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Storia e storie (di G. Del Ninno). La prima guerra mondiale sulla pelle dei soldati

Pubblicato il 5 Novembre 2018 da Giuseppe Del Ninno
Categorie : Scritti

Soldati italiani nella Prima Guerra Mondiale

Tempo balordo. Piogge a dirotto fino a ieri, poi tempeste di vento che hanno spazzato via nuvole nere gonfie d’acqua, e ora un cielo azzurro come d’estate. Tuoni, fino a ieri, e da stamattina il rombo dei cannoni, in una cupa successione di toni, prima profondi e scuri, poi via via secchi e penetranti; sempre alte le loro tracce fumiganti sopra il budello di terra, pietre e assi di legno dove sono assiepati a decine, a centinaia, i fanti del suo reggimento. Da qualche minuto le artiglierie sollevano fontane di fango più basse: i grossi calibri hanno ceduto il passo ai cannoni di medio calibro. Presto sarebbero usciti dalla trincea per lanciarsi contro quella nemica, a poche centinaia di metri.

 

Gli uomini avevano già innestato le baionette sui loro moschetti; Manlio aveva indossato l’elmetto e stringeva il calcio della sua rivoltella, ancora nel fodero. Il capitano comandante della sua compagnia si era issato a metà della scaletta, accanto a lui, e guardava col binocolo davanti a sé. Ecco, ora gli stava facendo cenno di affiancarlo e gli porgeva il binocolo: davanti ai suoi occhi, si apriva uno scenario lunare, sotto quel cielo così incongruo rispetto al terreno devastato dalle esplosioni continue, butterato come il dorso di un gigantesco pachiderma. S’intravedevano i reticoli recisi dagli arditi poco prima dell’alba, e le sagome nere di alberi secchi riarsi, fra uno spruzzo di terriccio e l’altro.

 

“Allerti i suoi uomini, tenente, e al mio segnale fuori come un sol uomo”. Come le altre volte che aveva vissuto questo momento, il cuore di Manlio aveva preso a battere forte nel petto, e la mente correva alla famiglia lontana, a Napoli, dove sotto quello stesso cielo avrebbe visto, dal balcone di casa, non già una distesa di terra bruciata, ma lo specchio pacifico del mare, azzurro come quel cielo. Un nuovo assalto, il settimo in pochi mesi, alla testa di uomini che avrebbero seguito i suoi passi veloci e il suo esempio. Figli, fratelli, commilitoni.

 

Stavolta però c’era qualcosa di nuovo: uno dei suoi uomini, rannicchiato a pochi metri da lui, in uno spazio vuoto creatogli intorno dai compagni, sembrava in preda alle convulsioni. Urlava e piangeva, non si riusciva a capire cosa dicesse, ma era evidente che il panico si era impossessato di lui. E’ Sciarrillo, uno dei pochi sopravvissuti del suo reparto, un ragazzo della Sanità che sulle prime Manlio non aveva riconosciuto, un volontario che si era fatto crescere dei baffetti, per sembrare più grande.

 

“Gli spari!”, urla il capitano, e ripete: “Gli spari!”. Una calma improvvisa cala nella testa e nel cuore di Manlio, una calma decisa e tagliente, che gli fa profferire parole che mai avrebbe immaginato di rivolgere a un superiore: “Io sono qui per sparare al nemico, non ai miei uomini”. E subito dopo, lasciando di stucco il capitano, si era mosso verso il soldato che non riusciva a frenare i singhiozzi, lo aveva sollevato per il bavero e lo aveva schiaffeggiato. In quel preciso istante, l’artiglieria aveva cessato il suo cupo concerto: il capitano, riavutosi dalla sorpresa, aveva stretto il fischietto fra le labbra e Manlio, con tutto il suo reparto, sciabola in pugno, si era lanciato fuori dalla trincea al grido “Savoia!”, che risuonava lungo tutta la linea del terrapieno, ormai alle loro spalle. Via di corsa, sotto il crepitare della mitraglia, senza guardare i compagni colpiti cadere di qua e di là, via urlando e sparando, rotolandosi fra i varchi del filo spinato, quasi passando fra una gragnuola e l’altra, pronti a dare la morte o a riceverla.

 

Il tempo di guardarsi intorno, per verificare la consistenza del reparto e la distanza dalla trincea nemica, appena dietro un esile tronco annerito, ed ecco una fitta lancinante alla gamba, e un attimo dopo un venir meno quasi dolce e veloce; ecco davanti agli occhi – o nella mente? – sfilare una serie di volti e di luoghi cari, sorridenti, non spaventati, ed ecco il buio e il silenzio, improvvisi, nel turbine circostante di esplosioni, di urla, di lamenti; ecco un peso, un corpo, un altro cadergli addosso, e nessun dolore. Silenzio.

 

Una colonna militare italiana verso il fronte nella prima guerra mondiale

Notte. Freddo. La bocca impastata di fango. Il tentativo di rialzarsi, ma le gambe non rispondono ai comandi del cervello: la destra gli fa molto male, ma dalla bocca non gli esce neppure un lamento, e proprio il cervello riprende a dialogare con la coscienza, freddamente, senza cedere alla paura, all’angoscia. Era stato colpito, chissà se da una scheggia o da un proiettile; era sotto i corpi di due, forse tre commilitoni, che la vita l’avevano perduta, chissà, forse per soccorrerlo: lui era stato più fortunato. Fortunato? Ricordava abbastanza bene il momento dell’assalto e poi del colpo che l’aveva abbattuto: più o meno doveva trovarsi a metà strada fra le due trincee. Avrebbero recuperato i feriti? Gli era già capitato di aver guidato una pattuglia che, in una sorta di tregua tacitamente concordata, aveva riportato indietro i compagni colpiti; ma stavolta?

 

Aveva deciso di aspettare le prime luci dell’alba, ma ora sentiva che le forze gli venivano a mancare: chissà quanto sangue aveva perduto. No, non poteva permettersi di aspettare: lo doveva alla sua Ginevra, alla piccola Titina, che gli avrebbe teso le braccine, quando sarebbe apparso sul vialetto del giardino di casa, al piccolissimo Peppino, quel fantolino che aveva avuto appena la possibilità di conoscere, prima di partire per il fronte. Ginevra: se la rimirava con gli occhi della memoria e dell’amore, davanti al cavalletto, intenta a dipingere e si vedeva posarle un bacio furtivo – che non vedesse la bambina! – sui capelli a stento trattenuti da pettini e forcine e raccolti in un turgido chignon…

 

Doveva esserci un fiume, poco distante, laggiù, sulla destra, prima delle linee nemiche; ma non ne percepiva né il fragore né il fruscio, e ancora più in là, lontano, una città, Monfalcone, uno degli obiettivi dell’offensiva… Ma ormai tutto questo, nella landa fangosa e desolata, cosparsa di corpi inerti, non lo riguardava più; per lui, in ogni caso, la guerra era finita. Tese l’orecchio: era un lamento, questo? Si sentiva sempre più debole: doveva tentare qualcosa. Cercò di piegarsi su un fianco, per mettersi in condizione di strisciare a pancia sotto, verso la sua trincea, e si meravigliò di non provare dolore: le gambe non le sentiva più. Scacciò il pensiero – e l’immagine – di Manlio immobilizzato sulla sedia a rotelle; strinse i pugni, si morse le labbra e, con uno sforzo sovrumano, si divincolò da quel groviglio di corpi, gli si spense il cielo nero e stellato e si accasciò faccia a terra. Doveva riposare qualche attimo, poi avrebbe cominciato a strisciare, a percorrere a ritroso quel tratto che poche ore prima aveva attraversato di corsa, sotto il fuoco nemico.

 

Ora il silenzio veniva interrotto da un remoto latrato di un cane e ora… sì, questo era un lamento, qualcuno stava peggio di lui, e lui non avrebbe potuto far nulla. Questo pensiero lo avvilì e gli suscitò un ingiustificato senso di vergogna, di scuorno, ma gli dette anche una sferzata di energia: questa fortuna ora doveva meritarsela, per se stesso, per la sua famiglia, per i suoi commilitoni, per la Patria e per quel Re nel cui nome aveva comandato sette assalti alla baionetta, fino a quest’ultimo, fatale.

 

La Patria. Si era appena sollevato sui gomiti, e aveva cominciato a strisciare nel fango, centimetro dopo centimetro. La Patria: un pensiero astratto, non sapeva come raffigurarsela. Il Re sì, lo aveva perfino intravisto un paio di volte: durante una sua visita a Napoli – lui era tra la folla – e al fronte, mentre passava in rassegna i reparti schierati, fra i quali il suo Reggimento. Ma la Patria, che cos’era la Patria? E intanto una fitta come una folgore gli aveva provocato come un corto circuito fra la gamba ferita e il cervello, azzerando ogni pensiero. La Patria era la bandiera, certo; era quella terra, quei fiumi che aveva attraversato, quell’uniforme blu da ufficiale, quel bando di mobilitazione, che lo aveva portato via dalla sua casa a Materdei, dalla sua famiglia, dal suo lavoro al Municipio; era quel treno che lo portava, insieme a tanti altri giovani – e lui era uno dei meno giovani… – verso terre lontane, ma nostre, italiane, a combattere per difenderle e per conquistare quelle che italiane erano per lingua e cultura, ma stavano sotto un altro Sovrano, sotto un’altra bandiera.

 

Procedeva. Lentamente, ma procedeva, sui gomiti che adesso gli dolevano. Combattere. Non aveva pensato, in quel treno, che combattere poteva significare uccidere o essere ucciso, e a se stesso – non ad altri, meno che mai a Ginevra e ai figli – doveva confessare che sì, aveva spento qualche vita. In quegli assalti furibondi, era impossibile rendersene conto, ma la sua sciabola, la sua rivoltella erano state fatali per qualcuno con l’uniforme diversa dalla sua, in quelle trincee, lungo quei terrapieni, fra quei reticolati di filo spinato.

Ancora uno sforzo, Manlio, sottotenente Francesco Manlio Conte, ancora uno sforzo. La trincea dev’essere vicina: gli sembra di sentire dei bisbigli; ecco, gli veniva in mente, appena a portata di voce, sarebbe stato opportuno lanciare un grido di aiuto, per evitare che qualcuno, temendo un’incursione nemica, gli sparasse addosso. No, doveva gridare ora, con le ultime energie, che ormai – lo sentiva – stavano per abbandonarlo; e quel grido è l’ultimo ricordo che gli è rimasto impresso di quella notte.

 

Il seguito è il racconto di un ospedale da campo, prima, di un accidentato viaggio fino a un ospedale “vero”, in muratura, fra lamenti, medici dai modi spicci e infermiere gentili, bende insanguinate, remoti rombi di cannone, e poi la neve, quella neve che non aveva mai visto prima della guerra, come non aveva mai visto quelle montagne altissime e aspre, quelle rocce acuminate e bellissime. Ma ora aveva voglia di mare, di famiglia, di climi più dolci. Aveva voglia di passeggiare con la sua Ginevra, e ormai sapeva che avrebbe potuto farlo.

@barbadilloit

Di Giuseppe Del Ninno

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