vivaci. 

Ma la malinconia non abbandona mai – in modo quasi maniacale – i pensieri del letterato delle Langhe, sempre concentrato sul destino di dispersione e morte cui ogni vita irreparabilmente soggiace: le ‘stagioni’, in tale suo più celebre romanzo, rappresenterebbero le età della vita (la primavera la nascita, l’estate la giovinezza, l’autunno la vecchiaia, l’inverno la morte). La caducità dell’esistenza, la fugacità della giovinezza, la perdita degli affetti e gli acciacchi che tali due fenomeni rispettivamente comportano, sono motivo per Pavese di grande tristezza. Ciò cui egli nel profondo aspira è l’ ‘ideale’ (un’ideale irrealizzabile). Il mondo dovrebbe cioè il più possibile incarnare la stabilità dell’ ‘Idea’. La vita dovrebbe esser ferma, cristallizzata, in una dimensione di massimo vigore, di pienezza, una gioiosa vitalità dovrebbe da sempre e per sempre caratterizzare l’esistenza di chi la abita.         

Andando all’osso per quel che riguarda La meccanica di Carlo Emilio Gadda, i suoi protagonisti sono la bella Zoraide, sposata con il socialista Luigi Pessina e amante del più giovane e ben più attraente di quest’ultimo, Franco Velaschi. Prescindendo dal raccontare l’intreccio del romanzo, andrò subito al sodo relativamente ai più interessanti contenuti, rispetto alla trama narrata, di esso, non potendo inoltre prescindere dal parlare dello stile con cui è scritto. 

Ambientato nel corso della prima guerra mondiale e negli anni ad essa immediatamente precedenti, il suo scrittore milanese ironizza, sbeffeggiandoli, tanto sui valori dei nazionalisti, quanto sui valori dei socialisti di quel tempo. Lo fa utilizzando uno stile ampollosamente aulico, sia quando parla dei valori degli interventisti, sia quando si sta riferendo all’umanitarismo e allo scientismo progressisti dei socialisti. Se infatti dietro l’esaltazione dell’eroismo si nasconde l’orribilità della guerra e il fatto che essa sia voluta dai poteri forti per il solo loro accrescimento, altrettanto inconsistenti sono i valori umanitari che falsamente riempiono la testa dei socialisti, in modo cioè ipocrita (o perlomeno stupido, o anche – magari – illusorio).

Ma ‘musicale’ (intendendo per ‘musica’ la quintessenza della retorica, ossia dell’astratta falsità, dell’artificio inconsistente) è anche la descrizione, espressionista e barocca, della bellezza, aggraziata ma prorompente, della giovane Zoraide: anche il valore della bellezza è in fondo vano, eppure sarebbe per Gadda il più consistente dei valori che si offrono a questo mondo. Lo scrittore milanese si riferisce al valore della bellezza più esteriore o appariscente e alla connessa sessualità, che altro non è che tenue odio dell’amante nei confronti della persona amata: amandola la consuma, la uccide simbolicamente (divenendogli indifferente), il che si esprime nel dolce torpore che segue il compimento dell’atto sessuale. E ciò che trattiene l’amante dall’uccidere effettivamente l’amato è l’assenza in esso di patologiche (che dunque, per Gadda, sono da respingere) perversioni (ad esse – nella loro connotazione più tipicamente sessuale – lo scrittore fa riferimento nel romanzo attraverso la narrazione di una certa vicenda, facendo inoltre anche riferimento al sadismo delle forze dell’ordine del tempo in cui esso è ambientato). Inoltre il sesso – così come tutta una relazione amorosa – non può essere mai tale da soddisfarci a pieno, permanendo entrambi gli amanti – costantemente in essa – almeno un po’ soli e sempre un po’ frustrati. Eppure Gadda sembra accettare piuttosto serenamente lo stato di cose che ho appena concluso di descrivere. Per Gadda, dunque, la saldezza di un rapporto viene a dipendere dalla fugace gioventù e dalla bellezza soprattutto fisica che tale età della vita comporta, al di là di ogni altro valore, che sarebbe quindi insussistente.

I temi della Meccanica ricordano abbastanza quelli affrontati da Louis-Ferdinand Céline in Viaggio al termine della notte, nonostante uno stile angoscioso, dissonante e allucinatorio caratterizzi tale primo romanzo dello scrittore francese. Una capacità d’analisi piuttosto lucida, articolata e profonda dei ‘malriusciti’ mancherebbe però in Gadda (il che costituisce forse il limite della Meccanica). Per Céline il dare superficialmente importanza alla sola esteriorità rappresenterebbe addirittura la soluzione più ragionevole della problematica esistenziale, cosa che però – del resto – non verrebbe a dipendere propriamente da noi, ma – fatalmente – dalla nostra fisiologia e dalla nostra fisionomia: una fisionomia brutta e una fisiologia malaticcia condizionerebbero anche la salute della nostra mente. Essa – se malata – ci indurrebbe a fare una vita di stenti, nonché addirittura – nel peggiore dei casi – di orrori.

È possibile che Dino Buzzati, nel Deserto dei Tartari, abbia criticato l’idea borghese di attuato progresso, così come viene, in particolare, a configurarsi nella filosofia di Hegel?

In tale romanzo la giovinezza del suo protagonista, il militare Giovanni Drogo, verrebbe allora a rappresentare la prima epoca fenomenologica della ‘bella eticità’, la Fortezza Bastiani esprimerebbe l’umanità che ha realizzato definitivamente il progresso (anche scientifico, reso forse possibile                 per Hegel dall’ ‘alienazione’), il deserto in cui è collocata la condizione di essa tutta, in tale situazione di massimo avanzamento storico. L’attesa invano dei Tartari sarebbe una metafora della ‘fine della storia’, in cui per l’uomo non ci sarà più nulla da attendere.

Se la suddetta ‘prima epoca’ della storia era ingenuamente caratterizzata dalla credenza in valori quali l’amore, la bontà, la grandezza, il disinteresse, l’eroismo, l’uomo evoluto scorge invece alla base di tali virtù l’egoistica utilità personale, non offrendosi altro valore al mondo al di fuori di essa. Questa è perlomeno l’interpretazione che, ad esempio, Marx piuttosto che Croce, forniscono del suddetto pensatore tedesco. Lukács fa addirittura di Hegel il precursore di un amareggiato esistenzialismo borghese: superato, ad esempio, il problema della fame nel mondo, fastidiose, seccanti, esigenze quali l’avere appetito e la noia non potranno comunque mai venir meno (io credo invece che, al pari di molti pensatori moderni, Hegel abbia ignorato – con infondato ottimismo – problemi esistenziali di tal sorta, considerando superficialmente l’uomo dell’attuato progresso un uomo felice).

Le ferree regoli militari vigenti all’interno della fortezza rappresenterebbero sia il rigido esercizio etico-utilitaristico da parte del borghese evoluto (imposto magari da un intransigente ‘Stato etico’), che la sistematica, costante e inflessibile applicazione di principi tecnico-scientifici alla Natura, allo scopo di dominarla totalmente e incessantemente.

Ebbene, in tale ipotetica situazione di pieno miglioramento storico, per Buzzati l’uomo sarebbe tristemente solo e annoiato (tali ultime due cose non possono dunque prescindere l’una dall’altra). Il ‘deserto’ costituirebbe la metafora di tale condizione umana, in cui l’uomo persisterebbe tuttavia – insensatamente – in un mortifero vivere.

Distrutto ogni valore, tra tali macerie, c’è per Buzzati qualcosa che resta in piedi? Drogo, vecchio e malato, non può dar prova del suo coraggio quando se ne presenta finalmente l’occasione:            l’esercito del Nord avanza lentamente ma minacciosamente in direzione della fortezza. In un mondo in cui è l’egoismo a farla da padrone, a cosa si riduce l’eroismo se non ad una mera forma di vanità, di mero riconoscimento personale? È dunque una forma – sia pure estrema – di attaccamento alla vita.

Si presenta tuttavia a Drogo la possibilità di affrontare la temutissima (però irrazionalmente) morte: da solo, senza spettatori, quindi con autentico coraggio. Rinnegando la vita e i suoi vani principi (da cui ogni uomo è, per così dire, completamente avviluppato), il protagonista del romanzo vincerà dunque la vita stessa: una davvero eroica generosità, fine a se stessa, consistente nel più estremo sacrificio che un uomo possa compiere, lo nobiliterà nel modo più autentico.       

@barbadilloit

Di Umberto Petrongari

Una risposta a Cultura. La solitudine in Pavese, Gadda e Buzzati

  1. “…l’idea borghese di attuato progresso”? Ma che cosa mai vuol dire quel ‘borghese’ appiccicato a qualche sostantivo? Perchè mai il progresso o la scienza o la tecnologia dovrebbero essere ‘borghesi’? Non sarà solo il rimasuglio di una terminologia e storiografia vetero-marxista – magari mal rimasticata pure ‘a destra’ -che in realtà non significa nulla?

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