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Basket. Steph Marbury, il talento e la rivoluzione (sociale) delle scarpette

Pubblicato il 12 marzo 2018 da Lorenzo Proietti
Categorie : Sport/identità/passioni

marburyNello sconfinato universo americano, ci sono alcuni luoghi in cui tutto è diverso. Anche l’aria che si respira.

Prendiamo Brooklyn per esempio. Ecco, questo luogo ha davvero una dimensione tutta sua. Del resto, fino alla fine del diciannovesimo secolo non vi era alcun legame con Manhattan  e quindi New York.  Il famoso ponte che le collega, infatti, sorge solo nel 1883 e serve per portare la forza lavoro povera da Brooklyn, verso l’altra parte della città. Non stupisce, quindi, se questa zona ha negli anni sviluppato un modo di essere davvero originale ed autoctono che la rende diversa da ogni altra parte d’America. Esempio: nel crogiuolo di culture che ivi pullulano, a Brooklyn esiste una importante enclave Karen. Un aspetto per nulla banale. I Karen, etnia originaria del Tibet che vive oggi soprattutto in Birmania,  sebbene per anni perseguitati da Rangoon, sono tuttora dimenticati dalla nuova “democrazia” di Aung San Suu Kyi. Qui, invece, sono numerosi e perfettamente riconosciuti nel tessuto sociale.

Un’altra dritta che ci aiuta a comprendere meglio questo posto, muove dall’eterno problema della povertà che questi quartieri hanno sempre sofferto. Non è un caso se quindi proprio a Brooklyn siano nate le prime forme di edilizia popolare negli Stati Uniti, grazie soprattutto all’impegno di Eleanor Roosevelt e di Fiorello La Guardia. Considerando un certo modo di vedere le cose che permea la cultura “yankee”, l’idea di una casa “passata” dallo stato deve essere stata davvero rivoluzionaria.

Questo però, non va dimenticato, è anche uno straordinario luogo di sport. E’ proprio qui che nasce un tipetto davvero particolare, il quale nell’Nba  due cosine le ha fatte. Ecco, vi piacciono gli sport di squadra? Siete convinti ed ammaliati dalla filosofia di uno sport come il basket dove :” tutti partecipano e palla non mente” (Rasheed Wallace docet ma questa già la conosciamo)? Allora forse il tipetto non sarà di vostro gradimento.

Nato a Coney Island  il 20 febbraio 1977, Stephon “”Starbury” Marbury è uno dei talenti più cristallini nati nella “Grande Mela” negli ultimi dieci lustri. Papà  Don, altri tre fratelli maschi (Eric, Donnie e Norman), i Marbury non sono certo ricchi, anzi.  Vivono in una delle tante case popolari della circoscrizione. Nonostante tutto, sin dall’inizio, il ragazzo dimostra di possedere una rara combinazione di talento e forza fisica. E poi, c’è il suo sguardo che ti incenerisce, quello tipico dei Marbury. Già ad otto anni durante l’intervallo delle partite dei fratelli alla Lincoln High School (dove poi giocherà anche lui), lo si vede tirare da sei metri con una sconfortante precisione. Precisione che viene sottolineata anche dallo stesso pargolo il quale, così come poi farà da “adulto”, ha il vizio di parlare mentre tira, strillando cose tipo “Bye bye Birdie“. Del resto se a dieci, undici anni tua madre ti cronometra i tempi di corsa lungo i 30-35 piani del tuo palazzo-unica concessione, l’ascensore per tornare giù- qualcosa vorrà pur dire. A dodici anni poi, l’episodio che lo rende il “padrone” di “The Garden”, uno dei principali campetti di strada di Brooklyn. Dopo esserci lanciato in bicicletta ai 25-30 km/h e averla lasciata schiantare contro la rete, si presenta nel campo dicendo:”I’m in town. I got next” (Sono nella città. A me la prossima partita). Tutto molto Marbury certo ma uno così, con questo ego, passa  una volta ogni cento anni.

“The handler”-“quello che tratta la palla”, un altro dei suoi soprannomi- arriva in NBA a Minnesota, dove resta un’unica stagione, nel 1996, dopo un solo anno di università, a Georgia Tech.  Marbury milita in NBA per tredici anni, senza tuttavia mai trovarsi davvero a competere per un titolo. Quando hai la fama di “sfascia spogliatoio” e non ti fidi dei compagni, è dura avere una squadra per vincere. Per la verità, sebbene questo scugnizzo di 188 cm, abbia regalato delle vere perle, tra palleggi –arresto –tiro e contorsioni con piroette sotto canestro, è il carattere a limitare davvero l’uomo nei momenti che contano. Il fatto poi che non nasconda mai quello che pensa e che la sua lingua sia come il suo talento, potenzialmente, ci aiuta a capire perché la scintilla decisiva non sia mai scoccata. Durante gli anni, probabilmente i suoi migliori, ai New Jersey Nets (storici rivali concittadini dei New York Knicks, dove poi giocherà con scarsi risultati) è solito scendere in campo con una scritta sulle scarpe, tale : “All alone number 33”. Non c’è bisogno di tradurre. Con uno così in squadra, con questo egoismo insensato, è davvero difficile andare d’accordo.  Anche i tanti critici però, sono unanimi nel salvare almeno due momenti della carriera di questo ragazzo per elevarli nel gotha della Pallacanestro. Il primo, è l’incantevole finale dell’All Star Game 2001 con cui l’Est vince sul fortissimo Ovest per 111-110. L’Est, allenato da Larry Brown (di New York, non di Brooklyn!) e che gioca con Dikembe Mutombo e quattro piccoli attorno, si ritrova avanti sul finale grazie all’impressionante serie di triple dello stesso Marbury, in grado di vincere, tra i migliori, praticamente da solo. Se possibile poi, ci si supera nella prima partita che gioca dopo gli All Star, il 13 febbraio 2001. Nonostante la sconfitta contro i Lakers per 113-110, Marbury ne mette 50 con 12 assist, tirando con uno stratosferico, quasi insensato, 17/29 dal campo. E’ il suo massimo. Nonostante ciò, continua ad essere un egoista, un accentratore. Non evolve il suo modo di “sentire”, di vedere, la pallacanestro.  Spreca malamente l’opportunità di giocare a New York. Non va al di là di qualche sporadica apparizione con Boston nel 2009. Continua con numeri incredibile ma se non la si passa, in questo sport, non si va da alcuna parte.

Dal 2010 all’11 febbraio 2018, quando si ritira dopo i venti punti con i suoi Beijing Fly Dragons contro i Jiangsu Dragons, in una vittoria per 104-92, gioca nella CBA, il massimo e multimiliardario campionato di basket cinese. In Cina, vuoi il clima, vuoi un’evoluzione, vuoi il livello, i risultati arrivano. Si domina sempre ma stavolta, il tutto è in funzione di una squadra. In particolare, le gioie arrivano durante la sua militanza- tra il 2011 e il 2017- con i Beijing Ducks. Nel 2012, 2014 e 2015 vince il campionato. Nel 2013 vince anche l’MVP (titolo di miglior giocatore). I cinesi però, che sono strani e hanno le loro regole, impediscano che questo titolo personale possa essere assegnato ad un non cinese. Steph allora, è stato “premiato” con un statua che lo omaggia, costruita fuori dal palazzo dello sport dei Ducks. Come fosse l’Imperatore Qin Shi Huang, quello della Muraglia, che rese la Cina così come la conosciamo nel Terzo Secolo a. C.

Se del giocatore si è detto molto, c’è un piccolo aspetto che forse ci aiuta a capire un pochino di più dell’uomo. Brooklyn, l’abbiamo detto, è nota anche per la sua povertà. La forte presenza di fasce proletarie o sottoproletarie, cui gli stessi Marbury appartenevano- ha reso questi luoghi molto difficili. In particolare, i problemi socio-economici si sviluppano in una infinità complessità di dinamiche. Marbury, ad esempio, da piccolo fatica ad ottenere il primo paio di scarpe da basket e in generale, deve spesso combattere contro gravi disagi. Una volta diventato famoso però, il nostro non dimentica tutto ciò, delle sue origini e si ingegna: come tanti altri prima e dopo di lui, anche Marbury crea una sua linea di scarpe, le “Starbury”. A differenza delle solite calzature però, che oscillano tra i 100 e i 200 dollari di costo, Steph impone per le proprie un costo tra i 9.95 e i 14.95, per permettere a tutti, soprattutto ai meno abbienti, di poterle possedere e poter giocare con delle scarpe professionali, senza dover sborsare cifre folli. Ecco, al di la di tutto, quest’ ultimo piccolo particolare, sebbene comunque di fronte ad un giocatore controverso, controversissimo, ci da l’esatta dimensione dell’uomo. Uomo che,  come spesso accade per gli afroamericani del ghetto è puro, genuino e non scorda da dove viene. Mai.

@barbadilloit

 

Di Lorenzo Proietti

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