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Teatro (di P. Isotta). Gli eccellenti rampolli, le regie che lacerano i testi e il silenzio dei “critici”

Pubblicato il 1 dicembre 2018 da
Categorie : Cultura

I palchi del Teatro alla Scala di Milano

Sabato si aprirà la stagione dell’Opera di Roma col Rigoletto di Verdi diretto da Daniele Gatti con la regia di Daniele Abbado.  È figlio del famoso direttore d’orchestra; il padre non è mai salito sul podio avvalendosi d’ una regia del figlio, come invece fa Riccardo Muti. Ha la sua Chiara, attrice e regista, e ormai i suoi allestimenti operistici non possono prescindere dalla rampolla: com’è avvenuto il 25 novembre per l’inaugurazione del San Carlo con un corretto e soporifero (mi dicono) Così fan tutte di Mozart. Tutti i giornali, stampati e “in rete”, hanno detto mirabilia di padre (settantasettenne, ma corvino di capelli) e figlia, sebbene si tratti d’un lascito del (politicamente) defunto Nastasi. Anche dei morti hanno paura.

La Scala s’inaugurerà con l’Attila di Verdi. Direttore Riccardo Chailly (egli, sessantacinquenne, i capelli li porta mogano-rame), regista Davide Livermore.  L’allestimento sarà “di rottura” e, com’è ovvio, si svolgerà nell’epoca attuale. Il Maestro a tal punto teneva all’esattezza storica della produzione che, assente da Roma, incaricò l’amico Luccardi di mandargli uno schizzo del sublime affresco di Raffaello nella Stanza di Eliodoro dipingente Leone Magno che ferma il re unno alle porte di Roma: e se ne ispirarono Alessandro Algardi per il rilievo allocato nella Madonna della Colonna, Girolamo Muziano per l’affresco pure vaticano e il probo Francesco Borgani. Il quadro di tale pittore si trova nella piccola pieve di Governolo, sul Mincio: pare che fin lì, e non presso il Tevere, il Papa si fosse spinto per trattare col monarca invasore, scena capitale dell’Opera.  Gl’ interpreti attuali di Verdi lo ignorano. Non ce l’ho con questo Livermore, né con Abbado junior: fanno il mestiere di regista, ossia, come oggi lo si intende, di distruggere i testi che rappresentano: ma con lo Chailly, al quale, locupletatissimo e responsabile artistico della Scala, conviene che l’opera del compositore nazionale venga dilacerata.

Il maestro Gatti (da castano, oggi corvino) promette un Rigoletto “innovatore”. Tale sarebbe se riuscisse a rispettare la partitura di Verdi per com’è effettivamente scritta; ne ho qualche dubbio. Ma accetta che il regista ambienti la vicenda sotto la Repubblica di Salò. Verdi vuole una Mantova rinascimentale, scrive danze in stile antico per ambientare storicamente la vicenda, e il Mincio te lo fa sentire con pochi tratti durante una tempesta notturna. Gatti, a differenza di Chailly, ha studiato composizione: chi glielo fa fare? Difendesse l’opera drammatico-musicale di Verdi, e assumerebbe un ruolo “innovativo”. Ma i giornali, le televisioni, i blog, non parlerebbero di lui. I volgarissimi del “generone” e gli arricchiti vecchi e nuovi di regime andranno ad applaudirlo, come a Milano Chailly, come a Napoli Muti e figlia. Dice Flaubert, nell’epitaffio del visconte Dambreuse dell’Educazione sentimentale, ch’era così avido di soldi e di riconoscimenti, che “avrebbe pagato per vendersi”.

Ancora mi ripeto. Perché dalle nostre tasse debbono prendersi i soldi per sostenere costoro e consentire a quattro cretini sfaccendati di applaudir loro e correre ad abboffarsi, neanche finiti gli applausi, ai pessimi cocktails-cena in piedi che seguono? Non ci sono Taranto e Bagnoli, atroci piaghe sociali ed ecologiche da risanare? Non c’è la disoccupazione giovanile al sud? Non ci sono i cosiddetti critici musicali da inviare negli altoforni ad apprendere che cos’è il vero lavoro, invece di campare con le cronache rosa sui miracoli dell’accoppiata padre-figlia?

 

*Da Il Fatto Quotidiano del 30.11.2018

www.paoloisotta.it

@barbadilloit

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