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Reportage. Dall’inferno a cottimo in spiaggia al Paradiso trentino, tra Austria e Carlo Magno

Pubblicato il 27 Agosto 2018 da Carlo Lattaruli
Categorie : Estat&racconti Reportage non conformi

Se esiste l’inferno ci sarà di sicuro un girone in cui il Padre Eterno ha stabilito di destinare le anime degli afteristi, degli amanti degli eccessi da sabato sera e dei rave party.

Ebbene al sottoscritto è toccato visitarne la sezione distaccata che opera nel mondo dei vivi e che, nel profondo Sud Italia, una volta terra al Sud del Sud dei Santi, prende il nome di Gallipoli. Il mio cammino, più materiale che spirituale a dir la verità, manco fossi er Dante de noantri è iniziato proprio nel tacco dello stivale. In quel preciso momento in cui ho accettato di lavorare come PR di una discoteca nella stagione estiva. Appena giunto a destinazione, nel tardo pomeriggio, e senza nemmeno il tempo di posare i bagagli vengo destinato dal responsabile del gruppo (doveva essere lui Minosse, il giudice infernale…) alla zona da coprire per la giornata.

Il mio compito consisteva nel fermare ogni essere animato per cercare di vendergli i biglietti per la serata, usando ogni mezzo. L’indomani mattina capii perché in questo lavoro le ragazze hanno una marcia in più, o meglio hanno (almeno) un paio di strumenti che le rendono più convincenti agli occhi dei clienti di sesso maschile. Le spiagge infatti sono il loro territorio di caccia, catalizzano le attenzioni dei gruppetti di ragazzi sfruttando orgogliosamente le grazie loro, messe in vetrina mercé microscopici perizoma. Che sia una mercificazione del corpo femminile che le stesse femministe amano però definire come emancipazione? Ai posteri l’ardua sentenza.

Perfetto, pensai, per vendere qualche biglietto mi tocca combattere ombrellone per ombrellone almeno sei ore di fila con questa concorrenza spietata. E la guerra non è finita nemmeno la sera: dopo una giornata intera a ripetere a macchinetta “Ciao ragazzi che fate stasera? Venite a ballare?” e c’era solo il tempo di mangiare un boccone al volo e di una doccia prima di tornare in strada a vendere e convincere gli eventuali clienti.

Tra questi c’erano alcuni, anche loro anime vaganti nel girone, talmente stressati dalla troppa concorrenza da risponderti chi con insulti e chi gridando.

Dopo qualche giorno ho iniziato a conoscere ogni granello di sabbia delle spiagge e ogni angolo di strada, con annessi rifiuti abbandonati ad imputridire, un chiaro segno della civiltà dei villeggianti.

Fino a questo punto mi erano però mancati altri personaggi che potrei quasi definire “colleghi” di mattinate sotto il sole cocente: una volta li chiamavano vu cumprà. Con loro ho nel tempo instaurato una specie di rispetto reciproco. Invece di cacciarli infastidito come chiunque altro, alla domanda “Capo serve occhiale, braccialetto bello?” rispondevo loro “Amico sto lavorando anch’io” tirando fuori il blocchetto dei biglietti. Qualcuno fra loro riconoscendomi scherzava anche “Stasera in disco?”

Una sera rientrando dalla mattinata di sudore ho trovato in casa il nostro Minosse nervoso ( “Stavvi Minos orribilmente e ringhia”) per dare a me e al resto della squadra una notizia infernale “Quest’anno c’è un calo del turismo del 40%, di conseguenza ci sono troppi PR, dovete lavorare ancora più sodo altrimenti la vostra paga diminuisce”. Lo credo bene, pensai, ci pagate a provvigione su ogni biglietto venduto. Neanche rimanere in casa il giorno di riposo era poi così piacevole: l’appartamento era più simile ad un campo profughi con i vestiti in disordine sulle sedie e con il bagno e la cucina che non vedevano una lavata dai tempi di Andreotti primo ministro. Mi sentivo abbandonato fino alla fine della stagione “nella città dolente” e se io ero Dante di Virgilio a farmi da “duca” non c’era neanche l’ombra, ma evidentemente “vuolsi così colà che si puote ciò che si vuole”.

Passò così un’altra settimana quando una mattina la luce del telefono mi risveglia dal sonno, presagio di una chiamata celeste. Era la mia ragazza che, nelle vesti di Beatrice, mi comunicava che in Trentino dove era in vacanza con i suoi si era liberata una stanza in un hotel vicino per la settimana di ferragosto. Deo gratias! Abbandonato il mio girone inizio l’ascensione, nel vero senso della parola, verso quelle che fino a un secolo fa erano “terre irredente” sotto il dominio austriaco e che tutt’ora, vuoi per la lingua, la cultura e l’ambiente sembrano fermamente appartenere alla Mitteleuropa. Passo dal caldo torrido e infernale alla freschezza dello Stelvio e dal caos dell’Ibiza dei poveri all’ordine germanico dei paesini sudtirolesi.

Ho visto così con i miei occhi quanto di vero c’è nell’incompresa (quantomeno al sud) civiltà trentina, dove su strade pulite e controllate da autovelox gli unici a sorpassare strombazzando il clacson sono i miei conterranei meridionali. In questo paradiso le ribellioni angeliche sono ancora in corso. Le distese di ombrelloni hanno lasciato spazio a quelle dei prati con il loro profumo, non meno invitante di quello dei piatti ipercalorici del posto.

Spostandoci a pochi chilometri io e la mia Beatrice abbiamo la possibilità di entrare in Svizzera per visitare Munstair con il suo monastero fondato niente meno che da Carlo Magno in persona, che ritratto in una statua squadra dall’alto i fedeli nella chiesa con i suoi occhi marmorei. Della proverbiale freddezza degli uomini del nord invece non trovo traccia. Il cherubino Gerard, proprietario del gasthof che ci ospita, è tutto tranne che impassibile: sempre sorridente e gentile a ogni richiesta, ama scherzare con i clienti. Ci entro subito in confidenza ed una sera mentre beviamo insieme un Braulio (amaro valtellinese a base di erbe) mi dice “Qui lavoriamo tutti in pratica, il lavoro ce lo passiamo di generazione in generazione. Siamo ancora molto legati all’Austria-Ungheria, ma cosa cambia in fondo se fossimo stati da sempre italiani?”.

C’è tempo anche per una gita romantica ed emozionante sul lago di Curòn, dove in barca ci si può avvicinare al campanile che spunta dalle acque, unico edificio rimasto della città sommersa artificialmente con la creazione della diga, ed in grado di incantare i visitatori stravolgendone le percezioni sensoriali. Un patrimonio Unesco che, incastonato tra smeraldi dei monti e zaffiri del lago e del cielo, svetta sul lago più alto d’Europa. Guardandolo le nostre voci non possono che esclamare all’unisono: “Meraviglioso!”. La sera tutti i pub chiudono alle 23 precise e per trovarne uno aperto fino all’una devo farmi mezz’ora di strade di montagna: tra tavoli di legno e ottima birra la musica di sottofondo è solo rock and roll. Finalmente “uscimmo a riveder le stelle”.

@barbadilloit

@carlolattaruli

Di Carlo Lattaruli

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