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Libri. “Un giallo a Napoli” della Marcon, la controversa storia delle spoglie di Leopardi

Pubblicato il 10 giugno 2013 da Luca Negri
Categorie : Scritti

giacomo leopardiGiorno solenne, a Napoli, quel 21 luglio 1900: alla presenza di ministri, sindaco, vescovo ed avi, si apriva la tomba di Giacomo Leopardi.

Già la bara riservava una sorpresa: appena un metro e quarantatre di lunghezza. Forse troppo pochi, anche se il poeta non era un gigante. Sicuramente era però troppo stretta per ospitare ciò che rimaneva di un notissimo gobbo. Aperto il feretro, solo un po’ di terriccio. Qualche osso sparso e brandelli di tessuto. Resti troppo esigui per un uomo deceduto da neanche cent’anni. Soprattutto non c’era il cranio, l’osso più resistente, sempre l’ultimo a polverizzarsi.

Quel giorno, nell’imbarazzo generale, si fece finta di niente, Leopardi era ormai una gloria nazionale, ben accomodato nel panteon del giovane Regno d’Italia. Il regime fascista portò quelle dubbie spoglie nel Parco Vergiliano di Mergellina, accanto alla tomba del padre dell’Eneide. Il dubbio che i resti terreni del poeta non riposino lì, come prima non riposavano nella chiesa di San Vitale, è però molto fondato. E ci sarebbe pure un colpevole della beffa, dell’occultamento di cadavere.

Con Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi (Guida editore, pag. 218, euro15) Loretta Marcon ricostruisce brillantemente la vicenda, fa luce sul mistero con l’aiuto dei non pochi indizi disponibili, di un gran numero di fonti. Il colpevole del pasticcio sarebbe Antonio Ranieri, quello che le antologie scolastiche ancora presentano come l’amico fedele degli ultimi anni del poeta. In effetti, l’amicizia c’era, salda al punto da diventare convivenza nel capoluogo partenopeo.

Dal 1830 Leopardi vive con Ranieri e la di lui sorella, ma non si trova benissimo a Napoli, non si è inserito negli ambienti culturali che contano, scrive nelle lettere di sentirsi in un “paese semibarbaro e semiaffricano”, dove un uomo danaroso “è in pericolo di vita”. Esprime il desiderio di tornare a Recanati, nel natio borgo selvaggio abbandonato con tante speranze. Compone capolavori in quegli anni, anche La Ginestra, ma ai piedi del Vesuvio trova anche la morte, neanche quarantenne.

A Napoli c’è il colera, per motivi igienici non sono permesse sepolture individuali, solo fosse comuni. Eppure Ranieri pare che riesca a tumulare il poeta in chiesa, o almeno così fu creduto per decenni, fino a quel luglio 1900, affidandosi ad un vero e proprio “zibaldone di bugie” (come giustamente scrive la Marcon).

L’amico napoletano si dichiarava ghibellino convinto, cospiratore anticlericale, ma non risultano sue “azioni audaci e coraggiose”. Anche negli anni della maturità, quelli da senatore liberale, si distinse più per le molte assenze dai lavori parlamentari e per le pennichelle. Il suo libro di memorie sul sodalizio leopardiano pubblicato nel 1880, è pieno di falsità che disonorano Leopardi (che Ranieri, ormai affetto da demenza senile, descrive come suo mantenuto, mentre avveniva il contrario). Insomma, uno di cui non fidarsi troppo, che probabilmente definì “cristianissimo” il Leopardi morto, solo per ottenere la sepoltura in chiesa, andando contro le sue convinzioni e lasciando ai posteri il dubbio di una conversione del poeta.

Tirando le somme, Leopardi probabilmente morì di colera e finì in una fossa comune, come tutti a Napoli in quei giorni. Ranieri si inventò un’altra tomba, d’accordo con parroco ed autorità o prendendoli per i fondelli. Si procurò delle ossa in qualche aula universitaria dove si praticavano autopsie dimostrative. Aveva amicizie nell’ambiente, e coltivava l’hobby della frenologia, lo studio del cranio umano (ecco spiegata la mancanza nel 1900). Il movente di questo giallo? Farsi bello agli occhi dell’Italia intera, venir ricordato come l’amico che diede degna sepoltura a Leopardi.

Se non altro, si era reso conto di aver avuto a che fare con un genio. Suona però come ulteriore beffa il primo necrologio da lui dettato ad un giornale che si chiamava “Il Progresso”: un bel paradosso per il poeta che aveva cantato contro le “magnifiche sorti e progressive”.

leopardi*Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi (Guida editore, pag. 218, euro15)

Di Luca Negri

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