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Anniversari. Quell'”Ultimo tango” censurato dai bacchetoni e difeso da un avvocato missino

Pubblicato il 14 giugno 2013 da Martina Bernardini
Categorie : Cultura

ultimo-tango-a-parigi-_fotogrammaUn Ultimo tango che in molti non hanno voluto far ballare. Perché parlarne oggi? Perché in tutto il marasma giudiziario che ha visto come protagonista Ultimo tango a Parigi, la pellicola di Bertolucci, c’è un episodio molto particolare che non ha natura giuridica. Quarant’anni fa, il 13 giugno 1973, scoppiava in merito al film un caso Pci-Urss: la rivista russa Sovetskaja Kultura denunciava apertamente la pellicola in questione, approvava le sentenze di condanna pronunciate dai tribunali, e, a sua volta, condannava quei giornali “borghesi” italiani che avevano deciso di difendere il film. Tra questi giornali “borghesi”, è bene ricordarlo, figuravano anche testate come L’Unità (all’epoca, organo del Pci) e Paese Sera.

La storia del film, è del resto nota a molti: la pellicola vide la luce la prima volta, in anteprima mondiale, il 14 ottobre 1972, a New York. In Italia, uscì appena 2 mesi dopo. E da subito, il film, venne considerato una fonte di grande scandalo, a causa delle esplicite scene di sesso, tra cui una di sesso anale. Una sequenza, di appena 8 secondi (i leggendari 8 secondi “di burro”), che venne censurata.
La pellicola fu quindi sequestrata per “esasperato pansessualismo fine a se sesso” e per “distruzione dei valori morali”. A questa, seguirono altre denunce. Dopo un’assoluzione in primo grado, il 20 novembre 1974 ci fu una sentenza di condanna, fino al 1976, quando la Cassazione ordinò definitivamente la distruzione della pellicola. Del film, furono conservate alcune copie presso la Cineteca Nazionale, in qualità di corpo del reato.
Per Bertolucci, ci fu una sentenza definitiva per offesa al senso comune del pudore. Per questo reato, fu privato dei diritti politici per 5 anni e fu condannato a 4 mesi di detenzione. La pena, poi, venne sospesa. Qualche anno dopo, nel 1982, il film fu nuovamente proiettato a Roma, in occasione di una rassegna cinematografica. E, di nuovo, ecco la denuncia. Questa volta, però, rivolta agli organizzatori (i quali poi furono assolti e l’opera non fu più considerata proibita). A distanza di 15 anni, nel 1987, la censura riabilitò il film e permise la sua distribuzione nelle sale. Fu il giudice istruttore Paolo Colella ad archiviare il procedimento e a ritenere “mutato” il senso comune del pudore e definendo il film, una vera e propria “opera d’arte”.

Gli “eroi”, in questa battaglia, non furono pochi. Non solo Bertolucci, Marlon Brando e Maria Schneider. Ma anche Gianni Massaro, il legale che fece tornare il film nelle sale cinematografiche. A differenza dei censori, per lo più di matrice catto-comunista, Massaro si definiva missino e si era formato nel Fuan. La sua attività giuridica era uno strumento per combattere la ‘caccia alle streghe’ che aveva – parole sue – “come fine ultimo la repressione della libertà di pensiero”. Massaro, come molti ricorderanno, fu anche il feroce difensore de Il Decameron e I racconti di Canterbury del “comunista” Pier Paolo Pasolini; fu anche il feroce difensore di molte altre pellicole, tra cui Arancia meccanica, Il giustiziere della notte, Amici miei atto II, C’era una volta in America, La grande abbuffata.

Ebbene, nel Paese reale degli anni Settanta, mentre la critica, i sovietici e alcuni comunisti peninsulari si accodavano al moralismo e al perbenismo di matrice cattolica, e censuravano, criticavano, gridavano allo scandalo, Massaro, l’avvocato “fascista”, difendeva il cinema. Ne difendeva la libertà di espressione, qualunque fosse la firma della pellicola finita sulla sua scrivania.  Ma quando c’è da dire bene, quando ci sono complimenti da elargire, la storia si archivia e si dimentica. E nel 2013, ancora si censura. E Fabri Fibra, non può cantare (guardate un po’) al Concertone del Primo Maggio, perché le sue canzoni offendono il pudore delle donne.

Di Martina Bernardini

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