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Artefatti. Uscire dal boudoir della nonna, una favola per chi non sa donarsi

Pubblicato il 10 gennaio 2018 da Donato Novellini
Categorie : Artefatti

bamboleSettimane ed ottomane di delusioni, tant’è che novembre e poi dicembre ci misero poco a giungere. Adusi a stringerci nei rigidi paltò sul musicale sofà, dinnanzi ai secchi responsi delle femmine più neghittose, soppesammo con mezzo sopracciglio alzato se abbandonarci a sferragliante rappresaglia: “Fighe di legno!”, s’usava dire così in gergo, ad onta dell’altezzosa dama respingente, in scacco matto, come effimero riscatto e liberatorio sfogo. Fessura di pianta o foro d’un tarlo? Dubbi in merito ci logorarono a lungo, perplessità d’ordine ecologico, boschivo e semantico, fino all’illuminazione dell’Étant donnés.

Il legno è secco ma pure umido, vivo s’allarga e si restringe in base al tempo, ospita naturalmente muschio, funghi, tana di scoiattolo e nido d’uccello, respira galleggia brucia, infine s’arrende in cenere, per sbiancare panni. Tant’è che Pinocchio, per trasposizione narrativa, agghindato in cellulosa policroma, si barcamenò tra Mangiafuoco e annegamento, salvandosi diventando scialuppa di sé stesso. Per questo l’arrembaggio dell’orgoglio non trovò appagamento in tale improperio, per via del complimento camuffato da offesa. Non funzionava davvero, parole mal candeggiate e oltremodo immeritevoli per la smorfiosa negligente; sicché, rammentando la vetrinetta della nonna, ove giacevano immacolate le bambole di Boemia dipinte a mano, non adibite a ludico trastullo ma a pura decorazione, optammo per un più franco e perentorio: “Fighe di porcellana!”.

Con quelle non si poteva giocare, in quanto destinate alla lunga conservazione, al tramandamento da madre a figlia, all’eterno piumino dello spolverio. Raccontava nonna: occorreva arrangiarsi invece con pezzi di legno povero da intagliare, occhi carbone, ciuffi di granturco a far da chioma e tanta immaginazione. Eccola pronta la bambola quotidiana, alla faccia di quella smorfiosa intoccabile, esiliata tra i cristalli. Baloccandosi con quel poco e fantasticando assai sulla duttile materia prima, dimenticammo ogni rinuncia: “urrà! urrà!”, bastava questo entusiasmo alla zuava, per rendere superfluo l’inarrivabile. Fu così che la nera testa di pannocchia si fidanzò col burattino di faggio, lasciando alla pupattola di ceramica la vedovanza del soldatino di stagno.

@barbadilloit

Di Donato Novellini

4 risposte a Artefatti. Uscire dal boudoir della nonna, una favola per chi non sa donarsi

  1. Eppure Donato, il tuo stile sempre più cesellato mi pare più di porcellana che di legno, più adatto a stare fra i cristalli che ad essere consumato, più un “boudoir” aristocratico che un salottino borghese o sbaglio? Ed in fondo, non da più soddisfazione arrivare all’inarrivabile bamboletta di ceramica, per toccarla, magari di nascosto, che giocare ogni giorno con quella di legno? Dopo un po ci si stanca, ed alla fine si torna a mirare la vetrina della nonna e desiderare la smorfiosetta di porcellana. Insomma è proprio il ritrarsi, l’assenza dell’oggetto desiderato, a far scattare la voglia del possesso,in fondo è proprio la sua “assenza”,come dice Marcel Proust: “… per colui che ama, la più sicura, la più efficace, la più viva, la più indistruttibile, la più fedele delle presenze.” Perlomeno questa è la mia personalissima morale della favola.

  2. P.S. C’è ancora posto oggi per l’arte del donare? In fondo,come lessi da qualche parte, il dono non vuole reciprocità, è gesto gratuito, effimero, e c’è sempre “più gioia nel donare che nel ricevere”, l’amore è un debito si sa, ma forse la giusta tensione polare nasce proprio dal peso delle distanze, che devono essere coperte per relazionarsi, ma a questo punto si è nel regno della necessità o della libertà?

  3. Giusto Stefano, al solito le tue opinioni corroborano e offrono rara occasione di approfondimento. Questo è un divertissement, nulla più di un sofismo ludico appena spolverato con pulviscolo di misoginia. La cronaca completa tutto il non scritto

  4. Eh si caro Donato, la cronaca purtroppo ci parla di universo femminile dominato da spiccioli egoismi pacchiani ed edonismi invertiti,il tutto miscelato in una sorta di post-femminismo mascolino, per questo secondo me “l’arte del donare” non ha più posto oggi, per questo la giusta tensione polare è scomparsa. Comunque ti ringrazio e ti assicuro che a volte anche un sofismo ludico può fotografare parte della realtà meglio di tante elucubrazioni di stupidità intelligente…

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