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Focus (di F.Cardini). Il nuovo governo e l’Italia a sovranità limitata

Pubblicato il 15 aprile 2018 da
Categorie : Politica
Di Maio-Berlusconi-Salvini

Di Maio-Berlusconi-Salvini

E’ una vecchia storia, valida sin dai tempi della “prima repubblica” (quella che non si sa se e quando è morta; né si è ancora capito bene se siamo tuttora nella seconda o addirittura nella terza). Noialtri vecchietti (io sono del ’40) la conosciamo bene: in fondo in Italia,  durante i periodi di transizione, cioè quando il governo passato è ormai scaduto e resta in piedi solo “per l’ordinaria amministrazione”, si vive tutto sommato meglio. Se non altro, senza sorprese. Tutto ciò, unito all’esito ambiguo dell’ultima competizione elettorale e alla difficoltà di creare una coalizione di governo duratura, induce a credere che senza governo resteremo ancora molto a lungo: a meno che non si debba scegliere il nuovo ricorso alle urne, che probabilmente confermerebbe l’antica tendenza italica a saltare sul carro del vincitore, che però nel caso attuale sono due. In altri termini: forse non aumenterebbe il silenzioso e trascurato esercito dei non-votanti (temibile solo se si svegliasse), ma in cambio crescerebbero pentastellati e leghisti. Non gli altri due componenti della “coalizione di destra”, che si ostinano a non dir nulla di nuovo. D’altro canto, Di Maio è stato chiaro: il suo movimento non “riconosce” qualità politica (e quindi capacità contrattuale nelle trattative) alla coalizione, il che vuol dire che secondo lui – né francamente gli si può dar torto, fermo restando il probabile tendenzioso tatticismo delle sue intenzioni – le effettive forze di governo sul tappeto sono tre: il M5S, la lega e il PD. Ma la prima mossa spetta comunque a  quelli che ormai non ha più senso definire “grillini”, i quali si guardano bene dal farla in modo precipitato: ma hanno cominciato a “mettere dei paletti”, il che vuol dire ad aprire la fase della contesa tra i suoi due unici interlocutori possibili per stabilire chi sia il preferibile.

Cominciamo da Salvini: è ovvio che ormai il vecchio Berlusca – al quale l’ultima plastica che gli ha regalato una maschera da attore di Kabuki non ha giovato – sia bollito, per quanto sue ex-favorite, olgettine di complemento e “zie di Mubarak” occupino ancora scranni parlamentari ai quali il suo favore le ha destinate; e poi contro di lui c’è l’anatema pentastellato, che non sembra negoziabile. Giorgia Meloni (che a mio avviso continua ad essere la più presentabile del trio destrorso, contorno a parte) è fuorigioco per quanto potrebbe pensare a vender caro un appoggio esterno. Il leader della destra sarebbe Salvini: ma di una destra sempre più caratterizzata da xenofobia, islamofobia, antieuropeismo? Non pare che gli umori di molti pentastellati sarebbero tali da condividere posizioni del genere. E poi c’è la questione delle reiterate dichiarazioni “filoputiniane” del leader leghista, che consensi più o meno timidi anche nelle file dei “Fratelli d’Italia” (in genere più decisamente atlantisti), mentre il feeling tra il vecchio Berlusca e zar Vladimir (quello del “lettone”: ma ve la ricordate, quella sventola della D’Addario?) è noto, ma pochi sono i forzisti disposti a seguirlo in quel campo. D’altronde, non stiamo a prenderci in giro. Anche se i “sovranisti” sono stati premiati nell’ultima competizione elettirale, e anzi proprio in quanto lo sono stati, è necessario ricordare che l’Italia non ha sovranità sostanziale. Non alludo alla sovranità monetaria, oggetto di continue discussioni. Alludo a quella politica, diplomatica, militare. Dal 1948 l’Italia è un paese satellite degli USA e membro in funzione subordinata all’alleanza NATO che la obbliga addirittura a mantenere sul suo territorio ordigni nucleari nonostante il dettato costituzionale che lo vieta (vero è che d’altronde si è largamente utilizzato l’istituto dell’extrateritorialità). Quindi, nei governi italiani non si muove foglia che Washington e NATO non vogliano. Salvini lo sa: e sa anche che lo tengono d’occhio e che egli non è personaggi gradito né a Palazzo Chigi, né alla Farnesina.

Queste cose le sa bene anche Di Maio, anche se non è detto abbiano ragione le malelingue che assicurano che prima delle elezioni sia volato negli USA (il che è sicuro) per fornire assicurazioni se non proprio per prendere ordini e che giungono a giurare su rapporti fra lui e i servizi” che passerebbero addirittura attraverso certe sue liaisons personali. Certo, le recentissime dichiarazioni del leader pentastellato risolte al PD, a proposito della “guerra finita”, dell’ascia di guerra da sotterrare” ovviamente “per il bene del paese” eccetera, sono molto più eloquenti di quanto (forse) egli stesso non supponga e non voglia. Inviti al PD di affrancarsi definitivamente dal divieto renziano? E in che modo? Scaricando del tutto lo scomodo ex-segretario, che ha ancora fior di sostenitori nelle due camere, o invitando lui stesso a scender di nuovo in pista dopo aver ammesso di esserci sbagliato come leader ammettendo anche di essersi sbagliato come neoguida dell’opposizione ma prospettando un rinnovamento della  fiducia da parte dei suoi? In fondo, né Franceschini, né Orlando, né Cuperlo, né Richetti (non parliamo di Martina) sembrano aver sul serio le qualità per sostituirlo defititivamente. E lui ha già rinunziato al suo proposito di star un paio d’anni zitto e buono, a fare il senatore di Firenze-Signa-Impruneta (che poi è il mio collegio: e io lo aspetto al varco con un sacco di problemi locali). Il “Giglio Magico” preme, è pieno di gente che a mollare il potere non ci sta: e Renzi ha già detto che in fondo con il M5S si potrebbe anche trattare, se solo cadesse la pregiudiziale della premiershipa Di Maio. Il quale reagisce agendo a largo raggio su altri dem, da Emiliano a Gentiloni. Attenti, italiani, non sottovalutate come al solito la politica estera: si sa che l’Italia non sa e non può farla: ma Washington e NATO vogliono esser sicuri che le cose restino così. E chi sarà un più sicuro yes-man su questo piano, Renzi o Di Maio? O magari tutti e due, ma discretamente “dissimulati” dietro un qualche governicchio di un prestanome? Ma chi, di questi tempi?

E non sottovalutiamo poi troppo nemmeno i problemi che il nuovo governo dovrà o dovrebbe affrontare. Ne hanno promesse di cose, i vincitori. La regolamentazione del flusso dei migranti, ad esempio: ma con un Salvini costretto all’opposizione nonostante la vittoria elettorale il problema potrebb’essere aggirato (con quali conseguenze, è un altro discorso). E il “reddito di cittadinanza”? Sacrificato sull’ara di un possibile accordo M5S-PD? E i milioni di elettori che, poveretti, ci hanno creduto? E’ vero che in democrazia il popolo è sovrano ma la gente non conta nulla: però, insomma, un po’ di pudore…

La verità, in fondo, la dice il giovane storico ed economista Emanuele Felice, quello che con una buona dose di humour ha di recente scherzato col suo cognome pubblicando presso il Mulino una Storia economica della felicità. Forse, nell’orgia neoliberistica degli ultimi lustri, troppo ci siamo dimenticati di Bretton Woods, del vecchio Keynes, del welfare state e in fondo di quello “stato sociale” ch’è statala grande conquista del XX secolo e che, dopo la prima guerra mondiale e prima della caduta dell’unione Sovietica, è stato il lievito del benessere e della sicurezza sia pur relativi di buona parte del mondo. Oggi, la forbice sociale tra i pochi ricchissimi e i troppi poverissimi si sta allargando: e, se tale è il trend internazionale da combattere, in Italia sta diventando sempre più evidente e sempre meno tollerabile.

Sarà possibile intervenire, almeno su questo? Se sul piano della politica internazionale l’Italia appare almeno nei tempi brevi irrecuperabile, potremo far qualcosa almeno su quello della politica sociale che – insieme con quella scolastica e quella sanitaria appaiono i primi problemi del paese (ancor più urgenti e delicati forse di quello stesso della pubblica amministrazione, che pur tanto a ragione preoccupa)? Ohimè: a dare un’occhiata alla non certo esaustiva ma tuttavia lucida e documentata inchiesta edita da Lavinia Rivara su “Repubblica” di sabato 7 scorso, a p. 9 (Onorevoli & affari: ecco la nuova mappa), c’è davvero poco da star tranquilli. Nel fornire la mappa dei futuri parlamentari, le varie forze politiche sono state ben attente a far in modo che gli scranni di Montecitorio e di palazzo madama fossero popolati di personaggi disposti a costituire un forte “comitato d’affari” al servizio delle lobbies finanziarie ed economiche internazionali. Anzi, non mancano parlamentari che, in una certa misura, sono essi stessi in prima persona coprotagonisti delle autentiche classi dirigenti del nostro paese, in una società dominata sia dal primato della finanza e dell’economia sulla politica, sia dalla finanza e dall’economia che fanno politica. Con buona pace della sorveglianza contro i “conflitti d’interesse”, che evidentemente non c’è stata: anzi, con una situazione nella quale non c’è più conflitto possibile dal momento che gli interessi hanno trionfato. A parte la questione del conflitto reciproco fra contrastanti interessi stessi, ch’è ovviamente un altro discorso.

Certo: non siamo mica nati ieri. Lo diceva già il Magnifico Lorenzo, in pieno Quattrocento: se si vogliono salvare gli interessi propri e quelli della famiglia, bisogna impadronirsi dello stato. Resta comunque vera la lettera e la sostanza di un bel libro di Marco Revelli, La lotta di classe esiste. E l’hanno vinta i ricchi  (Laterza). E cos’altro volete pensare dinanzi a personaggi come il neodeputato di Forza Italia Guido della Frera. 21 incarichi, socio di 8 aziende? O la deputata di Forza Italia Cristian Rossello, avvocato divorzista di fiducia di Berlusconi, 10 incarichi, membro del CdA della Mondadori al pari del leghista Giancarlo Giorgetti, presidente di una cooperativa di pescatori? E come farà a guardare in modo equanime alla questione per esempio del ruolo dell’Italia nella NATO la senatrice Anna Maria Bernini, consigliera d’amministrazione di Benelli Armi (gruppo Beretta), fornitore dell’esercito italiano? O l’imprenditore rampante Michele Gubitosa, pentastellato, cumulatore di partecipazioni e d’incarichi (possessore al 90% della Hs Company, azienda di sevizi informatici)? O Adriano Galliani, presidente del CdA delle Immobiliari Fininvest? Davvero i padroni e i loro consiglieri sono massicciamente presenti nel nostro Parlamento. Come potranno liberamente concorrere con il loro voto, a far gli interessi del popolo italiano, ch’è un popolo per la stragrande maggioranza dei suoi componenti in via d’impoverimento, resta un mistero. Come si potrà impedir loro di far i propri interessi e non quelli miranti al pubblico bene, un mistero ancor più fitto.

Ma tutto ciò, nelle democrazie postdemocratiche, è peraltro notoriamente uno pseudoproblema.

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