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L’intervento. Semipresidenzialismo? Altro che P2. E’ una riforma per rafforzare le istituzioni

Pubblicato il 10 giugno 2013 da Felice Giuffrè
Categorie : Politica

repubblicaIn un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano lo scorso 6 maggio, l’editorialista di Repubblica  Barbara Spinelli ha inteso denunciare il “presidenzialismo di fatto” che avrebbe già travolto l’essenza della nostra Repubblica parlamentare. Di più! In un crescendo di risentita esecrazione la medesima giornalista è giunta ad accusare, senza giri di parole, il Presidente Napolitano di avere illegittimamente attratto a sé (dunque, usurpato) anche i poteri del Presidente del Consiglio.

Al culmine del suo sproloquio costituzionale la Spinelli legge, addirittura, le ultime vicende politico-istituzionali, che hanno condotto alla formazione del governo Letta e al (ri)avvio del processo di riforma della nostra Costituzione, come il compimento del disegno piduista, con il ruolo determinante del Pdl e la complicità di ampi settori del Pd. Secondo la tesi, dunque, un’eventuale riforma in senso presidenziale della forma di governo costituirebbe soltanto la formalizzazione della “deriva oligarchica della nostra democrazia” già realizzata nella sostanza.

Sulla scia di questo mirabile incrocio di sapienza giuridica e civico senso di responsabilità, tanto per non rimanere indietro, il filosofo del diritto grillino Paolo Becchi, ha rilanciato la tesi del “colpo di stato permanente”, mentre il suo mentore pentastellato, all’unisono con Marco Travaglio, continuava ad evocare l’ombra lunga del “Piano di rinascita democratica” e del suo “venerabile” promotore (che però, a dire il vero, auspicava non il “semi-presidenzialismo”, ma il “cancellierato tedesco”).

Di qui, un turbinio frenetico, assordante e delirante di twit, post, chat, blog; insomma, tutto l’armamentario preferito dal qualunquismo grillino e dalla sinistra cyber-rivoluzionaria, radical-chic, resistente in servizio permanente effettivo, ma, in tutti i casi, con molto tempo a disposizione da passare sul web. Come spesso accade di questi tempi, tuttavia, anche in quest’occasione al crescendo di vibrante di radicale indignazione, corrisponde una progressione geometrica di radicali fesserie politico-costituzionali.

Quanto agli attuali poteri del Presidente della Repubblica – come ha ricordato Stefano Ceccanti in un recente intervento – già la dottrina francese ha sottolineato come la Costituzione italiana del 1948 delinei una figura di Capo dello Stato con poteri, che, almeno potenzialmente, sono ben più penetranti del Presidente della V Repubblica francese, direttamente eletto dal Popolo. E’ solo che – richiamando una fortunata metafora di Giuliano Amato – i poteri presidenziali, in Italia, sono configurati “a fisarmonica”, nel senso che si estendono o si restringono in relazione al contesto politico in cui storicamente ciascun Presidente si trova ad operare.

Sono stati, dunque, più ristretti (quasi “notarili”) quanto ci si trovava di fronte ad un sistema di partiti radicato e sufficientemente legittimato, ad un contesto internazionale ingessato dalla logica dei blocchi, ad una situazione che garantiva uno sviluppo più o meno costante e la possibilità per lo Stato di manovrare tutte le leve della politica economia.

Per converso, i poteri del Presidente sono oggi più penetranti perché, fortunatamente e grazie alla lungimiranza dei Costituenti, valgono ad assicurare quel minimo di solidarietà politica e di continuità statale dinanzi all’attuale profonda crisi di legittimazione delle forze politiche e delle istituzioni, alla gravissima crisi economico-finanziaria internazionale e al mutato contesto geopolitico, che pone tutti i popoli europei (e non solo quello italiano) di fronte a nuove sfide per preservare, almeno in parte, il ruolo che storicamente gli è appartenuto.

L’esigenza di una grande riforma della seconda parte della Costituzione italiana, con l’introduzione di una forma di governo “semi-presidenziale”, unitamente ad una nuova legge elettorale di tipo maggioritario a doppio turno di collegio, varrebbe a rilegittimare, rafforzandole, le istituzioni repubblicane agli occhi dei cittadini, ma anche della comunità internazionale, consentendoci di mettere al sicuro la prima parte della Carta repubblicana e quel giusto equilibrio tra libertà, eguaglianza e solidarietà grazie al quale l’Italia è potuta risorgere dopo le macerie del secondo conflitto mondiale e della guerra civile. Con buona pace degli indignati di professione.

*professore di Diritto Costituzionale, Università di Catania

Di Felice Giuffrè

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