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La polemica (di F.Cardini). Basta con la forzata dicotomia fascismo-antifascismo

Pubblicato il 28 Febbraio 2018 da Franco Cardini
Categorie : Politica

fascismo-antifascismoEbbene, sì: perdonatemi, ma non ne posso più. Ne ho le tasche piene. E proprio non posso più tollerare che si continui a offendere l’intelligenza e l’onestà dei cittadini (intendo dire dei non so quanti cittadini che sono ancora intelligenti e onesti) con questa ignobile demagogica kermesse del fascismo-antifascismo.

In un libro uscito ben sedici anni fa, nel 2002, e poi più volte ristampato, Emilio Gentile (che, dopo la scomparsa di Renzo De Felice, è direi il più autorevole storico del fascismo in Italia e uno dei più stimati studiosi al mondo di quel fenomeno), diceva testualmente:

“Dopo quasi novanta anni dalla sua comparsa nella storia e dopo oltre mezzo secolo dalla sua scomparsa come protagonista dell’attualità politica, il fascismo sembra essere ancora un oggetto alquanto misterioso, che sfugge alla cattura di una chiara e razionale definizione storica, nonostante le decine di migliaia di libri e di articoli e di dibattiti, che sono stati, e tuttora continuano a essere dedicati a questo movimento politico del XX secolo”… “Alla fine del XX secolo – scriveva nel 1995 Stanley G. Payne, uno dei maggiori studiosi del fenomeno fascista – fascismo rimane probabilmente il più vago tra i termini politici più importanti” (cito per mia comodità dall’ed. 2018 di E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza, p. V).

Le cose, da quando Gentile scriveva queste righe, non sono affatto cambiate: anzi, semmai si sono ulteriormente complicate sia sotto il profilo degli studi, in quanto la problematica relativa al “fascismo” e/o ai “fascismi” è andata facendosi ancor più intricata, sia sotto quello dei malintesi, delle strumentalizzazioni e delle speculazioni che politici, opinion makers e chiacchieroni di vario genere hanno messo in campo per inquinare ancor più il dibattito e confondere ancor più le idee.

Ebbene: con tali premesse, che sono o che dovrebbero essere di pubblico dominio, ritengo inaccettabile e intollerabile che esistano gruppi “di estrema destra” (e anche sulla natura e il significato di questa espressione molto vi sarebbe da dire) i quali, con un’operazione di caricaturale riduttivismo, riassumono il loro implicito o esplicito “neofascismo” (tale per propria o altrui certificazione) a una xenofobia degna di un Ku-Klux-Klan di borgata. Il fascismo può anche essere stato razzista (in tutto, o in parte, o a partire da un certo momento), ma era comunque ben altra cosa, del tutto irriducibile a certe indecorose piazzate. Mi rifiuto altresì di prendere sul serio come in qualche modo collegabili al fascismo, in quanto sintesi di nazionalismo e di socialità (comunque si voglia giudicare quell’esperimento), i balbettii relativi al “sovranismo” o a slogans tipo “Italians first!” (a parte l’inglese pedestre e maccheronico nel quale vengono espressi). Non voglio nemmeno perder tempo e parole per un “sovranismo” che si accanisce contro i migranti dimenticando che l’Italia è un paese privo di sovranità per l’ottima ragione che da molti decenni è occupata da decine e decine di basi militari USA e NATO, dotate di extraterritorialità, che l’hanno ridotta a una piattaforma coloniale.

Allo stesso modo, non ho tempo da perdere con l’”antifascismo” dei ragazzini che s’iscrivono all’ANPI o all’ANPPIA (ma esistono ancora molti  “perseguitati politici antifascisti” in Italia, visto che dovrebbero essere almeno novantenni?), con la gente che manifesta insieme con la signora Boldrini e con Matteo Renzi: come se non si fosse capito che quest’ondata di antifascismo è del tutto strumentale e indirizzata a condizionare attraverso l’intimidazione il voto del 4 marzo; come se non si sapesse che la coalizione a capo della quale è l’ineleggibile Berlusconi deve assolutamente “dimagrire” della sua ala di estrema destra Lega-Fratelli d’Italia, in quanto altrimenti il papocchio Forza Italia-PD renziano sarà impossibile. E il prevedibile papocchio è il solito dell’eterna storia italiana, dal Risorgimento in poi: il trasformismo centrista, la “serrata al centro” dei moderati contro gli “opposti estremisti”: lo hanno fatto Cavour e Rattazzi, e poi Giolitti, e poi Mussolini, e poi De Gasperi, e poi Craxi, e poi Berlusconi… Che noia!

Quanto poi alla qualità dell’antifascismo che abbiamo visto nelle nostre strade e nelle nostre piazze, visto che in tanti ripetono il mantra che “il fascismo è tutto violenza e niente idee”, vien voglia di ricordare il vecchio Ennio Flaiano: “Ci sono due tipi di fascismo: il fascismo e l’antifascismo”.

Vero è d’altronde che si è anche provato a porre sul serio di nuovo il problema critico del fascismo-antifascismo. Ma anche qui, mi duole dirlo, con risultati deludenti. A livello storico-semantico, ad esempio, sappiamo bene come la parola “antifascismo” sia stata intesa e utilizzata in area strettamente gramsciano-togliattiana: ma quell’”antifascismo” tracciava confini molto ampi all’area del “fascismo” (e magari del “socialfascismo2), tali da includervi anche – a parte la categoria del “fascismo di stato” applicata a regimi autodichiarantisi antifascisti – anche molte forze che da parte loro si autodichiaravano fieramente antifasciste. Di “antifascismi” ne esistono molti: e molti di essi, per un aspetto o per l’altro, finiscono con essere obiettivamente più prossimi al fascismo che non all’antifascismo altrui. Sotto il profilo della politica socioeconomica, ad esempio, i socialisti e i comunisti sono più vicini al fascismo storico o al liberismo? O i cattolici stimano che il liberismo sia più vicino alla dottrina sociale della Chiesa di quanto non lo fosse il fascismo?  Si parla di una costituzione italiana “antifascista”: e si fa riferimento alla XII disposizione transitoria nonché alla Legge Scelba introdotta nel 1952 in attuazione di quella norma, rafforzata da quella Mancino-Modigliani del 1993. Ma quelle leggi, tentando di definire il fascismo (e si trattava non già di colpirlo in generale, ma di vietare semplicemente la ricostituzione del PNF), ne davano poi un’immagine schematica ed estrema fino all’irrealismo, riducendolo a un partito negatore delle libertà politiche e sindacali, razzista e fautore di una politica estera di conquista. Era davvero questo, proprio questo e solo questo, il fascismo? Sono stati, e sono davvero, proprio e solo questo i movimenti politici che dopo il ’45 vi si sono ispirati? E, a sua volta, la costituzione – scritta da “Padri Costituenti” alcuni dei quali di rapporti con il fascismo storico ne avevano avuti eccome… – davvero lontana e opposta rispetto ad alcuni aspetti del fascismo? Paragonando, ad esempio, la concezione costituzionale della “repubblica fondata sul lavoro” e la Carta del lavoro del ’27 (altro che il renziano job act!), proprio non si direbbe. Al contrario, si potrebbe addirittura parlare di una certa continuità.

Proprio per questo mi sono sinceramente meravigliato al leggere su “Repubblica”, il 6 dicembre scorso, un articolo del politologo Piero Ignazi, uno studioso degno di stima, che insiste sul fatto che la “resilienza del neo-fascismo, così come tutte le pulsioni anti-sistemiche, si alimenta delle debolezze del sistema democratico”. Ignazi sembra indignato e preoccupato per il fatto che vi siano persone, specie giovani, che respingono i “princìpi liberali, democratici e solidali” che costituirebbero la base del vivere democratico della nostra Repubblica. Ora, proprio questo è il problema. Si debbono denunziare, e magari perseguire, coloro che in tali “princìpi” mostrano di non credere; anzi, che apertamente li disprezzano? O non ci si deve purtroppo chiedere, piuttosto, come sono stati presentati e posti in pratica appunto quei “princìpi” da un’intera classe politica, da un intero ceto dirigente? Come si sono comportati i conclamati custodi di essi quando si è trattato di partecipare, che so, alla gestione dei consigli di amministrazione delle aziende pubbliche o private, delle banche, delle organizzazioni della sanità, delle comunicazioni, dei lavori pubblici, della scuola? Al disagio crescente, alla carenza del lavoro, alla mancanza di risorse e di prospettive, al disordine, all’insicurezza, molti – specie giovani – hanno dato risposte disparate: alcuni (i più forti, i più colti, i più responsabili: o, semplicemente, i più fortunati) affrontando la realtà, magari dando prova di saperla gestire; altri, forse la maggior parte, l’hanno subìta senza reagire o reagendo in modo inadeguato; altri ancora hanno risposto dandosi alla criminalità, alla droga, a comportamenti asociali di vario tipo tra i quali possiamo includere le scelte politiche estremistiche e violente, di qualunque segno siano; tra questi ultimi, alcuni hanno creduto di vedere in quello che a ciascuno di essi è sembrato il “fascismo” un antidoto alla destrutturazione, al degrado, alla disonestà e al disordine dei giorni nostri. Una scelta infelice e antipolitica, senza dubbio. Ma non è sleale, non è ingeneroso, non è al limite idiota e delinquenziale cercar di criminalizzare soltanto loro, addossare a loro soli, i “neofascisti”, il peso di colpe che gravano anzitutto e soprattutto su chi con la sua insipienza, con la sua ignoranza, con la sua disonestà, ha trascinato nel fango proprio quei “princìpi liberali, democratici e solidali” che dovrebbero, invece, rifulgere al centro della nostra società civile? Se c’è chi pensa che il fascismo fosse meglio del disordine, della corruzione e dell’infamia dalla quale oggi ci vediamo attorniati, di chi è la colpa: di chi pensa così o di chi quel disordine, quella corruzione e quell’infamia ha finora gestito, magari guadagnandoci?

@barbadilloit

Di Franco Cardini

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