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Focus. “Gli ultimi mohicani” di Solinas affresco dell’Italia raccontata da un esule in patria

Pubblicato il 11 giugno 2013 da Matteo Orsucci
Categorie : Cultura Libri

solinas3Quando Stenio Solinas dette alle stampe “Per farla finita con la destra”  (Ponte alle grazie) i miei mi avevano appena comprato una Vespa 50, indossavo jeans scoloriti sotto camicie Ralph Lauren, mi ero innamorato della ragazzina più bella del liceo, e avevo ancora qualche brufolo… Ne trovai una copia in casa, come è sempre successo coi libri più o meno clandestini e “d’area” – infelice espressione – e lo lessi più per opportunità che per curiosità. Purtroppo poi quando si inizia a leggere qualcosa di Solinas non si può che godersela e arrivare in fondo. Ero un ragazzino con un sacco d’idee in testa, mi piaceva pensare che il mondo, la società e la politica non fossero divisi dalla linea d’ombra che lasciava da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. Quando un ex fascista ti insegna a giocare a pallone, a farti il nodo alla cravatta, a scegliere il colore dei calzini, diventa difficile pensare che quello che forzatamente ti insegnano a scuola – il totalitarismo, le camicie nere bavose e manganellatrici, l’omicidio Matteotti, pane e companatico – sia la verità univoca. Ma questo è un altro discorso…
La notizia è che per i tipi di Bietti è uscito in questi giorni “L’ultimo dei Mohicani”, nuovo pamphlet di Stenio Solinas; e la verità è che questa recensione nasce come nascevano qualche anno fa certi pezzi: ci si sente per telefono, se ne discute, ognuno dice la sua ed è quello che è accaduto del resto con l’amico Michele De Feudis. È una recensione anomala per molti versi: l’autore del libro in questione è un collega certo, ma è un maestro suo malgrado per quelli che, come chi scrive, hanno deciso di intraprendere questa via. E la cosa, sono sicuro, non rallegrerà l’interessato. È anomala anche per un altro aspetto: ho metà degli anni di Stenio, e il fatto di star qui a rimuginarmi le parole in cesello dimostra la necessità inconscia di giustificarmi.
Vado al sodo. Solinas è un grandioso inviato, uno di quelli come non ce ne sono più. Capo delle pagine culturali del Giornale di Vittorio Feltri ha regalato servizi ed articoli di alta prosa su scrittori, modi e mode, con un acume unico, un punto di vista provocatore eppur aristocratico, senza per questo scadere mai nei becerume dell’esser fine a sé stesso. E in questo libro torna – dopo i vagamondaggi alla Morand e l’aver inseguito Chateaubriand fino a Gerusalemme – a cimentarsi con quello che è il racconto nudo e crudo della società, della politica e del mondo odierni. Un affresco impietoso all’interno del quale lo stesso Solinas si pone come esule in Patria, residuato di un mondo e di un tempo che non gli appartengono e nei quali, a tratti, sembra non riconoscersi. “Sono un uomo di carta”, scrive di sé in queste pagine ed è inutile che io mi muova nel territorio franco e furbetto di una recensione asettica. I libri sono scritti da uomini e conoscere chi li scrive è un ottimo aiuto… Stenio ha il doppio dei miei anni, dicevo, non twitta, non facebookka, naviga su internet poco volentieri, vive la dimensione di antimoderno con una dignità ed una cultura che ormai sono moneta rara per i tempi ultraveloci dell’era 3.0 o quella roba lì…
L’ultimo dei Mohicani è anche lui, assieme agli uomini e alle donne della propria generazione, che prendono atto di ciò che fu e più sarà senza pietismi né nostalgie. 
È un pamphlet che scorre veloce lungo la storia dell’Italia repubblicana, che muovono dalla sua nascita nel tradimento del 8 settembre, nobilitato da Italo Calvino nel 1946 su l’Unità: “…il mito del ritorno a casa: il dovere tornare a casa su mezzi di fortuna, per paesi irti di nemici. È la storia degli otto settembre, la storia di tutti gli Otto settembre della Storia…”. Peccato che, fa notare Solinas, “Ulisse e i suoi intraprendono il loro viaggio verso casa al termine di una guerra vittoriosa in terra altrui, il solo Ulisse si salva e di 8 settembre, purtroppo, la Storia conosce solo il nostro…”.
Da lì fino ai recenti accadimenti divisi tra berlusconismo, prodismo e grillismo, attraversando con sapienza e dovizia di particolari gli anni di Piombo e gli anni Ottanta, i morti di serie B dei giovani di destra, gli ideali morti e sepolti assieme alla barbarie che vide ardere i fratelli Mattei. L’ultimo dei Mohicani è anche Solinas appunto, e come ogni scrittore civile Stenio stesso parte dalla propria biografia – anche se nel libro cerca quasi per degno pudore di non accennare mai a sé stesso… È la biografia di un ragazzo e poi di un uomo che nell’Italia postbellica scelse di stare dalla parte “sbagliata”, in quella destra postfascista che con gli anmi e molte catarsi pressappochiste è pure giunta al governo del Paese, snaturandosi di volta in volta, e perdendo la propria parte identitaria. Lasciando dietro di sé doppiamente orfani in Patria uomini e donne che nella squallida via Paal ideologica – e non solo – che ha caratterizzato l’Italia decisero di non stare dalla parte di chi ha scritto i libri di Storia.
Ingeneroso accusare Solinas di comodità quando descrive con trasporto gli anni della Francia di Drieu La Rochelle, Robert Brasillach e Jacques Rigaut. Ingeneroso ridurlo a macchietta di un dandismo fuori tempo massimo facendogli fare il paio col disimpegno.
Andrè Malraux una volta ha scritto: “La Patria di un uomo che può scegliere è là dove volano le nubi più alte”. È vero, la Patria te la ritrovi tra le cose che hai ogni giorno, nel tuo spazio e nel tuo tempo. L’essere orfani in questo caso è solo un punto di vista privilegiato per descrivere ciò che avviene, con pathos civile, senza l’obbligo di dire che va tutto bene.
Per chi, come me, ha la metà degli anni di Stenio quella estrema radura di Mohicani è il sogno nel cassetto. Un sogno da farsi quando ancora tenera è la notte, perché non possiamo più permetterci Fitzgerlad e Dos Passos. Guardiamo quei Mohicani che ci guardano. Per loro solo ammirazione. E un pizzico d’invidia.

Di Matteo Orsucci

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