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L’intervento. Venner tra reazione al nichilismo e lotta all’omologazione

Pubblicato il 3 giugno 2013 da Fernando Adonia
Categorie : Cultura

Dominique VennerUn omofobo e un fascista in meno”. C’è spazio per rimanere ancora turbati da un commento pregno di così tanta violenza? Se non c’è, bisogna conquistarlo. Ma ora! Sì, perché i social sono zeppi di questa sentenze criminali, cariche di quel troppo poco buon senso dilagante, che hanno accompagnato il gesto tragico, e avvilente, dello storico francese Dominique Venner.

Che sia morto un fascista stricto sensu, manuali del pensiero politico novecentesco alla mano, è tutto da dimostrare. Forse perché Venner era qualcosina in più, e di diverso, rispetto al fascio-italiota. Che sia morto, poi, un pagano, un reazionario, un nazionalista, un francese, è tutto vero. Come lo è pure il dato assai essenziale che sia morto uno storico, un uomo di scienza, una che sulla razionalità ci ha voluto scommettere davvero e fino all’ultimo. Appunto per questo Venner non può essere stimato come un omofobo, parola infame che vuol dire “nulla”. Suvvia, fobia di che, del lupo cattivo? Omofobia è una parola assume valore soltanto se la si vuole blandire come un marchio d’infamia, per mettere a tacere chiunque possa esprimere un dubbio su delle pretese che forse qualche perplessità le possono legittimamente destare. Tutto sommato Venner qualche interrogativo, e anche assai fondato, che il matrimonio sia esclusivamente tra uomo e donna, lo nutriva davvero. Questo non lo può rendere né un fobico, né un intollerante, né un violento. Anche perché, se violenza c’è stata, l’ha esercita solo ed esclusivamente contro se stesso.

Il caso Venner, dunque, non è semplicemente un gesto estetico. Ma, quello di Venner, non è esattamente neanche un gesto politico. Semmai è un atto razionale. È il grido disperato di chi ha sempre pensato che “uno più uno fa due” e non può esistere alcuna desiderata che possa mutare questo registro. Il suo gesto è dunque il teatro di un cortocircuito della ragione formale. Forse ne è solo l’effetto, ma anche la denuncia più autentica. Quello di Venner è sicuramente il grido di un figlio della post-cattolicità, dottrina che soprattutto nel medioevo francese ha investito sulle grandi capacità della razionalità umana. Quel colpo di pistola è il ruggito di chi non si arrende alla forzatura che “uno più uno possa fare zero”, anche in termini metafisici. Che si sia indignato, fino al collasso, per questo. Infrangendo, nella sua coscienza di occidentale, il tabù del suicidio e delle sue gravi conseguenze infernali, con un salto nel vuoto.

Il punto è che Verner non si è suicidato. Si è tolto la vita, sì, ma non ha voluto sfidare la cosiddetta legge Dio, ma tenerla alta e sopratutto presente nell’orizzonte di un epoca che, sulla scorta di una razionalità acefala, è divenuta beffarda. La tragedia di Venner, o tiene sullo sfondo il rischio ultraterreno a cui è andata in contro o rischia di essere incomprensibile e nullificante. Il gesto di Venner è di colui che, andando contro ogni evidenza culturale interiore o esteriore, dominante o desueta, anziché perdere l’Essere, l’ha riconquistato a caro prezzo, e per tutti. Ma su questa scommessa, oggi e dal nostro punto di vista terreno, non possiamo fornire alcuna risposta credibile. C’è semmai da interrogarsi, questo sì. Anche inquietarsi. Solo questo, nulla di più. Altri gesti eclatanti non servirebbero a nulla. Sarebbe utile semmai tanta buona persuasione, ma non retorica. Anche se questo potrebbe apparire un torto ad un altro illustre suicida del Novecento, Carlo Michelstaedter.

@fernandomadonia

Di Fernando Adonia

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