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Mostra. “Nascita di una nazione, tra Guttuso, Fontana e Schifano”: l’elogio di troppo per il ’68

Pubblicato il 16 aprile 2018 da Enrico Nistri
Categorie : Cultura
La mostra a Firenze

La mostra a Firenze

Pur non essendo un critico d’arte, ho visitato la mostra “Nascita di una nazione, tra Guttuso, Fontana e Schifano”, aperta a Firenze, nelle sale di Palazzo Strozzi, fino al prossimo 22 luglio. L’ho fatto perché stimolato dai numerosi giudizi, anche critici, che erano stati espressi, e soprattutto dal titolo, che finora avevo associato a una pietra miliare nella storia del cinema muto, il controverso capolavoro di David Wark Griffith: non a caso, nella traduzione inglese, la mostra s’intitola Dawn (non Birth) of a Nation, forse per evitare che qualche visitatore statunitense elettore di Trump protesti per la mancanza della cavalcata finale degli uomini del Ku Klux Klan. L’ho visitata senza esibire tesserini dell’Ordine né piatire cataloghi o biglietti omaggio, per potermi riservare la massima indipendenza di spirito.

Sulla scorta di quanto avevo letto, vi sono entrato con un pregiudizio: che Nascita di una nazione fosse una bella mostra con un titolo sbagliato. L’esposizione di Palazzo Strozzi infatti propone un itinerario non privo di suggestione dall’immediato secondo dopoguerra attraverso 80 opere di artisti noti e meno noti, e questo è meritorio. Opinabile è invece la tesi, implicita nel titolo, che la nostra nazione sia nata nel quarto di secolo compreso fra la caduta del fascismo e il ’68. Pensare che a fare l’Italia o gli italiani non siano stati Dante o Manzoni, Vittorio Emanuele II o Mazzini, Garibaldi o Cavour, ma alcuni pittori più o meno d’avanguardia, e che Valle Giulia e non Vittorio Veneto segni il compimento dell’unità nazionale è tipico dell’autoreferenzialità di una sinistra daltonica, che dei tre colori della bandiera nazionale sembra capace di vederne uno solo. Nessuno nega che, con la diffusione del dialetto e gli alti tassi di analfabetismo, gli italiani nel 1945 fossero ancora in parte da “fare”, per usare l’infelice espressione del D’Azeglio; ma a formarli, o, come avrebbe detto Pasolini, a omologarli, furono più la televisione che i comizi, più Mike Bongiorno che Guttuso, più il maestro Manzi che Capanna, più l’amico degli animali Angelo Lombardi che l’amico dei sovietici Togliatti.

Al termine della visita questa impressione è stata confermata, sia pure in parte. Il titolo a effetto è senza dubbio forzato, e lo stesso curatore ammette onestamente che quella proposta è solo una delle chiavi di lettura possibili. Ma nelle sale di Palazzo Strozzi è difficile cogliere una coerente celebrazione delle “magnifiche sorti e progressive” dell’arte italiana nel secondo dopoguerra. La mostra, è vero, si apre e si chiude in un tripudio di camicie e bandiere rosse. Al visitatore appena entrato si para davanti l’oleografica rappresentazione della battaglia di Ponte dell’Ammiraglio che Guttuso realizzò per la scuola di partito del Pci alle Frattocchie e che oggi è proprietà della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. In realtà si tratta della seconda versione del dipinto; la prima, presentata alla Biennale di Venezia del 1952, è stata comprata dopo vari passaggi di proprietà nel 2005 dalla Galleria degli Uffizi, per la non modica cifra di 750.000 euro. In una delle ultime sale ritorna il colore rosso, ma delle bandiere, in dipinti come Corteo  di Franco Angeli o Compagni di Mario Schifano, questo Andy Warhol all’amatriciana tipico esponente di una “Roma puttana” in precario equilibrio fra jet set e Potere Operaio, fra salotti alla moda e barricate costruite sempre con i mobili degli altri. In mezzo, però, a parte le provocazioni di alcune mediocri opere militanti, come l’antimilitaristico collage su stoffa Generale incitante alla battaglia  di Enrico Baj e il décollage sul volto di Benito Mussolini, L’ultimo re dei re, di Mimmo Rotella, lo spazio prevalente è dedicato alla grande avventura della pittura concettuale e della pop art, in cui la componente politica spesso è marginale o comunque non inquadrabile nelle categorie marxiste. Non a caso uno dei padri dell’astrattismo italiano è stato Alberto Burri, volontario di guerra in Etiopia e prigioniero non cooperatore nel Criminal fascist camp di Hereford nel Texas. Spirito schivo e orgoglioso, Burri, che cominciò a dipingere proprio dentro il reticolato in cui erano rinchiusi gli irriducibili, utilizzando sacchi di iuta della sussistenza, non rinnegò mai questo passato: lo attestano i suoi colloqui con Stefano Zorzi, che li pubblicò dopo la sua morte sotto il titolo Parola di Burri (Mondadori Electa). Anche quando il trotskista Arturo Schwarz gli appioppò l’etichetta di “fascista”, che nel mondo dell’arte poteva essere rovinosa, non si degnò di replicare: lasciò che a farlo fosse il suo editore e amico Giancarlo Politi, che se la cavò citando Pound e Borges.

In sostanza, quella di Palazzo Strozzi è un’esposizione di opere belle o meno belle che hanno accompagnato la storia italiana negli anni della ricostruzione e del miracolo economico. Ed è anche un’interessante documentazione su  ambiguità e velleità della cultura di sinistra fra il realismo sociale di Guttuso e gli “scarabocchi” astrattisti stroncati su “Rinascita” da Togliatti. Come tale può meritare una visita. Ma non rappresenta certo tutta l’arte italiana degli anni ’50 e ’60, più degnamente rappresentata per esempio da pittori come De Chirico, Sironi, Soffici, Rosai, Annigoni, Luciano Guarnieri, Sigfrido Bartolini: pittori che conoscevano il mestiere e qualcosa più del mestiere e che in molti casi vengono oggi doverosamente scoperti o riscoperti. Soprattutto non rappresenta un’arte che ha contribuito alla rinascita del senso nazionale, anche perché è stata tributaria di influenze straniere, dal realismo socialista alla pop art statunitense. L’unico movimento dopo il Rinascimento che ha restituito all’Italia un ruolo centrale nel panorama artistico internazionale rimane, piaccia o meno, il futurismo.

Se la mostra fiorentina, con un pizzico di sano understatement, si fosse intitolata qualcosa come “Tendenze della pittura italiana negli anni ’50 e ‘60”, avrebbe avuto forse meno visitatori, ma più credito. Purtroppo l’understatement non fa parte dell’abito mentale e morale di molti critici d’arte. Per questo l’esposizione di Palazzo Strozzi rischia di essere archiviata come  velleitario tentativo celebrare il ’68 come punto d’arrivo della storia italiana, invece che come punto di partenza per la disgregazione della nostra coscienza nazionale.

@barbadilloit

Di Enrico Nistri

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