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Esteri (di G. Micalessin). La Turchia “blocca” la nave Eni, l’Italia ora deve reagire

Pubblicato il 12 febbraio 2018 da Gian Micalessin*
Categorie : Esteri
Erdogan

Erdogan

Gli abbiamo teso la mano e lui l’ha azzannata. Con un lupo come Recep Tayyp Erdogan funziona così.

Che il passaggio da Roma, il pranzo con il Presidente Sergio Matterella e il colloquio con il premier Paolo Gentiloni non fossero una visita ma un atto intimidatorio lo si sapeva. Non a caso arrivando aveva spacciato i fatti di Macerata per un «attacco all’Islam» permesso dall’indifferenza delle nostre autorità. Non a caso andandosene aveva definito «minacce» ad Ankara le ricerche di nuovi giacimenti di gas off shore condotte dall’Eni a sud di Cipro. In 48 ore le intimidazioni politiche sono diventate provocazione militare. Sabato un’unità militare turca ha bloccato la nave Saipem 12000 dell’Eni impegnata in attività di perforazione all’interno della Zona economica esclusiva (Zee) di Nicosia. Ieri la Farnesina ha comunicato di essere impegnata per risolvere diplomaticamente la vicenda. Ma Erdogan ci aveva già provato lo scorso luglio. Allora la fregata turca Tcg Gokceada era intervenuta per «monitorare» le attività di «West Capella», un vascello impiegato da Eni e Total per esplorare il blocco 11, all’interno di un settore della Zee chiuso alla navigazione marittima. Il nocciolo del problema sono i diritti di sfruttamento delle riserve di gas eventualmente scoperte dall’Eni.

A dar retta a Erdogan, presidente di una Turchia che dal 1974 occupa militarmente la zona nord di Cipro, qualsiasi nuovo giacimento scoperto nelle acque dell’isola va condiviso con il governo filo-turco al potere nel settore settentrionale dell’isola. In verità Erdogan punta a quel gas per mettere fine alla dipendenza energetica di Ankara. Proprio sfruttando la tenaglia energetica la Russia di Putin l’ha costretto a scendere a patti sulla Siria trasformandolo da nemico giurato a controparte addomesticata. All’esempio della Russia deve guardare l’Italia. Accettare la visita di Erdogan a Roma era d’obbligo per non mettere a rischio le attività di 1300 aziende italiane presenti in Turchia ed esportazioni per oltre dieci miliardi di dollari. Chinare la testa davanti alle sue minacce militari sarebbe un suicidio. Erdogan commisura forza e protervia alla risolutezza dei propri avversari. Se non manderemo la nostra Marina a difendere i diritti di ricerca dell’Eni non metteremo a rischio solo i nostri interessi nel Mediterraneo, ma anche la sicurezza dei nostri concittadini in Turchia trasformandoli in potenziali ostaggi del Sultano. E nel caso la nostra determinazione non basti invochiamo quella Nato. Dentro quell’alleanza i partner affidabili siamo noi, non certo i turchi.

*Da Il Giornale

@barbadilloit

Di Gian Micalessin*

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