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Il caso. Perché la lotta di Alfie Evans è una battaglia che non si può ignorare

Pubblicato il 24 aprile 2018 da Alemao
Categorie : Corsivi Esteri Politica

skynews-alfie-evans-alfie-evans_4220126[1]Quella di Alfie Evans non è una battaglia di retroguardia, non è una trincea sul fronte dei costumi, di quelle da lasciare al movimentismo cattolico. È uno scontro di civiltà, qualcosa che va molto al di là dell’aspetto spirituale e religioso. Che mette in discussione i valori dell’Occidente. Ammesso che, di primi ce ne siano ancora e che il secondo esista davvero.

Da qualche ora, Alfie è stato ricollegato alle macchine che lo tengono in vita. La notte che ha appena passato è stata tremenda. Il giudice aveva deciso per la sua esecuzione che sarebbe dovuta avvenire nel metodo più igienico (e insieme disumano) possibile: staccandolo, semplicemente, dai presidi che gli garantivano acqua e ossigeno.

L’orrore sta nel fatto che un giudice, e quindi un apparato statale, si arroghi il diritto di vita e di morte, di scegliere al posto dei genitori sull’esistenza di un bambino. Sarebbe già mostruoso se pretendesse di farlo, e lo fa che sia nell’uno o nell’altro senso, per un adulto.

E che lo faccia per ragioni brutalmente economiche, mascherate da motivi burocratici e, udite udite, perfino umanitari: non si sa cos’abbia Alfie, affetto da una patologia praticamente sconosciuta; non si sa se ne guarirà mai diventando un buon cittadino produttivo che pagherà le tasse: togliamocelo di torno.

In buona sostanza, quello che fu il latinorum per Don Abbondio è oggi il “best interest” applicato dal giudice Hayden.  Solo che Renzo bramava per sposar Lucia, Thomas – il padre del piccolo Alfie – combatte come un leone per salvare la vita al figlio ammalato.

La questione va ben al di là di una controversa pronuncia giurisdizionale in una corte inglese. Investirebbe l’eterno dibattito, quello del positivismo contro il giusnaturalismo se, almeno, si avesse intenzione di incardinare una discussione con i suoi termini propri, senza ricorrere a pietosi nascondimenti. Prima ancora della filosofia del diritto, però, c’è una circostanza non da poco. Una civiltà che in nome del progresso ritiene che sia giusto staccare la spina a un bambino di pochi anni, che valori può ritenere di difendere, in maniera credibile? Quali valori può avere chi ritiene possa essere giusto sbarazzarsi di un bambino perché curarlo non è economicamente vantaggioso? E su quali basi può continuare a vantare un presunto primato culturale mondiale, al punto da giustificarne l’esportazione su scala planetaria della sua way of life?

Di Alemao

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