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La mostra. “Turner. opere della Tate”: a Roma una selezione straordinaria di pittura inglese

Pubblicato il 9 luglio 2018 da Riccardo Rosati
Categorie : Cultura

Turner. Opere della Tate

La mostra Turner. Opere della Tate segna l’inizio della collaborazione tra la Tate di Londra e il Chiostro del Bramante e sarà una importante occasione per ammirare alcuni tra i lavori del più celebre tra i pittori inglesi, assente da circa cinquanta anni dalle programmazioni dei musei romani e da dodici da quelli italiani. Una selezione a suo modo unica con 92, tra acquerelli, disegni, album, oltre ad alcuni olii, per la prima volta esposti insieme nel nostro Paese. Le opere sono state scelte dal vastissimo lascito testamentario da parte dell’artista al Museo, conosciuto come “Turner Bequest”, il quale si compone di: 30.000 disegni cartacei, 300 olii e 280 album da disegno. Tale fondo comprende l’intero corpus di lavori che era custodito presso lo studio personale di Turner e che egli realizzò nel corso di gran parte della sua vita semplicemente per il “proprio diletto”, secondo la espressione coniata dal grande John Ruskin, riscopritore e primo vero esegeta del pittore. 

La esposizione, che resterà aperta sino al 26 agosto, propone un percorso  visivo in cui i ricordi di viaggi e i frammenti di paesaggi visti durante i suoi lunghi soggiorni all’estero sono il mezzo per raccontare la evoluzione del linguaggio stilistico di Joseph Mallord William Turner (1775 – 1851). Dalla sua predilezione per le città marinare, al suo interesse per la riproduzione di scenari atmosferici inglesi o alpini, fino allo studio dettagliato dei rilievi architettonici. Osservando le opere in mostra, si comprende come questo artista – l’unico pittore britannico che, a nostro avviso, possa essere considerato propriamente un Maestro – si dedicò incessantemente a sperimentare, soprattutto negli acquerelli, tecnica nella quale, come vedremo, egli raggiunse livelli di assoluta eccellenza.

Alcuni cenni sulla vita e la carriera

Turner nasce a Londra, rivelandosi sin da subito un talento precocissimo, venendo presto incoraggiato a seguire la carriera di pittore dal padre, che dal 1789, nonostante una condizione economica di certo non agiata, gli fece frequentare la prestigiosa Royal Academy, dove verrà successivamente nominato professore di prospettiva nel 1807. Agli studi prettamente accademici, egli affianca la collaborazione con alcuni architetti. Come pittore, Turner sceglie di rappresentare i paesaggi en plein air, optando per quel rapporto diretto con la Natura che sarà la inconfondibile caratteristica della sua arte. Due saranno le sue principali modalità espressive, la incisione e l’acquerello. Essendo quasi ossessionato dal desiderio di ritrarre dal “vero” quel mondo che si trovava fuori dalla grande metropoli, Turner intraprende numerosi viaggi, in Patria e all’estero, esplorando luoghi che potesse raffigurare con trasporto su carta. Questa continua ricerca lo porta a essere un paesaggista quasi “topografico”, assai fedele al soggetto che egli andava a disegnare o dipingere, malgrado una resa che potremmo definire a tratti pre-espressionista. 

A partire dalla metà del 1790, egli prende l’abitudine di viaggiare in estate, portando sempre con sé un album da disegno, per poi lavorare in studio d’inverno, completando e, specialmente, rielaborando gli schizzi realizzati nei mesi precedenti. La campagna inglese è il suo tema iniziale, sino a quando non si reca per la prima volta in Francia nel 1802, dove sviluppa una incondizionata ammirazione per le opere di Nicolas Poussin (1594 – 1665) e, soprattutto, Claude Lorrain (1600 – 1682). Ciononostante, pur non dimenticando la lezione dei maestri del passato, Turner elabora una personalissima maniera di dipingere, priva di contorni delineati, lasciando alla luce il compito di definire le figure; in questo fu il primo e, probabilmente, resta ancora oggi il migliore nell’offrire una pittura completamente filtrata dalle emozioni dell’artista. 

 

Con l’Europa Continentale resa inaccessibile a causa delle Guerre Napoleoniche, Turner continua a percorrere con entusiasmo la sua adorata Inghilterra. Egli sviluppa allora vari progetti, comprendenti acquerelli commissionati appositamente per essere poi riproposti come incisioni. In tal modo, le sue opere venivano diffuse agevolmente, raggiungendo un pubblico molto ampio, nonché, aspetto che lui, da bravo protestante, tenne sempre in dovuta considerazione, fornendogli un costante riscontro economico.  

Ed è in queste sue peregrinazioni, che Turner comincia quella sua personalissima indagine sulla luce, cimentandosi in molti studi sul Sole e le nuvole. Così “nacque” il solo pittore britannico a essere inarrivabile e innovativo in uno specifico campo dell’arte, nel suo caso l’acquerello. La relazione tra l’osservatore e il mondo esterno, rifuggendo da qualsivoglia realismo e formalità accademica, il tutto filtrato da emozioni riversate su carta; questo fu in sostanza Turner, è in ciò fu davvero unico. 

Considerato un artista dalla tecnica straordinaria già sin dalla sua epoca, Turner, oltre ad aver anticipato tendenze estetiche, avendo influenzato gli impressionisti, rivoluzionò i princìpi della pittura romantica, la quale era solita reiterare paesaggi sereni e cieli limpidi, con quell’amore per la campagna che vide nel connazionale John Constable (1776 – 1837) il suo maggiore esponente. A tutto questo, Turner contrappose una vivacità drammatica, con una animazione vibrante di effetti atmosferici, che non di rado si manifestano come ostili per la rarefatta presenza umana che inserisce nelle sue opere.  

Fuori da Londra, la sua crescente sensibilità per la Natura e il paesaggio gli vale numerose commissioni di vedute di case di campagna: non più semplici raffigurazioni per conto di un architetto, ma oramai quadri veri e propri. Le sue vedute delle grandi proprietà terriere nella West Country, a Stourhead e a Fonthill Abbey a volte si focalizzano più su parchi e giardini che sulle case. Ed è per l’appunto a Fonthill Abbey, che William Beckford (1760 – 1844), autore di uno dei primi romanzi gotici della storia, quel Vathek (edizione in francese nel 1782, poi in inglese nel 1786), il cui esotismo intriso di occulti sortilegi ne decretò il successo, invita Turner a soggiornarvi nel 1799, a dimostrazione di come le grandi capacità imprenditoriali del giovane pittore, come pure le sue abitudini lavorative, ben presto gli permettono di godere dei favori della aristocrazia inglese.

Profondo fu il suo rapporto con l’Italia, che l’artista ebbe modo di visitare brevemente per la prima volta nel 1802, per ritornarvi nel 1819, soggiornando a Venezia, Roma e Napoli. Siamo giunti finalmente all’amore di Turner per il Belpaese, segnatamente per la Serenissima, i cui palazzi nelle sue opere sembrano emergere da un sogno. Invero, nella mostra romana, questa fondamentale tematica non è adeguatamente rappresentata dai lavori migliori di Turner. Purtuttavia, ciò che è qui possibile vedere conferma quello che sostenne ancora Ruskin, ossia che: “Turner dipinge a colori, ma pensa in termini di luce e ombra”, e questa sua particolarissima caratteristica letteralmente “esplode” con le sue raffigurazioni della Laguna di Venezia. 

Al momento della donazione del Fondo alla Tate, Ruskin si offrì di diventare il curatore di quei lavori di Turner che non era riuscito ad accaparrarsi per la sua collezione privata. Egli si assunse il compito di organizzare i disegni e gli acquerelli presenti nella casa del pittore, allo scopo di mostrarli al pubblico in un unico e compatto lotto espositivo. La sua prima selezione, pubblicata in un catalogo del 1857, comprendeva molti degli studi campione insieme ad altri acquerelli (risalenti agli anni Quaranta), che ritraggono la Svizzera e varie località europee, la maggior parte dei quali era stata realizzata da Turner solamente per sé, quindi non per la vendita. 

Il più grande acquerellista della sua epoca

Dopo una necessaria introduzione storico-artistica sulla figura di Turner, soffermiamoci adesso su alcune delle opere in mostra a Roma. Trattasi principalmente di acquerelli, i quali furono il vero centro di tutta la produzione dell’inglese, segnando il culmine della sua sperimentazione pittorica. Tale fu la maestria che egli raggiunse, da venir chiamato da amici e colleghi: “Il Mago”. Anche semplicemente da questo dato, benché ininfluente al fine di una seria valutazione critica, si rafforza la idea di considerare Turner l’unico grande pittore inglese. Sia chiaro, non che William Hogarth (1697 – 1764) prima e successivamente i Preraffaelliti per buona parte del XIX secolo siano da giudicarsi come esponenti secondari nel panorama artistico europeo. Niente affatto. Purtuttavia, solo Turner, tra quegli artisti che ci hanno offerto le Isole Britanniche, non sfigura se messo a confronto con la grande tradizione continentale, segnatamente con quella italiana. 

Ciò che rende ancora più speciale questo pittore, è che egli riuscì a essere un assoluto maestro nell’acquerello, presentendo perlopiù “soggetti inglesi”, un bell’esempio in esposizione è: Moonlight over the Sea, with Distant Cliffs (1796 – 1797, gouache e acquerello su carta). “A landscape is a state of mind”, questo era un concetto chiave di uno dei massimi poeti romantici inglesi; ci riferiamo a William Wordsworth (1770 – 1850), che con le sue Lyrical Ballads (1798) riuscì a spiegare potentemente come il paesaggio nella cultura del suo Paese sia assai più che una semplice “veduta”, giacché in esso e con esso si esprime la essenza stessa dell’Inghilterra. Pertanto, forse il vero merito di Turner fu precipuamente nel rendere questo “stato mentale” in forma visiva, esprimendo l’inquieto e nostalgico sentimento romantico britannico per mezzo dei suoi meravigliosi acquerelli. In questi la figura umana è praticamente assente o inserita in architetture maestose e “spettrali”: Durham Cathedral. The Interior, Looking East along the South Aisle (1797 – 1798, grafite, gouache e acquerello su carta). Infatti, in questa ultima opera si percepisce come la sola cosa che interessasse al pittore fosse il contesto, naturale o architettonico, con l’uomo ridotto a semplice comparsa di una narrazione visiva di grande forza. Del resto, se esiste una parola capace di riassumere la idea che comunicano i lavori di Turner è proprio “potenza”.

Egli tentò per tutta la carriera di elevare l’acquerello al livello della pittura a olio, proponendosi, nel contempo, quale “pittore nazionale”. A tal proposito, la mostra in questione viene utile per valutare criticamente l’unico aspetto di debolezza di questo importante artista. Sarebbe a dire, che nella pittura a olio Turner “si perde”, con un tratto che diviene statico e la resa del soggetto inespressiva, come si evince in: Goring Mill and Church (1806 – 1807 ca.). In questa tecnica, che egli ostinatamente non volle mai abbandonare, malgrado i risultati da lui qui ottenuti lo avrebbero certamente relegato a essere un pittore qualsiasi, viene totalmente a mancare quella Natura inquieta, persino indomita, che possiamo ammirare in: A Hulk or Hulks on the River Tamar: Twilight (1811 – 1814 ca., gouache e acquerello su carta). Invero, colpisce, anzi lascia finanche interdetti, constatare la fissità della Natura quando Turner si cimenta con la pittura a olio: Gordale Scar (1808 ca.). Con questa tecnica si palesa talvolta in lui addirittura una confusione compositiva: Stormy Sea with Dolphins (1835 – 1840 ca.). Si ravvisa, dunque, in Turner un particolare, e non felice, caso di dualismo espressivo, che si manifesta sistematicamente in base alla modalità con cui scelse di esprimersi; anche in ciò troviamo la conferma di un artista decisamente unico. Fosse soltanto per questo, la mostra in corso a Roma si attesta come una opportunità da non perdere per ragionare su tale ambivalenza qualitativa nel più importante tra i pittori britannici. 

Tornando a quello che rese Turner un grande, ossia l’acquerello, possiamo vedere che in una opera come: Blair Atholl. Looking towards Killiecrankie (1801 – 1802 ca., gouache e acquerello su carta), vi è la summa concettuale del modo di intendere l’arte di questo pittore, con un cielo che sembra “cadere”, pronto a schiacciare il mondo sottostante, in altre parole l’uomo, che in Turner è la passiva vittima della possanza degli elementi, perlopiù l’acqua, ma anche la terra, come nel caso di: Mill Gill Fall, near Askrigg, Wensleydale (1816 ca., acquerello su carta), che qui si mostra come un crollo materico che tutto ingoia. 

Il colore, la Natura e l’Italia

Non è un caso che questo artista venne influenzato dalla Teoria dei colori (“Zur Farbenlehre”, 1810) di Johann Wolfgang von Goethe, considerato che in Turner il tratto praticamente non esiste, essendo questo formato proprio da una “massa pittorica” di colore. Alla stessa stregua del celebre poeta germanico, anche l’inglese coltivò, come detto, un particolare e profondo rapporto con l’Italia, ove ebbe piena percezione dell’intensa luminosità dei nostri paesaggi. Una esperienza, quella nella Penisola, determinante per la evoluzione del suo stile. 

Eppure e a pensarci meglio, Turner arriva in Italia tardissimo, avendo ben quarantaquattro anni, coronando, comunque, il suo sogno, soggiornando sei mesi in quella Nazione adorata da tanti britannici tra l’Ottocento e il Primo Novecento. Quando giunge nei nostri centri d’arte, costui è oramai un artista maturo, completamente formato. Nondimeno, se il suo modo di dipingere resta lo stesso, il confronto con quella Bellezza tutta italiana gli offre dei temi che i paesaggi natii o quelli francesi ed elvetici non erano stati capaci di suscitargli. Si crea perciò in Italia quell’“assioma artistico” che può essere così riassunto: Venezia-acqua-Turner, il quale lo ha inserito nell’Olimpio dei pittori del XIX secolo, poiché nella interpretazione di questo artista, il mare è una entità misteriosa e ostile, come sarà in seguito analogamente narrato nei racconti e romanzi di Joseph Conrad (1857 – 1924). Osservando l’acqua che travolge, quasi “inghiottisce” una barca in: A Wreck, Possibly Related to ‘Longships Lighthouse, Land’s End’ (1834 ca., acquerello su carta), si capisce chiaramente quale sia la “cifra” di Turner, con una pittura fatta di una angoscia affidata ai quei colori, i quali, tuttavia, in virtù della loro intensità, mediano tra il soggetto e il “guardante”, colui che osserva l’opera d’arte, così sapientemente descritto da Wilhelm Worringer (1881 –  1965) nel suo: Astrazione e empatia (“Abstraktion und Einfühlung”, 1907).  

Capire meglio il perché Turner fu uno dei migliori

In conclusione, il dato principale, almeno per chi ha un interesse nei confronti di questo artista che vada al di là della mera, per quanto sacrosanta, fruizione ludica, è che quando Turner imita “sbaglia”! Ad esempio, essendo Venezia uno dei suoi temi nodali, un riferimento a Canaletto era pressoché inevitabile; lo troviamo in: Venice Quay, Ducal Palace (1844 ca.), e non è certo un caso che anche questa opera sia una pittura a olio. Malgrado il puntuale ruolo giocato dai cromatismi per segnare il tratto, per il resto qui viene completamente a mancare quella resa burrascosa, tipica dell’artista inglese. Pertanto, riteniamo che egli fu davvero grande quando si limitò a essere semplicemente se stesso, lasciando piena libertà a quella impressionante capacità nel “dettaglio”, che egli fu capace di rendere nell’acquerello, una tecnica per giunta non proprio vocata alla estrema precisione. Invece, per l’appunto nell’acquerello Turner riusciva a fare ciò che voleva, raggiungendo con facilità la esattezza delle incisioni: Holy Island Cathedral (1806 – 1807 ca.). Turner, affascinato dalle nebbie e dai vapori, cantore di una Natura crudele, benché ricolma di vita, fu eccelso in una cosa sola, la quale, tuttavia, gli ha consentito di essere oggi considerato un Maestro, poiché per “Il Mago”, come per Caravaggio, Boldini e Sironi, quando una sua opera è presente in una sala espositiva, la si nota immediatamente, anche a metri di distanza. Nella fattispecie si tratta di acquerelli, un genere pittorico sovente considerato minore, ma non quando a dipingerli era la mano dell’artista inglese. 

@barbadilloit

Di Riccardo Rosati

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