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L’intervista. Il pittore Gasparro (in mostra a Roma): “Riscoprire il sacro contro il culto del brutto”

Pubblicato il 21 Maggio 2018 da Francesco Petrocelli
Categorie : fedi e religioni Le interviste Sacro

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Per tre mesi, ininterrottamente, il Museo Napoleonico di Roma ha ospitato “I Papi di Napoleone”, un’esposizione incentrata su due dipinti di Giovanni Gasparro – giovane artista pugliese, travolgente, sacrale e controrivoluzionario, “l’ultimo caravaggesco” secondo Sgarbi – raffiguranti i pontefici regnanti durante l’età di Napoleone: Pio VI Braschi e Pio VII Chiaramonti.

Gasparro, oggi si chiude la mostra. Un resoconto?

“La mostra al Museo Napoleonico di Roma ha riscosso numerosi consensi di pubblico e critica. Non passa giorno che non riceva attestazioni di stima da visitatori, storici dell’arte, collezionisti, la qual cosa può far peccare d’orgoglio. Considerando il grande successo riscosso, la Direzione ha prorogato l’apertura sino al 20 maggio”.

“I Papi di Napoleone”: Pio VI e Pio VII. Che messaggio veicolano questi due dipinti nella modernità?

“Pur essendo due immagini di pontefici del passato, la modernità dei messaggi sottesi e le implicazioni ecclesiali e politiche che ne derivano, rendono, a mio avviso, questa riproposizione pittorica dell’effige di Pio VI Braschi e Pio VII Chiaramonti, attuale ed eloquente, a prescindere dal valore della mia interpretazione pittorica. Due papi esiliati perché apertamente avversi alle politiche giacobine del Bonaparte ed alla “tirannide liberale” napoleonica, mostrano in modo stridente l’abisso in cui la Chiesa post-conciliare sia scivolata, sposando le ideologie dei nostri tempi o semplicemente tacendo senza opporsi in modo virile ad esse. Anche il concetto di separazione Stato-Chiesa e le prerogative dell’Una e dell’altra, appaiono difformi dall’attuale sensibilità. In questo, Pio VI e Pio VII, come Gregorio XVI, Pio IX, Pio XI, e tutti gli altri pontefici del passato, sono smentiti e tristemente rinnegati dai nuovi concordati del Vaticano dell’epoca di Giovanni Paolo II, in cui non si vuole riconosce il Cattolicesimo come religione di Stato, per volere della stessa Chiesa cattolica, in dichiarata continuità con i propositi espressi dal Concilio Vaticano II (Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae). Ne paghiamo le conseguenze assistendo ai tentativi dei cattolici, resi, de facto, ininfluenti sul piano culturale e legislativo-giudiziario, in primis sulle questioni etiche e confessionali, nelle diatribe con lo Stato italiano e nelle sedute parlamentari. Siamo asserviti ai dominatori che legiferano in barba alla legge divina. Per questo Giulio II difese i confini dello Stato della Chiesa, non di certo per meri interessi materiali. Per questo papa Braschi e papa Chiaramonti si opposero alle ingerenze ed all’invasione dei giacobini francesi. Ricordiamo che Napoleone pretendeva di nominare personalmente vescovi compiacenti al regime, che Roma avrebbe dovuto accettare, obtorto collo. In sostanza ciò che accade oggi nella Cina comunista, con il tacito assenso di papa Francesco, come denunciato dal cardinale Zen. Quando la Chiesa non può amministrare temporalmente, seppure su un piccolo territorio, diventa la cappellania asservita al tiranno di turno, quindi ininfluente, complice e compiacente, in ultima istanza pilatesca. Pio VI ha pagato con la vita quel coraggio. La mia pittura e la mostra intendevano rendere omaggio a questi due pontefici dimenticati, perpetrandone la memoria”.

Gasparro2A proposito di pontefici. Benedetto XVI ne ha fatti novantuno. Sgarbi ha incasellato il ciclo che hai realizzato per la Basilica di San Giuseppe Artigiano all’Aquila come “visione liturgica ed estetica” di Benedetto XVI. Ma si sbagliava così tanto?

“Il mio pensiero estetico e teologico non è subordinato alle correnti di pensiero mondane, né all’avvicendarsi delle sensibilità liturgiche dei singoli pontefici. Sgarbi ha intuito bene la mia sensibilità legata alla tradizione, anche se non è Benedetto XVI il riferimento immediato del mio pensiero in relazione all’arte sacra. Come ho risposto anche a Camillo Langone e Cristina Siccardi, in altre recenti interviste, mi sento figlio della trattatistica post tridentina, dell’ Instructionum fabricae et supellectilis ecclesiasticae di San Carlo Borromeo ed il De Pictura sacradel cardinale Federico Borromeo, giustapposti al Discorso intorno alle immagini sacre e profanedel cardinale bolognese Gabriele Paleotti. Per questo le mie fonti artistiche privilegiate restano quelle della stagione controriformista-barocca, italiana, fiamminga e spagnola. Certamente quel mio intervento monumentale per la recuperata Basilica di San Giuseppe artigiano a L’Aquila, dopo il sisma del 2009, ha coinciso temporalmente con il pontificato di Benedetto XVI, ed in qualche modo può esser apparso affine negli intenti di “restaurazione” o “controrivoluzione” se intesa come contrapposizione alla rottura estetica delle commissioni d’arte sacra dei tempi di Paolo VI o Giovanni Paolo II. Ad ogni modo, ripeto, i miei riferimenti teologici, estetici e spirituali, anche magisteriali, sono da ricercare altrove perché Benedetto XVI è notoriamente legato alla stagione del Concilio Vaticano II, quindi all’evento ecclesiale che ha innescato la situazione di silente apostasia attuale”.

Rimaniamo sulla tua decorazione di San Giuseppe. Come si può, dopo un’esperienza così intima, essere catapultati nel piattume che idolatra il dito medio di Cattelan?

“Purtroppo le dinamiche del contemporaneo sono estremamente perverse. Nell’epoca del sovvertimento dei valori eterni, quello che dovrebbe restar nascosto o cessare di esistere è esaltato come feticcio. Questi “vitelli d’oro” della cultura contemporanea sono il paradigma perfetto di una società figlia delle ideologie rivoluzionarie. L’anno passato ricorrevano le celebrazioni dei capisaldi del pensiero di Rivoluzione, ovvero quello umanistico-luterano, quello giacobino-massonico francese figlio dei pensatori “illuministi” che ha partorito la rivoluzione francese e quello socialista-scientifico, quindi marxista, del Comunismo sovietico che diede espressione al sistema filosofico di Hegel. Il Liberalismo, in arte, ha aperto la strada a questo mercimonio di pattume che ben rappresenta la nostra epoca. È un tempo in cui lo sguardo è proteso, non senza compiacimento, verso il basso. Assistiamo ad un culto delle elite intellettuali al brutto, al deforme, alla decomposizione. Ma nel 2017 ricorreva anche il centenario delle apparizioni mariane a Fatima per ricordarci che ci sono artisti, seppur negletti, ancora anelanti ad altezze celestiali. In un futuro imminente potrebbero meritare le attenzioni oggi negate”.

Per quanto profondamente sacre, le tue opere sono intrise di carnalità: è una sorta di compromesso che l’arte cattolica è costretta a fare con il ‘linguaggio’ moderno?

“In realtà è la scelta di campo che fa la stessa Controriforma sia sul versante milanese con San Carlo Borromeo, che su quello bolognese con il cardinale Paleotti. Del resto è un elemento che la Chiesa ha ritenuto basilare da subito nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree perché “Verbum caro factum est, et habitávit in nobis: et vídimus glóriam ejus…” (Giovanni. I, 1-14), “Il Verbo si è fatto carne” e questo ha legittimato la carnalità o meglio, l’adesione al dato reale, l’imitazione del naturale e del percepibile con i sensi. Questo perché la Chiesa ha sempre saputo, con San Tommaso d’Aquino, metabolizzando Aristotele, che l’uomo ha accesso alla conoscenza attraverso i sensi corporali, perché non è un puro spirito come gli angeli. Ovviamente questo non implica o giustifica una certa decadenza sensuale rintracciabile in alcune derive iconografiche rinascimentali, stigmatizzate prontamente dal Concilio di Trento o peggio in quelle di alcune celebri commissioni d’arte sacra contemporanea, che seppur figurative, sono scadute in trivialità al limite del pornografico. Vedi il caso dell’affresco della controfacciata del duomo di Terni, commissionato da mons. Paglia al pittore Ricardo Cinalli. Essendosi Gesù, quindi Dio, incarnato in un Corpo reale, l’arte sacra deve indagare le Verità visibili, in senso aristotelico-tomista. Nel mio caso l’aderenza al dato reale è strumentale a trasmettere le Verità di Fede, ponendomi in continuità con la tradizione figurativa occidentale, in primis con quella post-tridentina”.

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Quale futuro per l’arte cattolica e per la Chiesa?

“Una domanda che richiederebbe trattati analitici o vaticini. Non potendo conoscere le sorti della Chiesa, ma con la certezza datami delle parole della Beata Vergine a Fatima, “il mio Cuore Immacolato trionferà”, posso auspicare una nuova stagione per l’arte sacra. Ritornando alla figurazione e quindi alle rappresentazioni iconiche, si ristabilirà certamente una nuova edificazione estetica. Se si rigetta l’aniconismo filo-protestante e giudaico-islamico, l’arte sacra cattolica tornerà a svolgere il suo compito primigenio: lodare Dio, catechizzare ed edificare le anime nell’orazione, producendo, potenzialmente, manufatti che abbiano anche un valore sul piano strettamente artistico”.

Un libro e un brano a cui sei devoto.

“Difficile menzionare un solo titolo per categoria. Non amo le selezioni brutali o i piedistalli su cui si pongono certe opere a scapito di altre cosiddette “minori”. Più semplice citare cosa ho ascoltato questa sera, ovvero alcune arie del Tamerlanodi Händel e quali libri ho sulla scrivania in questo preciso istante: il catalogo della mostra monografica su Gaudenzio Ferrari a Varallo Sesia, Vercelli e Novara ed il ‘De imitatione Christi'”.

Programmi per il futuro?

“Ho in programma diverse mostre tra cui “La Calabria, il Mezzogiorno e l’Europa al tempo di San Francesco di Paola” presso la Cittadella Regionale della Calabria a Catanzaro, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio del MiBACT, curata dal Segretariato Regionale del MiBACT per la Calabria, con opere di grandi autori del passato che hanno effigiato il santo ed i suoi molti miracoli. Una delle mie prossime personali sarà in Veneto per quest’autunno. A maggio ho inaugurato la seconda pala d’altare per la chiesa romanica di San Francesco d’Assisi a Trani, dipingendo il patrono, san Nicola Pellegrino. A seguire sarà la volta di altre pale d’altare per chiese storiche di Siena, Roma e diverse altre città europee”.

@frpetrocelli

@barbadillo.it

Di Francesco Petrocelli

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