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Cinema. Il fascino immortale di Rita Hayworth, a 100 anni dalla nascita della “femme fatale”

Pubblicato il 14 maggio 2018 da Gianni Marocco
Categorie : Cinema

image001Rita Hayworth e Gilda finiranno per essere una cosa sola, confondersi agli occhi degli spettatori. Poche altre volte un film di grande successo ha talmente  riassunto, glorificato e tramandato il ricordo di un’attrice, una straordinaria  femme fatale, “The Love Goddess”. Film presentato nel 1946, prodotto dalla Columbia Pictures e diretto da Charles Vidor – (Budapest, 1900 – Vienna, 1959), un cineasta ungherese di origine ebraica, regista di grandi classici como Il cigno e Addio alle armi  – con Rita Hayworth, Glenn Ford e George Macready quali attori principali, ambientato a Buenos Aires,  nel ’45, tra la fine del conflitto e l’inizio della pace,  che prospetta un mortale triangolo amoroso, tipico del genere noir.

È il secondo dei 5 film interpretati da Rita Hayworth in coppia con Glenn Ford. Gli altri sono Seduzione (The Lady in Question), del ’40 (il remake di Gribouille, tradotto in italiano come Il caso del giurato Morestan, un film francese del 1937), Gli amori di Carmen (The Loves of Carmen)  del ’48, Trinidad (Affair in Trinidad) del ’52, The Money Trap (La trappola mortale) del ’66.

Glenn Ford, nome d’arte di Gwyllyn Samuel Newton Ford (Sainte-Christine, 1916 – Beverly Hills, 2006), è stato un attore statunitense di origine canadese, conosciuto per le sue interpretazioni in film western e noir. Girò oltre 130 film. In Gilda egli appare, come in genere nelle pellicole di quel tempo, sempre ben rasato, con i capelli perfettamente pettinati, imbrillantinati, veste camicie bianchissime ed abiti di ottimo taglio, bevendo e fumando senza tregua, senza pensare a cirrosi e tumori… Ford si sposò quattro volte, ma sempre era rimasto innamorato di Rita, dirà poi. Durante una proiezione di Gilda, nel 1987, Glenn non smetteva di piangere e raccontava di collocare tutti i giorni una rosa davanti ad un ritratto dell’attrice, deceduta quattro mesi prima. Forse era la verità.

Trama. Il  giocatore  e baro statunitense  Johnny Farrell (Glenn Ford), conosciuto nell’angiporto,  viene  assunto  dal misterioso connazionale Ballin Mundson (George Macready, dalla vistosa cicatrice sulla guancia), proprietario di una illegale bisca di lusso nella Capitale argentina: diventa presto il suo braccio destro. Al ritorno da un viaggio, Ballin è accompagnato da Gilda, un’altra nordamericana appena sposata. L’incontro tra Johnny e Gilda è freddo; i due sembrano conoscersi, ma non lo danno a vedere.

L’irrequieta Gilda, un concentrato di bellezza e sex appeal, sa di essere stata comprata dal marito, sposato appena conosciuto, ma non riesce a comportarsi secondo le regole; Johnny è incaricato di seguirla e ricondurla al suo ruolo di moglie. L’odio tra i due rivela un precedente rapporto d’amore finito male. Durante la festa del carnevale un uomo viene poi assassinato nel locale. Ballin fugge, inseguito dalla polizia, e mette in scena la propria morte: ha bisogno di sparire per un po’ di tempo.  Johnny, convinto della sua scomparsa, sposa subito Gilda, beneficiaria del testamento, ed assume le redini dell’organizzazione che si occupa, tra l’altro, del (improbabile) monopolio del tungsteno, già in mani tedesche. Gilda sembra finalmente felice, ma Johnny la trascura, con glaciale e punitiva freddezza; la controlla ossessivamente, rendendole la vita un inferno.

La scena più memorabile ed iconica del film è Gilda, piccante, sexy, ribelle, indecente, che si esibisce a  sua insaputa nel casinò, cantando sensualmente  Put the blame on Mame (Date la colpa a Mame) con l’abito nero lungo, senza spalline, ed i guanti disegnati da Jean Louis. Un ballo propedeutico ad uno stripetease di sfida al marito presente, mentre canta parole d’innamorata senza speranza. Mame era una (più o meno  immaginaria) cantante francese famosa per svestirsi dopo ogni interpretazione. Gilda la emula. Inguainata nel suo splendido vestito di raso nero, la donna  distilla erotismo a base di movenze, ondeggiamenti sinuosi, sguardi lascivi, movimenti di ballo che sfiorano la contorsione. La danza e la canzone sono deliberatamente scelte per provocare, umiliare, far infuriare pubblicamente il marito Johnny che la trascura.

La donna si sfila un solo guanto, tra gli applausi appassionati del pubblico, e… come! Come se si mettesse tutta a nudo ed…oltre. Gilda lancia il secondo guanto dal palco e chiede di essere aiutata ad abbassare la cerniera del vestito. Farrell, pieno d’ira e forse gelosia, l’afferra e spinge con violenza contro un muro. Gilda, sfacciatamente gli dice: “Adesso tutti sanno la verità. Tutti sanno che il gran Johnny Farrell è stato ingannato, che si è sposato con una….”. Il teso dialogo è interrotto dal leggendario e sonoro schiaffo propinatole dal marito. Coerente con la “peccaminosa” pellicola”…che esprimeva, dirà poi Ford, una passione ed una violenza reali.

Uno schiaffo ben assestato garantisce ad una scena cinematografica un grande impatto emotivo, che può assumere valenze comiche o drammatiche. Nel caso di Gilda drammatiche ed erotiche. Ma che, ovviamente, è finito sul banco d’accusa del femminismo, specialmente a partire dal ‘68. Gilda, come la biblica Eva, sfida le norme e le convenzioni sociali, la sua sessualità viene demonizzata dalla ‘cultura patriarcale’ nordamericana, intimamente misogina, che pretende di salvarla dall’autodistruzione, punendo giustamente, anche a suon di ceffate, la sua insopportabile, invocata libertà sessuale… Cioè, una rivoltante esibizione della social inferiority women! Eppure Gilda, come altri film dell’epoca, superficialmente coerenti con un supposto, consolidato  modellosessista e patriarcale, appaiono, in realtà, schiudere le porte di radicali anticonformismi, sono sottilmente ambigui, tali da suggerire altre letture, differenti ipotesi e seguiti.

post_ritahayworthcoverNel cinema internazionale, non solo di genere erotico, lo streap tease ha goduto di attenzioni particolari: alcune scene di strip sono entrate nell’immaginario collettivo. Ma nessuna come Gilda. Tornando al film, Gilda, dopo il celebre ceffone, disperata fugge a Montevideo, sull’altra sponda del Plata, e tenta di ottenere l’annullamento del matrimonio, ma Johnny, mosso da un insanabile rapporto di odio-amore, con un tranello la fa tornare a Buenos Aires. Il locale viene chiuso dalla polizia e Johnny, messo alle strette, opta per collaborare, consegnando ad un commissario i documenti di Ballin sul monopolio illegale del tungsteno. Johnny decide di seguirla per ricominciare negli Stati Uniti una nuova vita insieme. Ma ricompare, all’improvviso, Ballin, intenzionato ad ucciderli perché lo hanno tradito.

Proprio mentre sta per farlo, è colpito a morte, sembra dall’addetto ai bagni del locale, amico di Johnny. Ora Gilda e Johnny, finalmente riappacificati (in modo abborracciato),  e liberati alla buona dal commissario da seccature giudiziarie (grato per le rivelazioni ricevute e, chissà, toccato da quell’amore contorto e struggente), sono liberi di partire per proseguire la loro (per la verità non molto credibile) grande storia d’amore, dopo aver come compiuto una sorta di  catartico rito di purificazione, liberi da colpe ambedue.  Un happy ending non più carico di problemi, di cinismi, di malsani disegni non esplicitati, bensì di fauste premesse, secondo il tradizionale ottimismo made in USA.

La sceneggiatura del film è stata di Marion Parsonnet (l’adattamento di Jo Eisinger), a partire da un testo di E. A. Ellington. La complicata storia era coerente, in qualche modo, pure con la paranoia verso la sconfitta Germania nazista e l’ipotesi di criminali di guerra in fuga verso l’America Latina con nuove identità. Gilda fu elaborato come un veicolo di rilancio per Rita Hayworth, rimasta lontana dal set durante due anni per maternità (nel 1944 era nata Rebecca dal suo matrimonio con Orson Welles).

La lavorazione del film fu costellata da continui litigi tra Harry Cohn, produttore e boss della Columbia, ed il regista Charles Vidor. Elemento chiave del film sono i numeri di danza di Rita, creati dal coreografo Jack Cole. Le canzoni Amado Mio e Put the Blame on Mame, quest’ultima eseguita nella famosa scena dello “spogliarello” con i guanti, furono doppiate da Anita Ellis, una cantante canadese oggi novantottenne, ma rimasero legati al nome ed alla figura di Rita Hayworth. Harry Cohn era geloso che tra lei e Glenn Ford potesse nascere una relazione. Solo quarant’anni più tardi, dopo la scomparsa  della Hayworth, l’attore confessò che la relazione c’era effettivamente stata all’epoca del film …se è vero, in quanto Glenn cambiò talora le versioni dei fatti. Dirà pure  che la Hayworth rispose d’istinto al famoso schiaffo con una pesante sberla, tagliata poi al montaggio, tanto forte che lui  ci perse un dente, anche se le testimonianze di Ford sull’episodio furono contraddittorie…

Gilda uscì sugli schermi italiani il 4 giugno 1948. Nonostante l’enorme successo di pubblico, la critica italiana fu abbastanza severa nel giudicare il film, per le forzature e poco credibili o ingenui espedienti narrativi. Gilda ripercorre luoghi comuni del noir, a cominciare dalla voce fuori campo (quella del personaggio interpretato da Ford) cui è affidato il compito di accompagnare lo spettatore attraverso la vicenda, introducendo elementi di precarietà. Progressivamente, Johnny rivela una personalità disturbata. Si crea un triangolo amoroso poco credibile, infermiccio, tendente al macabro. Il tema di una possibile omosessualità, in tempi di Codice Hays dal nome del suo creatore Will H. Hays, il Production Code, consisteva in una serie di linee guida che per molti decenni, dal 1930,  governò la produzione del cinema negli USA era evitato, ma trovava espressione sotto forma di comportamenti misogini: resta assai controverso. Glenn Ford sostenne di essere stato consapevole, con George Macready, l’altro principale interprete maschile, di dover “interpretare due omosessuali”, ma fu smentito da Vidor.

Le circostanze e le responsabilità del disastroso fallimento della precedente relazione tra Gilda e Johnny restano avvolte nel mistero. L’ombra di un passato, ignoto allo spettatore, che grava sulle psicologie dei personaggi è un elemento ricorrente del noir. Come l’ambientazione in Paesi esotici (in questo caso l’Argentina), in atmosfere equivoche  dove l’uomo occidentale affonda nello smarrimento e nella tentazione della perdita di sé. Fondamentale nella creazione di tali atmosfere è la bella fotografia in bianco e nero, di Rudolph Matè.

 La figura della “dark lady”, infedele, spregiudicata, è forse il carattere più tipico del genere noir, popolato di ritratti femminili la cui ambiguità, è stato rilevato, spesso è essenzialmente il prodotto di un distorto sguardo maschile. È così per Gilda. La sua ricerca di libertà, i suoi atteggiamenti provocatori, i suoi tradimenti, rappresenterebbero un tentativo di risolvere il conflitto tra la persona reale e la maschera di oggetto del desiderio che le è stata imposta. Rivelatore, al proposito, lo strip-tease abbozzato, avvolto in un’atmosfera quasi onirica, nella quale, la donna esibisce, mentre canta, una sensualità straripante e trascinante, che scatena la fantasia degli spettatori.

Di Gianni Marocco

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