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Il punto. La falsa partenza della destra riunibile tra “Cosa nera” “colonnelli” e “moderati”

Pubblicato il 12 giugno 2013 da Antonio Rapisarda
Categorie : Corsivi Politica

colonelliSi sente, si legge, si capta che – dopo il disastro elettorale, l’implosione di tutta una classe dirigente e la sostanziale scomparsa della destra che esprime rappresentanza nelle istituzioni – alcuni ex colonnelli e luogotenenti di ciò che fu Alleanza nazionale abbiano intenzione di darsi appuntamento a breve per discutere dell’eventuale nascita di una “Cosa” di destra. “Cosa” che, a quanto si è capito, ancora una volta dovrebbe nascere senza alcun coinvolgimento della società, degli elettori, degli appartenenti. Figuriamoci dei fogli di informazione, delle piattaforme on line, delle associazioni e di ciò che rimane del mondo della cultura. Fin qui, oggettivamente, nessuna sorpresa. Lo ha spiegato al Corriere, con una sincerità disarmante, Italo Bocchino: «Chi vuole favorire questo processo di riunione lo faccia tacendo all’esterno, così si facilita l’operazione». Prossimamente, su questo, ci torneremo.

Il problema ulteriore nasce laddove le parole d’ordine con le quali questi intendono risollevare le sorti di questa destra in piena crisi di consenso e di identità, sono una riedizione (nemmeno aggiornata) di gran parte dei luoghi comuni che hanno imbalsamato la proposta politica storica del movimento nazionale nel momento in cui la storia gli ha offerto un ventennio di tempo per affermarsi. Ci sono alcuni termini,  ad esempio, che stanno rimbalzando sui quotidiani e che svelano – per dirla con Jung – l’archetipo negativo rispetto al quale molti di questi ex An restano intrappolati.

Partiamo proprio dai “colonnelli”. Definizione che ha rappresentato la nomenclatura dei figli della svolta di Fiuggi. Ebbene sul web non a caso girano già le parodie tratte dal film di Monicelli sulla fascinazione italiota per la Grecia del ’70 che viene storpiato in Non vogliamo i colonnelli. Il messaggio che proviene proprio dai militanti è questo: repulsione per le dinamiche e i protagonisti che hanno portato il proprio partito a rimanere schiavo del correntismo, della frammentazione, di quel meccanismo che ha inteso la selezione in base alla fedeltà più che alla capacità. Una bocciatura senza mezzi termini, insomma, di ogni operazione che veda riproporre lo stesso schema che ha disarticolato An.

Un altro termine da bandire, a dire il vero, è ad uso giornalistico. Questa storia della “Cosa nera”, in effetti, non si può davvero sentire. Al di là della semplificazione dei media è evidente come si tratti di un epiteto che nasconde di per sé un giudizio di valore. Una trappola linguistica da cui è necessario emanciparsi, perché indica un recinto buono buono per garantire le larghe intese permanenti. Una definizione, dunque, da rigettare assolutamente.

Altro evergreen è il termine “moderato”. Leggendo le motivazioni di alcuni degli animatori di questo reunion sarebbe questo l’idealtipo a cui si dovrebbe rivolgere una formazione a vocazione nazionale: una massa (ne siamo sicuri?) indistinta (questo è certo) di moderati che abbia paura di cosa? Dei grillini? Dei comunisti alla Enrico Letta? In realtà rivolgersi a un presunto blocco sociale della “conservazione” in un momento di crisi proprio del ceto medio è solo nostalgia di argomenti maccartisti che certificano un vocabolario datato, precisamente all’inizio anni ’90 tanto per capirci.

Stesso discorso, infine, per “liberale”. Non si capisce bene che cosa voglia dire. Nel momento in cui le ricette anticrisi vanno in tutt’altra direzione: si parla, ad esempio, di un rinnovato ruolo dello Stato nella preservazione della grande industria (caso Ilva), della partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese sul modello tedesco, di rivedere l’impianto delle leggi che hanno precarizzato il lavoro, di bloccare la delocalizzazione delle aziende italiane. Rispetto a questo che fanno i nostri? Invocano una destra “liberale”. Anche qui un’agenda vecchia di vent’anni, quando tutto un mondo abbandonò la Carta del lavoro per innamorarsi – senza capirla – della deregulation. Ma si sa l’inglese faceva fare bella figura ai tempi. E pessima politica.

Sarebbe questo, allora, l’armamentario ideologico di questa rifondazione? Un vocabolario scongelato?

Di Antonio Rapisarda

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