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Parigi. Un fiore per Edith Piaf, la dea terribile che cantò l’anima di Francia (e d’Europa)

Pubblicato il 17 Agosto 2018 da Giovanni Vasso
Categorie : Cultura Reportage non conformi

A Père Lachaise, riposano i morti che ridono della vanità dei vivi. Il cimitero degli artisti è, a Parigi, meta irrinunciabile del turismo di massa. A ogni ora, ogni giorno della settimana: la fila e la folla costringono le autorità a presidiare i mausolei degli idoli moderni.

Delle transenne che inibiscono l’accesso a una lapide, il turista fa virtù. Tra loro un gruppo di conterranee. Ne sento i dialoghi, quasi festosi: “Falla senza flesc: ccà se vede buon’ Gim?”.

La tomba di Jim Morrison è recinta, inavvicinabile. Posta lì, a debita distanza di selfie. Tanto basta. Ci sarebbe da farci un trattato, di quelli che tanto andavano di moda negli anni ’70. Su come siano cambiate mode e priorità delle (pure loro defunte?) masse giovanili. Basta spinelli offerti al genio del Re Lucertola, il massimo della trasgressione è nei chewing-gum spiaccicati sulla corteccia di un povero albero lì dappresso. Alle recinzioni, ci sono i lucchetti e i catenacci come se il leader dei Doors avesse cantato di Tre Metri sopra al Cielo piuttosto che peana alla Fine, beautiful friend […] my only friend.

Passo oltre, muto e snob come quel ragazzino in costume dandy che s’aggira al cimitero, giocando all’irlandese cosmopolita. Ostentando sicumera e albagia, implora ai passanti l’elemosina di uno sguardo benevolo: “Quanto risalto vicino al mausoleo? Si nota che sono vestito come Oscar Wilde? Si vede che io sono, più dei milioni di milioni, sua perfettissima replica originalissima? Me lo dite, magari, anche su Instagram?”.

Di là, il commovente monumento funebre a Fryderyk Chopin. Negletto dai più, deo gratias. Miglior omaggio postumo non poté avere dell’indifferenza di chi ritiene che la musica, quella grande, quella che unisce l’uomo all’Armonia e perciò al Divino, altro non sia che uno strumento per far crescere più intelligenti i bambini, manco fosse un tubetto di vitamine industriali da tre soldi.

Morì nel 1849 a 39 anni, di tubercolosi. Come sempre accade quando a scomparire è genio così chiaro, in tanti non vogliono credere a questa quale causa della morte.

Perciò, almeno nel mondo anglosassone, nacque il “mistero” della morte di Chopin. Un destino questo, che a certo modo, l’uomo che seppe esprimere in musica l’anima polacca e perciò europea, condivide con un altro gigante, quale fu il catanese Vincenzo Bellini.

Perciò accade, ogni tanto, che emerga dal nulla qualche gruppo di scienziati affamato di notorietà che pretende di ricostruire i motivi del decesso, di fotografarne e sezionarne – almeno per immagini impresse sulla pellicola virtuale dei pixel digitali – il cuore. È questa la misura dei nostri tempi che ha recentissimamente sostituito la superstizione degli esami di laboratorio a quella delle sedute spiritiche.

La sua vita non fu lunga quanto intensa. Lasciò giovanissimo la Polonia, mai la tradì. Frequentò i salotti senza mai sentirsi a casa, amò la regina di quelli, la scrittrice George Sand, che volle tiranneggiarlo e, infine, lasciarlo al suo destino. Del resto, tra loro più che amore fu uno scontro tra visioni del mondo: per dirla con il poeta Gottfried Benn, Chopin fu “Conversatore avaro\ le opinioni non erano il suo forte” mentre, proprio su queste, George Sand costruì la sua fortuna.

Lei era (ed è ancora!) paladina di quella borghesia rampante, ciarliera e moralisteggiante che avrebbe trovato in Rousseau il Messia novello a cui innalzare quegli stessi altari ribaltati dalla rivoluzione dei lumi che pure l’aveva arricchita; lui, aristocratico dello spirito, non amava parlare: gli bastò la consuetudine col Divino per il tramite dell’unico modo a cui, come insegnò Omero, è dato agli dèi di intervenire nelle cose degli uomini: l’ispirazione.

Ancora con Benn, che meglio di mille trattati racconta coi versi l’ineffabilità di questa e del fardello che tale stato di grazia comporta a chi è a parte dei suoi misteri: “S’agitava quando Delacroix\ illustrava teorie, quanto a lui non avrebbe\ saputo spiegare i suoi Notturni”.

Ciò a dire che la bellezza in cui s’esprime il senso del divino (kalòs kai agathòs) è di per se stessa ineffabile: spiegarla, sezionarla in frasi, parole è aver pretesa di possederla, quindi di esorcizzarla. E ciò non è dato all’uomo. Chi abbisogna di accumulare parole, di illustrare e spiegare “essenze”, spesso non pratica nessuna arte che non sia quella della promozione commerciale o ideologica di sé. Ma questa è un’altra storia.

Quella relazione a lei causò una specie di frustrazione: volle possederlo, fare sua la di lui natura di poeta (nel senso autentico del termine) in musica. Non ci riuscì mai né trovò mai requie a quel bisogno ossessivo.

Quella vicinanza a lui sconvolse i sensi, gli rivoltò i nervi e gli debilitò il fisico già provatissimo dalla malattia. Ma trovò sollievo nella musica e nell’amicizia tenera con la contessa (e allieva) Delfina Potocka che rese eroica la sua fine e “gli cantò nell’ora estrema\ il Lied di una violetta”.

Il corpo di Chopin riposa a Parigi tra gli schiamazzi dei turisti ma il suo cuore, custodito religiosamente in una teca alla Chiesa della Santa Croce di Varsavia, riscalda l’anima della Polonia.

La tentazione virgiliana è irresistibile e imperdonabile: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope.

 

Ma tutto ciò poco importa. Il cimitero va di fretta, è un brulicare ininterrotto di clic, lampi brevi e ripetuti, cartine e mappe compulsate con l’ansia di chi ha da consumare tutte le attrazioni del Luna Park dei trapassati.

Al tempo in cui la trasgressione e l’arguzia cinica son diventati generi commerciabili (altro segno dei tempi di cui già ebbe ad ammonirci Élémire Zolla), nulla – penso – ci sia ancora che possa farci inorridire. Tranne, forse, i chiattilli. Quelli sì che fanno veramente schifo e orrore. Fortuna che la nostra evolutissima e chiarissima civiltà, che marcia spedita verso il baratro luminoso delle più alte e luminose vette del progresso, s’è dotata di appositi servizi di derattizzazione e disinfestazione. Che pidocchi, pulci e zecche appartengono a un passato che mai più ritornerà. Manco nei libri. Tanto, quelli che ne parlano o li hanno tolti dagli scaffali oppure li hanno esorcizzati di buoni sentimenti che mai furono nell’intenzione di chi li scrisse.

Lontano, in disparte rispetto ai sentieri battuti dai turisti internazionali. In leggero declivio. O la cerchi, e ti armi di santa pazienza; o la trovi per caso e allora le porgi una rosa rossa. In marmo nero, solida e ancorata alla terra. Dimessa, al cospetto della grandiosità altrui; potente quanto “invisibile”. È la tomba di madame Lamboukas. Detta Edith Piaf. La donna a cui la Francia e l’Europa debbono molto più di quanto loro le abbiano mai resistituito.

I parigini, gelosi della loro anima che al turista non svelerebbero per nessuna ragione al mondo, tra loro parlano ancora dei suoi funerali. Fecero epoca ai tempi, suscitarono sensazione: per azzardato paragone, fu come quando Napoli abbracciò per l’ultima volta il figlio suo più devoto: Totò.

Edith non nacque Piaf ma figlia della strada: il padre fu un contorsionista normanno, la madre una cantante di vaghe ascendenze toscane. Visse e crebbe tra gli affanni, a otto anni già cantava sui marciapiedi. Il suo talento lo scoprì Louis Leplée, tenutario del Gerny’s, un locale notturno frequentatissimo dall’umanità varia e variegata che affollava la Parigi degli anni ’30. Un fumoso porto di mare sugli Champs Elysées. Frequentato da un’umanità cosciente della sua disperazione perciò alla ricerca di sollievo alle pene; militari in libera uscita all’assalto della sifilide, oscuri faccendieri e raffinatissimi mezzani capaci di avvicinare le domande più scandalose alle offerte più disponibili, marinai disposti a tutto pur di sfogare la noia e la solitudine dei lunghi mesi dati in olocausto al mare; buoni padri di famiglia in franchigia dai pressanti doveri in società che si godono il brivido di doversi nascondere dai loro stessi figli, amanti della musica, del piacere, del bon vivre che pure lì avrebbero incontrati a scialacquarsi patrimoni; gente insomma che, in quel marasma di umanità che avrebbe scandalizzato ogni benpensante, cercava di sfogare un vitalismo incapsulato nei rigidi scaffali della quotidianità borghese o di dare senso a un’esistenza passata a sbranarsi ai margini.

Tutti insieme, sbocciavano magnum di Champagne e ballavano, in pista e negli stanzini oscuri, scambiandosi piacere, violenza, amore, odio e chiattilli.

Danze coribantiche e lascive di quelle che tutti (oggi ancora) praticano ma che a nessuno fa piacere ammettere in società. Devoti ad Afrodite bifronte, Pandemia oppure Urania che fosse, offrivano se stessi e i loro più o meno occasionali valletti, in sacrificio alle pulsioni di Eros, dispettoso ragazzetto alato che gode a farsi beffe dell’ostentazione del buon costume. Tra quei coribanti c’era ovviamente anche Leplée.

Egli verrà trovato ucciso in casa sua, il 6 aprile 1936. Mai si seppe chi lo ammazzò, almeno mai lo volle sapere la giustizia dei gendarmi. Edith – che proprio grazie all’impresario stava pubblicando il suo primo album –  capitò in mezzo a coloro sospettati di saperne qualcosa, credettero gli sbirri che ella era a parte dei segreti che costarono il sangue al suo Pigmalione artistico. Fu stretta e incalzata per giorni e giorni dalle domande della Cogne, non rispose. Ne uscì pulita.

Dalla frequentazione con Leplée, la minuta cantante da marciapiede trovò la pista che ebbe a lanciarla al grande pubblico. Fu lui che le impose il nome di Piaf, passerotto. Anzi, la Mome Piaf: la ragazza-passero, un fenomeno della Natura, un prodigio assoluto.

Estorta all’argot, fu quella la migliore definizione che del suo immenso talento potesse mai darsi. Piccola di statura, mingherlina, quel fascino che il corpo di lei non ebbe mai, la natura glielo restituì nella sua potente e divina voce. Fu seta intrecciata al marmo, un fiume impetuoso tempestato d’oro nelle mille e mille variazioni; cantava e sanguinava, dando fin all’ultima fibra sua al pubblico.

 

La vita non le diede molto, considerando ciò che pretese indietro. Incantò tutti, la sua eco resta immortale. Eppure ebbe a soffrire mali e dolori indicibili, lei così gracile e debole. Amò scandalosamente Marcel Cerdan, il più grande pugile francese della storia, di suo sposato e padre di tre figli. Campione del mondo in carica, perse il titolo (dopo aver restitito nove round combattendo il dolore di una spalla slogata) contro un altro personaggio da romanzo, Jake LaMotta, il Toro Scatenato del Bronx. Non ebbe mai la sua rivincità né poté abbracciare Edith perché, per correre da lei in aereo, fu vittima di una sciagura nei cieli delle Azzorre.

Era allora già un’artista di riconosciuta fama, la Piaf. L’America, come suo costume nel ‘900, era ai suoi piedi. Poteva, lei, permettersi il lusso, come riferì Charles Aznavour, di “snobbare” le cascate del Niagara (“ma è solo acqua che scorre!”), e con esse l’orgoglio caciarone a stelle e strisce.

Fu quella sera, la stessa in cui ebbe annuncio della morte del suo adorato Marcel, ch’ella salì sul palco e annunciò che quella volta avrebbe cantato solo per lui. Una trasfigurazione, l’ennesima, nel mito. La riedizione, o meglio il capovolgimento in chiave tragica e disperata, dell’inno femminile più vitale, bello e potente, il “je chante pour moi-même” della Carmen di Bizet.

 

Quel concerto, la sera del 28 ottobre del 1949, fu secondo gli estimatori, l’acme. Il momento più alto della sua vita artistica e, forse, della sua parabola terrena. Hymne à l’amour fu il canto suo più alto, quello definitivo. Mai più tornerà quella di un tempo dopo quel concerto, dopo quell’ennesima disgrazia.

In mezzo e prima, attraverso a una vita fatta di musica, d’arte. Conobbe la gloria che setacciò nel lordume della Parigi balorda e dis-umana che sconvolse già un genio del teatro e del romanzo quale fu Bram Stoker.

La luce della sua voce e della sua arte riscattò i pidocchi, gli invisibili: diede loro speranza nella vita abbrutita di chi non ha altro orizzonte che la possibilità di aspettare la morte. Conobbe l’ingratitudine di chi pure giurò d’amarla, come Yves Montand, seppe essere una furia con chi le restò vicino eppure rimase l’ingenua di sempre, anche nella rabbia.

Quello che le rimase sempre fu l’affetto e la riconoscenza del suo pubblico. Che la amò, così come si ama un idolo; la innalzò al cielo e la adorò come si venera una dea lunare, tragica e vitale allo stesso tempo.

Ella fu una piccola e terribile Ecate con la voce virginale di Persefone e la potenza fiorita di Demetra. I suoi devoti, incantati, l’amarono sempre. Senza compromessi, accettando tutto. Il declino, inesorabile. Persino le non troppo caute uscite musicali dell’ultimo suo marito, il greco Theo Sarapo, palesemente a disagio nel maglione da esistenzialista. A loro ebbe a donare quegli attimi di dimenticanza che, per dirla con Totò, rappresentano l’unica felicità possibile.

Edith Piaf visse e trovò come inondare della sua luce, quella Parigi superba eppure invisibile dove non si sa inizi il regno degli uomini e finisca quello dei topi. Quella grandiosa città dei pidocchi, delle pulci, della promiscuità, dello squallore, dei chiattilli. Appunto. Ella ebbe a rischiararne il buio semplicemente attraversandolo, senza negarsi nulla, senza allontanare nulla da sé. Fu così umana che solo attraversando tutto quanto c’è di umano, al di là del bene e del male, riuscì a raggiungere la fama di divinità. Se la pétite musique di Céline avesse a materializzarsi, tra le righe di Mort à Crédit ascolteremmo la Piaf intonare “Non, je ne regrette rien”.

 

Di Giovanni Vasso

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