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Mondiali. Evviva Cristiano Ronaldo, Mark Lenders che fa grande il Portogallo

Pubblicato il 16 giugno 2018 da Giovanni Vasso
Categorie : Pallone mon amour

Cristiano Ronaldo non è un campione di plastica. Il fenomeno mediatico, l’acronimo che fattura milioni su milioni è prima di tutto  un calciatore fortissimo, carismatico, un vero capitano.

Tre gol in novanta minuti. E che gol. Si procura un rigore che segna con naturalezza,  è baciato dalla fortuna quando trasforma il principe De Gea nel ranocchio Karius. Assiste alla rimonta della Spagna (Diego Costa infinito, Nacho che gol!) ma non la subisce. Si fa atterrare dal maldestro Piqué e pennella di destro una punizione imprendibile. Conquista il pareggio lusitano. Se Quaresma, poi, fosse stato all’altezza dei suoi stessi dribbling, il Portogallo l’avrebbe addirittura vinta.

Prima di Cristiano Ronaldo, il mondiale s’era aperto con tre partitacce deprimenti. La Russia ha sfondato la bagnarola saudita, orba di qualsivoglia talento, con cinque gol. L’Uruguay l’ha sfangata contro l‘Egitto orfano dell’ammaccato Salah con una testata di Gimenez dopo che Luis Suarez ha sprecato l’impossibile e il portiere egiziano Ahmed El Shenawy ha fatto magie per negare la gioia della rete a Edinson Cavani. Il Marocco dei trequartisti si fa fregare dall’Iran degli scalzi che forse proprio in quell’inutile niet della Nike ha trovato motivazioni altrimenti irraggiungibili.

Tra Portogallo e Spagna, invece, è stata partita vera. Il calcio s’è palesato a Soci e la stella Cristiano Ronaldo ha brillato di luce accecante. Antipatico e fiero, cattivissimo. Blatter pubblicamente affermò di preferirgli Messi, un “bravo ragazzo” perché lui “è un generale”. Eppure è proprio in nazionale che il Mark Lenders di Madeira vince la sfida epocale contro il talento argentino. Almeno finora.

La sua presenza fa la differenza, trasforma una squadra altrimenti modesta in una formazione vincente e temuta. Persino quando non gioca (e la Francia se lo ricorda bene quando, forsennato e infortunato, trascinò i suoi alla vittoria degli europei transalpini). Cosa che invece a Leo Messi continua a mancare.

 

Di Giovanni Vasso

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