0

Cultura/Teatro. “Conversazione su Tiresia” al Teatro Greco di Siracusa c’è Andrea Camilleri

Pubblicato il 12 giugno 2018 da Daniela Sessa
Categorie : Cultura

Oggetti di scena: uno scrittoio, una sedia e una lampada, al centro; a terra una valigia aperta e poi, più al centro, una macchina da scrivere; e ancora libri e pietre (un “proscenio di pietre”, l’avrebbe detto Gesualdo Bufalino); a destra un leggio. Sullo sfondo, la scenografia è la proiezione di un muro di pietre. Già la scena impone l’eco di cose lontane, uno spazio da riempire. Di gesti, di parole. Arrivano, portati a spalla. Entra in scena Andrea Camilleri e quello spazio muto si riempie. L’applauso del Teatro Greco di Siracusa è scrosciante corollario all’emozione che suscita il piccolo corteo. Andrea Camilleri si siede e inizia il cunto. “Tiresia sono… Non so dirvi quale vita sia”.

Suonatore di flauto l’aveva detto Pasolini. Incantatore e illusionista, Tiresia? Tiresia, il mito dell’iride spenta, della cecità che è buio di un senso e luce della mente non illude, non incanta. La sua parola è verità, sempre saggia, sempre tremenda. Chiedere a Edipo cui predisse incesto di letto e di potere. Chiedere alla Pizia, come suggerisce Durrenmatt, i cui oracoli figli del capriccio e della fantasia sono l’altra faccia delle predizioni di ineccepibile logica di Tiresia. Si presta a un gioco grottesco tra caso e necessità, l’indovino. Perché caso e necessità furono la sua sorte. Sempre in divenire, sempre in opposizione finché il dio volle che caso e necessità coincidessero, che l’occhio spento divenisse pupilla per l’invisibile.

Qual era il volto di Tiresia? Che fattezze aveva quando, avendo ucciso per dispetto (così scrive Cesare Pavese in “Dialoghi con Leucò”) un serpente femmina, divenne donna e godette di tutti i piaceri del corpo femminile? E da maschio, che aspetto aveva? Non c‘è punto della tradizione che ci dica qualcosa del suo aspetto: Sofocle ed Euripide, e prima di loro Omero, dicono della sua vecchiaia e della cecità, della mirabile arte dell’indovino; Orazio (il poetastro, dice Camilleri/Tiresia) lo disse ingannatore e avido; Giovenale lo volle pure sordo (ma sentiva il canto degli uccelli, replica ironico Camilleri); Stazio (“La Tebaide sembra un fim dell’orrore, fa più paura di un film di Dario Argento” e qui il pubblico ride e applaude, ancora) scrive della mano famosa dell’alma tebana e Dante, che lo mette tra i peccatori della quarta bolgia ci mostra nella poesia del contrappasso – “Mira c’ ha fatto petto de le spalle”- le terga dell’indovino a fargli da faccia ( e le terzine dantesche sono proiettate sul muro e lette dalla voce fuori campo dello scrittore). Nient’altro dalla tradizione se non la faccia degli attori che nel tempo l’hanno interpretato: il volto diafano e sinistro di Julian Beck nel film di Pier Paolo Pasolini;quello bello e ironico di Mireille Asselin che è Therese/Tiresia nell’opera buffa di Francis Poulenc “Le mammelle di Tiresia” tratta dal dramma surrealista di Guillaume Apollinaire (Camilleri ricorda che lo mise in scena nel 1968 e le femministe lo contestarono); e quella degli attori che prima di Andrea Camilleri lo hanno interpretato al Teatro Greco di Siracusa, da Annibale Ninchi a Warner Bentivegna, da Mario Scaccia al volto, il più sofferto e solenne, di Ugo Pagliai nel 2013.

Prima di Andrea Camilleri. Dopo Andrea Camilleri Tiresia avrà la faccia grossa e allungata, macchiata e cieca dello scrittore di Porto Empedocle, avrà la sua voce cavernosa impastata di fumo, avrà la sua camminatura claudicante da vecchio cieco, avrà la capacità di un’altra metamorfosi da indovino a cantore, da tessitore di profezie a cucitore di cunti.

Sarà un aedo come fu Omero, cieco anche lui, come è Andrea Camilleri cieco di occhi e vedente di pensiero, testimone di tre generazioni, metamorfosi anche lui nel racconto del nostro tempo. “…divenuto per miracolo da uomo femmina” ecco la metamorfosi ovidiana, che si ripeterà sette anni dopo all’inverso: un prodigio aver interrotto il connubio dei serpenti e una disgrazia dover far da arbitro alle contese erotiche di Giove e Giunone. La dea, interrogato Tiresia su chi tra uomo e donna provasse più piacere, condannò il pastore alla cecità, perché mai avrebbe accettato di aver perso tutto quel tempo tra mani insoddisfacenti, seppur del padre degli dei. Zeus, impietosito, donò a Tiresia il dono della veggenza. O fu Atena ad accecarlo per l’avidità o il caso di averla vista nuda? “Guardando il lato B di Atena mi fui persuaso che il mondo doveva essere rotondo”. Scivolare da un sesso all’altro vuol dire già vedere con altri occhi: “infuriare come il mare e donare come la terra” cantano i Genesis in “The cinema show” le cui note annunciano l’entrata in scena di Andrea Camilleri, Tiresia il cieco, Tiresia l’indovino. E’ accompagnato da Valentina Alfierj, la sua Manto, e da Tancredi Di Marco (giovanissimo talento della danza e reduce dal fortunato “Billy Elliot il musical” per la regia di Massimo Romeo Piparo).

 

E’ una lectio con elementi spettacolari “Conversazione su Tiresia” scritta dallo stesso Camilleri e per la regia di Roberto Andò. Della lectio ha il lungo excursus dei luoghi di Tiresia dal mito fino alla letteratura contemporanea: da Dante a Poliziano (il primo che lo fece poeta per le sue predizioni in versi), da Milton a Hofmannsthal (che gli negò la predizione e lo fece muto di fronte al sangue della Storia), da Primo Levi a Durrenmatt, da Cocteau (qui la cavea si riempie delle note di “Oedipus rex” di Igor Stravinskij) a Ezra Pound (se catarsi esige il Teatro Greco, si ha qui con la proiezione e voce fuori campo dei versi dai Cantos “Ho veduto quel che ho veduto”) fino a ” The waste land” di T.H. Eliot  “A Cartagine poi venni/Ardendo ardendo ardendo/Signore Tu mi cogli/ O Signore Tu cogli/Ardendo”.

Ardendo, Andrea Camilleri incanta il pubblico di Siracusa (il teatro è sold out) con la sua gestualità :la mano destra che si alza a scandire il ritmo delle parole; con la mimica delle mani a supplire i moti degli occhi; con la coppola che ogni tanto si aggiusta sulla testa; col suo protendersi di impercettibile attimo sul bordo della sedia. Incanta e arde la voce, capace di modularsi dall’ironia alla dolcezza, dalla gravità alla veemenza. L’ironia è tutta per le donne: un omaggio ai loro pensieri febbrili; la veemenza è per chi ha dileggiato la persona di Tiresia creando persino lo scabroso neologismo “tiresiare”; la gravità è per la memoria della metamorfosi denunciata da Primo Levi, da uomo a non uomo. La dolcezza è del suo modo di raccontare, della lingua che non cade nel tranello del vigatese, del ritmo modulato dello spettacolo, della straordinaria capacità di Camilleri di fare del teatro greco più grande del mondo lo spazio piccolo della sua stanza, di mettere intorno a sé uno a uno gli spettatori e parlare a loro guardandoli. Con l’occhio metafisico, con l’occhio del cuore, con l’occhio di una mente eccezionale. Un omaggio alla memoria come mnemotecnica dell’anima. Se il teatro è parola, Camilleri ne ha celebrato il trionfo. Se il teatro è quello che Pirandello e Borges hanno definito e cioè la nostra esistenza, la nostra catastrofe da persona a personaggio, Camilleri ha incarnato quel senso del teatro. Mai dimenticare che la parola teatro ha la stessa radice di vedere. Mai dimenticare che l’arte è un assaggio di eternità. Ed è all’eternità che Camilleri pensa mentre gli applausi coprono le sue ultime parole “Diventato cieco mi è venuta una curiosità immensa di intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina a me e allora ho pensato che venendo qui, in questo teatro, tra queste pietre veramente eterne sarei riuscito ad averne almeno un’intuizione”. Sullo schermo passano le immagini di Tiresia di Woody Allen e Camilleri esce di scena. Ha avuto la sua parte di eternità. L’ultima sua veggenza è averla donata al pubblico di Siracusa.

Una brevissima nota per la regia di Roberto Andò. Camilleri, commentando il film di Andò “Il manoscritto del principe”, ne lodò l’eleganza e il pudore, il coraggio nel rifiutare ogni concessione spettacolare. Andò deve averle ben tenute in mente quelle parole nella sua regia, che è un gioco evocativo, discreto ed essenziale di luci (blu, gialle, bianche, rosse), di musiche (eccellenti le incursioni di Roberto Fabbriciani) e di immagini: queste scorrono sulla parete e danno il movimento alla scena, creano una dissolvenza tra le parole dette e quelle scritte, imprimendole di solennità, e accompagnano la conversazione con la perizia da documentarista e da poeta dell’immagine, che è Roberto Andò.

Di Daniela Sessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *