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Calcio. Liverpool centoventuno anni di storia sulle note di “You’ll never walk alone”

Pubblicato il 3 giugno 2013 da Giovanni Vasso
Categorie : Sport/identità/passioni

liverpoolNon cammina solo da 121 anni, in questi giorni il Liverpool compie gli anni. Era il 1892 quando il padre fondatore dei Reds, il mitico John Houlding, decise di fondare l’Everton and Athletic Ground dopo che l’Everton Fc, primo club per nascita della città inglese, decise di abbandonare lo stadio di Anfield Road – di cui Houlding era proprietario in quanto usufruttuario del terreno su cui sorge – a causa del canone d’affitto giudicato troppo alto. Il 15 marzo del 1892 Houlding chiese di cambiare il nome del nuovo sodalizio in Liverpool Football Club and Athletic Ground Company Limited. Il 3 giugno di quell’anno, finalmente, ottenne il nulla-osta e, così, vide la luce uno dei club più gloriosi della storia del calcio, inglese ed europea.

Il Liverpool ha in bacheca la bellezza di 59 trofei: 18 campionati, 7 Coppe d’Inghilterra, 8 Coppe di Lega e 15 (di cui 5 condivise) Supercoppe d’Inghilterra. A livello internazionale ha vinto 5 tra Coppe dei Campioni e Champions League, 3 Coppe UEFA, 3 Supercoppe europee. Ma ridurre la storia del Reds alla contabilità dei trofei è a dir poco offensivo. Dietro ogni vittoria, così come dietro la maggior parte delle cocenti sconfitte patite dal Liverpool, c’è sempre una storia più grande, più affascinante, spesso dolorosa e tragica. Qui non è semplicemente un’accozzaglia – per quanto ordinata – di date, numeri, gol, nomi e statistiche. E’ un discorso d’identità, che piaccia o meno. Ed è questo che fa del club del Liver Bird una leggenda del calcio che nessun’altra squadra, per quanto di proprietà di generosi sceicchi o munifici magnati russi, può eguagliare.

Quello che rappresenta il Liverpool lo dimostra la sua storia. Ad esempio i suoi incroci con le ‘italiane’ specie in Coppa dei Campioni (o Champions League). Dalla tiratissima finale del 30 maggio dell’84 all’Olimpico di Roma decisa dalle ‘smorfie’ del portiere Red Bruce Gobbelaar che riuscì a confondere dal dischetto i giallorossi Bruno Conti e Ciccio Graziani fino a quella tragica e surreale dell’Heysel, nell’85, contro la Juve di Boniek e Platini.

In tempi recenti più recenti il capolavoro di Istanbul contro il Milan – anno di grazia 2005 – è ancora negli occhi di tutti: 0-3 dopo il primo tempo, i rossoneri allenati allora da Carletto Ancelotti, calano il ritmo. Maramaldeggiano attendendo il 90esimo. Era questo l’unico errore che quello squadrone poteva fare: e lo pagò carissimo. I Reds con una rimonta furibonda agguantarono un pareggio incredibile per poi trionfare ai rigori. Meglio di così. Quella che sulla carta doveva essere la peggiore rappresentativa Red ad aver mai giocato una finale continentale venne accolta all’aeroporto di Liverpool da una folla tanto entusiasta quanto incredula: “Above us only the sky”, (Sopra di noi solo il cielo).

La storia del Liverpool, però, è stata fatta – nel bene e nel male – specialmente dalla sua tifoseria. E’ un tutt’uno tra fans e giocatori, al punto che una leggenda immortalata in uno dei tanti cori della mitica Kop (la curva Red per i pochi che non lo sapessero) narra che questa abbia il potere di ‘risucchiare’ nella rete avversaria il pallone. Gli ultras del Liverpool sono stati pure tra i protagonisti delle pagine più nere del calcio degli anni ‘80, leggi disastro dell’Heysel, il 29 maggio del 1985, quando morirono 39 persone tra tifosi italiani e belgi accorsi allo stadio per assistere alla finale della Coppa dei Campioni tra i Reds e la Juventus di Platini che poi si aggiudicò la competizione. Una storia di imbarazzante idiozia che, quasi come una malattia infettiva, contagiò tutti: dai tifosi inglesi, che caricarono spettatori inermi, fino all’Uefa che si incaponì, nonostante le proteste formali sia del Liverpool che della Juve, a far giocare una partita tanto importante quanto rischiosa in uno stadio, quello di Bruxelles, che definire inadatto è solo un pietoso eufemismo.

Ma il cuore del tifo Red non può essere solo assimilato al fenomeno ‘hoolingans’. Si tratta della tifoseria più autenticamente popolare, originale e capace di aperture e ‘gemellaggi’ a dir poco incredibili per una squadra inglese. A cominciare dall’amicizia con il cattolicissimo e filo-irlandese Celtic Glasgow per finire con la fratellanza che da anni unisce i Reds ai tedeschi del Borussia Moenchengladbach. Soltanto pochi anni fa, inoltre, è stato eletto come calciatore più rappresentativo del club del Liver Bird lo scozzese Kenny Dalglish. In pratica, a Liverpool, non conta da dove vieni: conta chi sei, importa il tuo modo di vivere, intendere ed interpretare i codici non scritti di onore, identità e passione.

Alla base c’è un attaccamento invidiabile, quasi religioso, ai colori ed ai simboli. Una fede vera che ha ispirato e non poco tutto il movimento ultras in ogni parte d’Europa. La Kop è un luogo sacro in cui si celebra un vero e proprio rito che rispetta una rigida ortodossia che non accetta deroghe. Non c’è ‘concilio’ in grado di far dimenticare tempi e cori: l’identità è qualcosa di tanto importante quanto fragile, basta un niente per annacquarla. Per questo la Kop è un tempio del tifo vero, in Inghilterra e in tutto il mondo. A dimostrarlo basta solo il leggendario ‘You’ll never walk alone’, cantato da tutto l’Anfield Road. Quello vero, l’originale. Roba da far accapponare la pelle solo ascoltandolo su Youtube. Figuriamoci dal vivo.

Di Giovanni Vasso

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