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Focus (di M.Veneziani). Alain de Benoist, i 50 anni di solitudine del filosofo della Nuova Destra

Pubblicato il 13 febbraio 2018 da Marcello Veneziani
Categorie : Cultura Politica
Alain de Benoist

Alain de Benoist

Pubblichiamo un estratto del saggio “Gli imperdonabili” di Marcello Veneziani per Marsilio: un ritratto del filosofo francese Alain de Benoist, censurato dalla Fondazione Feltrinelli dopo una lettera di un gruppo di studiosi settari (doveva intervenire ad un convegno a Milano con Piero Ignazi e Gad Lerner)

Che fine ha fatto la Nouvelle Droite e come interpreta la nostra epoca? Dico il movimento culturale nato a Parigi nel 1968, con la fondazione di un istituto di ricerca, il Grece, e ramificatosi poi in mezza Europa nei decenni seguenti. E dico l’epoca della crisi economica globale, l’avvento dei tecnici, il collasso della politica, l’ascesa dei populismi, in Francia e non solo.

Penso alle tracce sparse lungo questi anni, i numerosi libri e gli incontri, le riviste Eléments, Nouvelle Ecole, Krisis.

Di tutto questo il principale animatore è stato Alain de Benoist. Autore di un’ottantina di libri, de Benoist vive da anni la strana solitudine del pensatore comunitario. Ha osservato per anni, appartato e attento, il travaglio della nostra epoca, isolato in una dignitosa marginalità.

Non si è limitato a leggere il nostro tempo, ma ha proposto una visione organica, critica e ulteriore. Non è mai sceso a compromessi, perché “un uomo politico può dire il contrario di quel che pensa, perché la finalità del suo discorso è accedere al potere.

Ma un intellettuale non può farlo, perché la sua opera è la sola cosa che resterà di lui”.  Da decenni subisce ostracismo, a volte perfino aggressioni. In età grave continua a suscitare scandalo culturale come a trent’anni. Ma più frequenti sono i muri di omertà e le finzioni di inesistenza.

È un imperdonabile.

De Benoist è una voce libera, inascoltata e acuta con una multiforme cultura e sterminate letture. Il suo primo testo notevole fu Visto da destra, ma ha sparso opere rilevanti lungo i decenni.

De Benoist ha avuto numerosi compagni di strada, tra cui un italiano, corrispondente de Il Tempo da Parigi, Giorgio Locchi, che scrisse con lui Il Male Americano. Da noi un gruppo di giovani intellettuali italiani venuti dal neofascismo alle fine degli anni ’70 dette vita nel suo solco alla nuova destra. Pur nel suo percorso singolare, de Benoist in Francia ha trovato interlocutori venuti da altri mondi: da Alain Caillé e la scuola antiutilitarista a Serge Latouche, da Louis Pauwels agli ex-gauchiste Jean Cau e Regis Débray, a Gauchet e Michel Maffesoli.

Nella nostra epoca si è compiuta la pars destruens che prefigurò de Benoist: il collasso della politica, la fine delle ideologie, il primato della tecnica e dell’economia, il dominio mondiale della finanza, l’omologazione planetaria sotto la buccia retorica dei diritti umani. In particolare, l’avvento dell’Europa dei mercati e dei tecnici.

La destra economica e transnazionale si divarica dalla destra politica, nazionale e popolare. De Benoist non è avverso all’unione europea e all’euro, anzi è un fautore di antica data dell’Europa; ma ne rigetta il totale asservimento alle oligarchie finanziarie e tecnocratiche.

Invoca nuove forme di protezionismo e di intervento sociale, discute la moneta unica e il reddito di cittadinanza, denuncia lo sradicamento che legittima l’immigrazione come esercito di riserva del capitalismo, reputa la politica – a destra come a sinistra – inadeguata ad affrontare la crisi. Ma chi dovrà poi guidare questo processo non si sa. Certo non possono farlo gli intellettuali.

Ma c’è in de Benoist qualcosa di analogo e di affine agli intellettuali gauchiste, seppur riguardante i metodi più che i fini: il ruolo centrale dell’intellettuale, il progetto culturale da Enciclopedia, l’ipotesi di un gramscismo elitario, la critica del liberismo, dell’americanismo e del consumismo, la visione transnazionale e la forza del legame comunitario affidata alla “cittadinanza delle idee” più che alle consonanze radicali, religiose, naturali.

E sullo sfondo alcuni nodi che lo rendono indigesto a certe sensibilità diffuse a destra: il neopaganesimo con punte anticristiane (si veda il suo testo Come sui può essere pagani? e il bel dialogo Eclissi del sacro con lo scrittore cattolico Thomas Molnar), il nominalismo filosofico, il faustismo tecnologico che mal si amalgama con un’apertura ai temi dell’ambiente, uno strisciante terzomondismo filo-islamico in funzione antiamericana e un’idea rousseauviana di democrazia organica fondata sulla fratellanza, che odora di Rousseau.

Ma si avverte in de Benoist la ricerca incessante di nuove sintesi per superare i vecchi arsenali in disarmo, che de Benoist definiva già ne Le idee a posto come “miti incapacitanti”. In definitiva, della nouvelle droite si può dire quel che dice lo stesso de Benoist della rivoluzione conservatrice in un’intervista riedita nel Pensiero Ribelle: “le idee che ha lanciato non hanno mai trovato una vera cristallizzazione storica”.

Oggi viviamo estenuati la risacca di varie crisi mondiali. Sul bordo di questa crisi abissale ritrova smalto, ragione e fondamento il pensiero della nouvelle droite. E de Benoist giganteggia nella sua solitudine di pensatore europeo.

Piaccia o no, è uno dei rari grandi europei pensanti rimasti in giro.

Ne La fine della sovranità. Come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli de Benoist s’inoltra con efficacia nel terreno minato dell’economia e spiega quel che gli economisti non sanno e non vogliono spiegare. Chi ha una visione del mondo riesce a dare una visione delle cose più comprensiva e comprensibile, e perfino più realistica, degli economisti e dei tecnici esperti.

De Benoist a settant’anni suonati depone la tunica del pensatore per studiare, capire e far capire gli scenari economici del presente (…). sotto il rullo compressore della cosiddetta “dittatura finanziaria”. Tanti nostri ragionamenti sul caos italiano e sulle risposte necessarie li ritroviamo in de Benoist.

La sostituzione del popolo sovrano col debito sovrano e del governo con la governance sono indizi inquietanti. Così l’imposizione del pareggio di bilancio. Il diktat di svenarsi e non per abbattere il debito ma solo per pagare gli interessi sul debito, impone che la sudditanza diventi permanente; saremo sempre sotto schiaffo. E poi le agenzie di rating che non captano gli umori del mercato ma li orientano, come le streghe di Macbeth non predicevano il futuro ma lo indirizzavano.

E lo svuotamento della politica e delle sue categorie, l’incapacità di fronteggiare il dominio tecno-finanziario, a destra come a sinistra. Sul piano mediatico-culturale, aggiungo, il nuovo potere impone alla destra di accantonare la bioetica, la famiglia e i valori tradizionali e alla sinistra impone di mettere da parte lo Stato sociale, i vincoli al mercato e la tutela del lavoro. Così vengono allineati, neutralizzati e cooptati nell’establishment.

Tutto questo configura non solo un pensiero unico, liberista quanto basta e libertario quanto serve, radicalmente eterodiretto e politicamente svuotato. Ma delinea una forma nuova di totalitarismo. Che non è il dispotismo fondato sul terrore, sulla violenza e il partito unico, ma una forma di “globaritarismo” dove tutto è dentro, niente è fuori, e tutto quel che resiste viene fatto fuori.

Non esistono diverse vie, una è la via e si procede in automatico. Altrimenti sei fuori dalla contemporaneità o dalla legalità, dall’Europa e della globalizzazione.

Questa ideologia è criptata, non si presenta cioè come ideologia e regge su un presupposto: la perdita di ogni visione pubblica e collettiva, tutto è ridotto a privato e individuale, l’orizzonte storico e culturale sostituito da un orizzonte biologico e contabile.

E questo non è il frutto di un complotto ordito nella segreta stanza dei Poteri Occulti: la mondializzazione non ha centro, solo burattini anonimi, non c’è un quartier generale o un direttore d’orchestra nascosto nel golfo mistico.

È un processo impersonale, quasi una reazione a catena, è la tecnica che usa i tecnici. Videro giusto Heidegger e Schmitt.

Ma il problema sorge proprio qui. Se non riesci a individuare il Nemico ma ti trovi davanti a una filiera di agenti e funzionari e alla sommità non c’è nessuno, come puoi reagire e in che modo? De Benoist accenna a una risposta, un ritorno al localismo pare troppo debole per fronteggiare un processo così vasto.

Poi lo stesso de Benoist intravede la possibilità che torni “l’autorità degli Stati” e dunque una dimensione statuale e nazionale come vero argine allo strapotere globale. Il progetto finale di questa “contestazione totale”, come la definisce lui, è l’Impero, ossia l’unità politica e spirituale di un’Europa civiltà e al suo interno una costellazione di diversità.

Ma oggi suonerebbe come un’utopia. Perciò il discorso galleggia nell’indeterminato.  Anche noi evochiamo spesso la sovranità politica e popolare come punto di partenza. Ma sapete cos’è, com’è e cosa vuole il popolo sovrano e chi è disposto a seguire? Certo, primato della politica ma avete ben presente chi sono, cosa fanno e quanto valgono gli attori politici, o ne intravedete di altri?

Il rischio è che alla fine, alla dittatura della tecno-finanza resti a opporsi solo la rozza demagogia dei populismi che sanno inveire e demolire ma non saprebbero poi come costruire e selezionare. Hanno la rabbia ma non la capacità di cambiare. Al Populismo de Benoist ha dedicato un penetrante pamphlet.

Che si debba ripensare al ruolo delle élite e rilanciare la meritocrazia oltre il populismo?

@barbadilloit

Di Marcello Veneziani

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