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La lettera. Caro amico giallorosso, da laziale ti scrivo: costruiamo un immaginario

Pubblicato il 3 giugno 2013 da Angelo Mellone e Federico Eichberg
Categorie : Scritti Sport/identità/passioni

roma lazio“Una settimana, un giorno, solamente un’ora a volte vale una vita intera cantava con parole immortali Edoardo Bennato nel 1973. E’ trascorsa una settimana da quel derby unico, dalla gioia immensa di abbracciare stretto chi aveva i nostri colori allo stadio e nelle strade, dalla commozione di pensare a chi ci ha preceduto in quel cielo biancoceleste di un eterno, struggente tardo pomeriggio della Capitale. Ebbene  scriviamo a te, amico giallorosso. Scriviamo sperando, con Bennato, che una settimana (quella trascorsa dal Derby), un giorno (domenica scorsa) o solamente un’ora (quella della partita) possa aver cambiato la tua e la nostra vita (ovviamente sportiva). Perché non ci rassegniamo a pensare che questa città non potrà mai conoscere un rapporto sano con lo sport, con il calcio, con la prima passione che un bimbo conosce nei cortili, nelle scuole, nelle parrocchie.

Domenica, caro amico, si è aperta per voi, per noi, per lo sport nella Capitale un’occasione irripetibile. Spalancare le finestre e liberarci di un’aria irrespirabile e provinciale che guarda al Raccordo Anulare come unico destinatario del proprio racconto viziato, fatto di mistificazioni, impunità, servilismi, piaggeria. Domenica non sarà passata invano se si leverà una voce nel vostro mondo che dica “basta” al ciclo infinito dei “pennivendoli” e degli arruffapopolo che animano quotidiani (sedicenti) sportivi ed il mondo dell’etere romano. Che filtrano tutto con la lente del complotto ordito per togliere alla A.s. Roma il titolo che le spetta per diritto divino. Che pensano di incantarvi con un “fomento” fatto di trofei immaginari o irrilevanti (la Coppa delle Fiere, trofeo ad inviti non riconosciuto dall’UEFA, o la famosa Stellina d’argento la cui paternità è disconosciuta dalla Federcalcio e dalla Lega per finire con la tanto celebrata Scarpa d’oro di Totti di cui ci siamo ricordati solo nel 2007…).

Questa settimana non sarà passata invano se ti ribellerai e derubricherai questo mondo immaginario di notizie artatamente create o “gonfiate”, se guarderai indietro e scrollerai la testa al pensiero dei quindicimila fomentati a dare il benvenuto ad un Adriano sovrappeso presentato come il prossimo Imperatore di Roma o alle videocassette di Ivan Tomic e Fabio Junior, propinate come sopraffine pietanze per palati giallorossi.

Ribellati a questo mondo servile quando cercherà ancora una volta di blandire il cosiddetto “meravijoso popolo daa sudde” avvolgendo in una nebbia di impunità le frange estreme, omettendo la vergognosa macchia di un omicidio all’interno dello stadio con un razzo, ed ancor di più il lugubre coro che da 30 anni lo celebra, rimuovendo le puntuali indicazioni dell’Osservatorio del Viminale che stigmatizza il tifo giallorosso.

Una settimana, un giorno magari faranno aprire gli occhi a ciò che è stato fatto a Totti. Campione dai numeri straordinari, a lungo anche capace di apprendere dai suoi maestri (al primo Zeman deve l’averlo trasformato da un possibile Giannini bis ad un giocatore capace di “pensare l’azione” di prima, a Spalletti deve la capacità di porsi a metà fra il “falso nueve” di Del Bosque e l’attaccante classico spalle alla porta pronto ad aprire agli inserimenti dei centrocampisti). Ebbene questo ragazzo che viene descritto come semplice ed affabile da chi lo conosce ha rappresentato per troppi la gallina dalle uova d’oro.

Una vera e propria industria, un vero e proprio mestiere per quanti curano ed amplificano un personaggio: dagli spot della telefonia ai libri delle barzellette, dalla love story con la soubrette alla guida su Roma (lui che, per sua stessa ammissione, ha messo piede all’interno del Colosseo per la prima volta 15 maggio 2010). Ebbene questi presunti spin doctor hanno costruito un personaggio sbruffone e presuntuoso, incapace di tendere la mano dopo un fallo a un nostro giocatore (ed i falli, per trance agonistico, ci possono stare. L’importante è tendere la mano… ti guardano migliaia di bambini); incapace di scusarsi per un gesto, fosse un calcio di rabbia dato a Balotelli o uno sputo a Poulsen o una manata a Colonnese. O i pollici versi fatti alla tifoseria biancoceleste, nell’incapacità di riconoscere il valore ed il rispetto che si deve avversario. Il tutto sempre giustificato da articoli di immonda piaggeria all’insegna del “lui se lo po’ permette”. No, il rispetto lo devi all’avversario ed il pensiero lo devi ai bambini che ti stanno guardando. E che ti emuleranno, vestendo a migliaia la tua maglietta spesso su pressante invito dei genitori lupacchiotti. Il tuo nome lo portano sulle loro spalle ma deve pesare sulle tue. Magari “una settimana e un giorno” dopo il vostro capitano si scrollerà di dosso questo personaggio plasmato dagli spin doctor e lo sentiremo pronunciare parole di rispetto. Per sé innanzitutto.

Una settimana, un giorno magari ti si apriranno gli occhi sulle montature belle e buone tirate su ad arte dai pennivendoli giallorossi contro la Lazio e la sua identità. Innanzitutto con le mistificazioni di sostanza: Latium vetus era il nome epico che fino alla metà del XX secolo descriveva l’area romana di Enea e certo era lungi, nei giorni della fondazione e di Bigiarelli, il pensiero alla Pisana, alla Regione – istituita a metà ‘900 – e all’immaginario presunto “burino” costruito dagli arruffapopolo. Poi l’infinità di episodi in cui mettere in cattiva luce i colori biancocelesti: il massacro dopo Lazio-Inter (ma non ti ricordi di Roma Udinese del 7 giugno 1993, quando l’intero stadio chiese alla Roma di far pareggiare i friulani per far retrocedere la Fiorentina – con tanto di striscione “dateci retta mannamo la viola nella serie cadetta” – ed esultò al goal di Desideri?). Non ti venne in mente che quella nostra sconfitta avveniva contro la stessa Inter – schiacciasassi del triplete e quindi ci poteva stare, quando la Roma stessa incassò un’umiliante sconfitta nella finale di Coppa Italia? Perché nessuna voce si è alzata quando venimmo messi alla Berlina per il famoso Lecce Lazio su cui il procuratore federale ha costruito un castello accusatorio – ed un arresto surreale ai danni del cittadino Stefano Mauri – mentre ogni anno assistiamo a partite di fine stagione in cui la squadra meno motivata viene sconfitta agevolmente da quella in corsa per un trofeo?

Sai, anche noi della sponda biancoceleste dobbiamo cambiare. Ebbri di gioia, domenica, guardavamo la nostra Lazio godersi il trofeo al termine di una stagione lunga, fatta di 57 partite, di fatiche, di sofferenze. E stonava, mentre alcuni di noi sussurravano al proprio cuore biancoceleste, in silenzio, le note di “La Lazio mia” di Aldo Donati, sentire la maggioranza dei tifosi intonare cori costantemente a sfondo antiromanista (Chi non salta è della Roma, romanista stai guardando la TV, ma la Roma dove sta, noi siamo i biancoblù la Lazio amiamo la Roma odiamo). Chiudendo gli occhi pensavamo al sogno di nove pionieri, al sacrificio per la Patria di 44 eroi combattenti nelle 2 Guerre, alla realtà di 10.000 atleti della più grande polisportiva d’Europa che in 57 discipline onorano ogni settimana i colori biancocelesti scelti 113 anni fa in onore della Grecia olimpica, alle 9 medaglie olimpiche che il Sodalizio ha dato alla città ed all’Italia, alla galleria di campioni, da Silvio Piola con i suoi 274 goal recordman di segnature in serie A a Giuliano Fiorini cui devo – a meno di 500 secondi dalla sua scomparsa – la salvezza della Lazio, fino a Giorgio Chianglia e Bob Lovati, che da un anno ci accompagnano nell’eternità, ed ai Fausto Coppi e Giulio Glorioso che assieme a migliaia di campioni in tante discipline colorano di biancoceleste il nostro palmares.

Siamo corsi a Piazza della Libertà. A parlare a Luigi e a Giacomo, a Odoacre, Alceste, Galileo. I pionieri, i fondatori. Ma rimbombavano ancora troppi cori di stucchevole antiromanismo e siamo corsi al Parco dei Daini, dove abbiamo immaginato i visi di Sante Ancherani e Fernando Saraceni che parlottano dopo l’ennesima sonora sconfitta rimediata contro i seminaristi scozzesi, decisamente più avanti nel gioco del football.

Si perché la Lazio è cresciuta a suon di sconfitte e poi di vittorie, di amarezze e di gioie. Non è “nata grande e grande deve da restà”. La Lazio è nata piccola, pensata da 9 ragazzi normali, su una panchina, è cresciuta imparando dagli errori propri e dalle supremazie degli avversari, come sanno fare gli amanti dello sport. E allora abbiamo pensato che la chiave è lì. Che il laziale sa accettare le sconfitte, ma sono le ingiustizie che non digerisce. E quel riversare, in maniera anche eccessiva, animus antiromanista “una settimana, un giorno, solamente un’ora” fa, quei cori, gesti, rabbia, si spiegano con il clima velenoso di mistificazione continua, di retorica infinita.

Allora disarmiamo: condividiamo un immaginario, una passione e degli obiettivi: la Roma ha vinto più trofei nazionali (il rapporto è 2 a 3 sia in campionato che in Coppa Italia) ma la Lazio ha vinto di più (anzi unica) in Europa. Ben due trofei UEFA (e ci risparmiamo la supremazia in Supercoppa di Lega…). Oltre ad un’infinità di titoli nazionali ed internazionali nelle discipline della Polisportiva. Diamoci rivalità ma rispetto. Creiamo occasioni condivise di sport per i nostri giovani, competiamo per portare i ragazzi a fare sport nelle scuole, facciamo giornate di recupero degli spazi sportivi e del verde urbano, educhiamo i giovani alla lealtà ed all’idea che lo sport è sconfiggere innanzitutto se stessi e superare i propri limiti, e solo dopo l’avversario.

E magari, quel giorno, torneremo a scandire cori di sfottò. Non lo scriviamo perché siamo forti, oggi, del primato cittadino. Lo crediamo davvero.

@barbadilloit

Di Angelo Mellone e Federico Eichberg

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