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La storia. Il connubio artistico e sentimentale tra Auguste Rodin e Camille Claudel

Pubblicato il 6 dicembre 2017 da Gianni Marocco
Categorie : Cinema Cultura
Isabelle Adjani nel film Camille Claudel

Isabelle Adjani nel film Camille Claudel

Il Grand Palais di Parigi ha celebrato il centenario della morte dello scultore francese Auguste Rodin, lo scorso 17 novembre, con una magnifica esposizione dedicata a “le père de la sculpture moderne”, attraverso duecento sue opere, che è stata affiancata da decine e decine di mostre di alto livello un po’ in tutto il mondo, durante l’intero anno.

“Camille Claudel” è un film del 1988, presentato il 7  dicembre di quell’anno, diretto da Bruno Nuytten, con Isabelle Adjani, una splendida Camille, e con Gérard Depardieu, superbo nel ruolo di Rodin. Una realizzazione che quasi trent’anni or sono fece epoca, un trionfo di critica e di pubblico, con quasi tre milioni di spettatori solo in Francia. Progetto voluto e prodotto da Isabelle Adjani – nata a Parigi da padre algerino e madre tedesca – indimenticabile nel ruolo della protagonista, il film ha contribuito assai a diffondere la conoscenza di Camille Claudel. Diverse biografie erano state scritte sulla scultrice, ma la pellicola è tratta principalmente dal saggio Camille Claudel. Frammenti di un destino d’artista di Reine-Marie Paris, nipote di Paul Claudel, storica dell’arte.

Il film permise alla Adjani di aggiudicarsi una seconda nomina all’Oscar, un terzo César e l’Orso d’Argento di Berlino quale migliore attrice. Il successo dell’opera segnò però indelebilmente la storia della coppia, che naufragò poco tempo dopo. Il regista «per caso» si risposerà con Tatiana Vialle nel 1996 ed avrà altri due figli.

Peculiare la vicenda che condusse alla realizzazione del film, così come il destino dei suoi autori. Il 18 gennaio 1987 Isabelle Adjani si presenta al telegiornale delle ore 20 di TF1 per smentire i persistenti rumori che la volevano gravemente malata di AIDS. L’attrice è gonfia di rabbia. Cercherà di por rimedio alla sua collera, d’incanalarla, girando una pellicola sulla amara e straordinaria biografia della scultrice, della quale acquisisce i diritti. Raccontare la passione divorante della giovane Camille e l’intenso rapporto di amore-odio con il suo maestro Rodin diventerà una sorta di ragione di vita. L’attrice cerca invano un regista, finché convince il proprio compagno, Bruno Nuytten, padre del figlio Barnabé, nato nel 1979, un capo operatore che non ama le luci della ribalta, a diventarlo, per amore. Dirà anni dopo, nel 2013, la Adjani:

«La sua ragione d’essere era l’ombra ed attraverso quell’ombra egli faceva esistere la luce. Mi aveva detto che mai avrebbe diretto un film. Quando gli dissi che avevo un assoluto bisogno di servirmi del corpo di Camille Claudel per esprimere la mia costernazione, far sentire il mio grido, egli mi capì».

Assieme al ricordato saggio di Reine-Marie Paris, Camille Claudel 1864-1943, del 1984, due anni prima un’attrice, scrittrice e sceneggiatrice francese, Anne Delbée, aveva dato alle stampe una biografia romanzata, Une femme, Camille Claudel, che si costituì in una sorta di riabilitazione, scritta da una donna per un’altra donna, per renderle una postuma giustizia. Tradotto in oltre venti lingue il testo della Delbée contribuì, assieme al film, al riscatto artistico di Camille, facendone una nuova icona del movimento femminista.

Sull’onda del successo ottenuto, Isabelle Adjani cercò di convincere Bruno Nuytten a girare altri film sulla vita misconosciuta di grandi donne. Ma l’uomo detestava la notorietà, aveva aiutato la sua compagna in un momento difficile, ma ora non desiderava convertirsi nel suo «braccio operativo». Lei era una meravigliosa attrice di grande carattere, considerata una delle maggiori interpreti della cinematografia francese, europea e mondiale, che tendeva quasi naturalmente ad espandere gli spazi della propria esuberante personalità ed ambizione artistica:

«Per me il film è stato un segno di riconoscimento intimo, di affermazione», dirà poi Isabelle, «per lui un segno d’amore e di ammirazione per l’attrice, che però ha significato toglierlo dalla protezione dell’ombra, il disgusto per la luce, l’allontanamento dal cinema. L’uomo forte in un momento critico della mia vita si è trovato smarrito nella sua ».   

 

Il successo di Camille Claudel segnò così la fine della carriera del regista e di una coppia. Paradossalmente, nella vita, Nuytten si era convertito… in una sorta di Camille!

“Camille Claudel 1915” è un successivo film francese diretto da Bruno Dumont ed uscito il 13 marzo 2013. Camille Claudel nel febbraio del 1915, a causa della guerra, viene trasferita in un istituto religioso, il manicomio di Montfavet presso Avignone, dove si troverà circondata da pazienti molto gravi.

E veri pazienti ed infermiere recitano nel film, che è stato interamente girato all’interno della struttura assistenziale. Juliette Binoche (1964, Parigi) è una  straordinaria Camille Claudel di mezza età, assai differente dall’esuberante Isabelle Adjani. Il film fu acclamato in Francia da tutta la stampa. La critica cinematografica salutò in termini entusiastici sia l’opera del regista, sia  l’interpretazione di Juliette Binoche, una presenza e testimonianza minuta, dolorosa, commovente.

In occasione del Centenario di Rodin, i drammi, le verità e le leggende hanno altresì costituito motivi per l’apertura di un Museo interamente dedicato a Camille Claudel: lo stesso ha schiuso le porte a Nogent-sur-Seine il 25 marzo 2017. Un luogo particolare per riflettere sull’arte, l’amore, la gelosia, la follia.

Camille Claudel era nata l’8 dicembre 1864 a Fère-en-Tardenois, Aisne, nel nord

della Francia, primogenita di una famiglia benestante. Il padre era un funzionario pubblico di mentalità aperta, seguace del positivismo. Sua madre, Louise Cerveaux, la figlia del medico del paese. Camille inizia giovanissima a lavorare l’argilla e riceve le prime lezioni di scultura a tredici anni; il maestro è presto convinto del suo talento. A quella stessa età Paul (1868-1955) – poi famoso poeta e drammaturgo, candidato al Nobel, Accademico di Francia e diplomatico che concluderà una prestigiosa carriera come Ambasciatore di Francia a Tokyo, Washington, Bruxelles – poserà per la sorella e comporrà la sua prima opera dedicata a Camille. Entrambi precoci, assai uniti. Sin dall’adolescenza Camille Claudel si appassiona alla scultura ed inizia a lavorare l’argilla. Sempre sostenuta dal padre, la giovane affronta l’opposizione della madre, che nutre un’avversione violenta verso quest’arte.

Si affermerà che a fronte di una madre depressa e delusa la ragazza si rivolge al padre, col quale stabilisce una relazione di complicità che diviene però la fonte principale  della sua fragilità. Tutta la sua vicenda umana sembra segnata da questo “trionfo” edipico, che parrebbe averle sottratto la possibilità di una piena identificazione femminile.

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(C. Claudel, Paul Claudel, 1884)                  (C. Claudel, L’età matura, 1902)

Camille Claudel dedica i giorni e le notti alla sua passione, la scultura. Appoggiata dal padre e dal fratello la giovane sogna di entrare nello studio del grande maestro Auguste Rodin. Dopo aver dimostrato il suo talento e determinazione, viene assunta nel 1883 come apprendista. Bella e sensuale, con grandi e penetranti occhi verdi, Camille si innamora follemente del suo maestro, diventandone amante e musa. Camille in Rodin, più vecchio di lei di oltre vent’anni, scopre la sessualità. Dal canto suo l’uomo  incontra in Camille l’allieva, la collaboratrice, l’ispiratrice, piena di entusiasmo e caratterizzata da una prepotente, autonoma vena artistica: “Le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo”, dirà Rodin. Camille dal 1883 concepisce e porta a termine, con successive modifiche, l’opera che più di altre rappresenta la sua maturità artistica, ma anche di chi percepisce la fugacità della passione e del piacere, La Valse; espressione concreta di un momento di vita, una danza di amore e di morte in una spirale tragica. Un presagio.

A partire dagli anni 1892-’93 il rapporto tra Camille ed Auguste entra in crisi. Camille non ha la forza di proseguire un rapporto senza futuro. Nel momento in cui l’artista, incinta, capisce che l’amante non abbandonerà mai la sua donna, Rose Beuret, madre di un figlio non riconosciuto, e non la sposerà, vedrà crollare l’illusione di un’unione che desiderava con tutta sé stessa, la speranza di veder riscattati anni di compromessi, ansie, tristezze e risentimenti accumulati. Lo straordinario talento di Camille fu per anni messo in ombra, sottovalutato essenzialmente a causa del burrascoso rapporto amoroso con Rodin, abilissimo a promuoversi socialmente e con i politici.

Lei cominciò a smarrire la ragione, a diventare autodistruttiva. Il dolore della perdita dell’uomo amato si unisce all’ossessione del plagio. Esiste una parentesi amorosa, tra il 1890 ed il 1891, di Camille con il grande compositore Claude Debussy, che conserverà sempre nel suo studio la scultura in bronzo La Valse. L’opera rappresenta una coppia nuda in una danza vorticosa, che lascia intravvedere un desiderio straordinariamente passionale, con la fanciulla completamente abbandonata tra le braccia del suo uomo, i corpi così stretti l’uno all’altro che dal bacino in giù non vi è più separazione, tratti quasi liquefatti che aprono la strada al simbolismo e schiudono una nuova, eccitante dinamicità.

Per Camille, scultrice di emozioni, il desiderio fisico e spirituale che coinvolge una coppia di innamorati viene rappresentato senza schermi. Nel 1888, ispirata ad un testo epico indiano, Shakuntalá, Camille Claudel  aveva presentato una scultura al Salone di Parigi, per la quale ricevette una menzione d’onore. In quell’abbraccio delicato si percepisce che il dolore per l’abbandono è colmato dal perdono della figura femminile, che si china sorridente verso l’amato abbandonando completamente il proprio corpo tra le sue braccia che, quasi implorante, raddrizza il capo verso il volto della donna in segno di affetto eterno. L’erotismo dei corpi nudi si trasforma in qualcosa di profondo, una simbolica esibizione di sentimenti, una complicità amorosa e sensuale sconfinata.

Solo nel 1905, grazie all’appoggio della contessa de Maigret, Camille Claudel potè eseguire l’opera in marmo, denominata ovidianamente Vertumno e Pomona”.  

pastedGraphic_2.png                   pastedGraphic_3.png       (C. Claudel, Vertumno e Pomona, 1905)             (C. Claudel, La Valse, 1883 e successivi)

Camille cambierà più volte atelier temendo di essere spiata e così derubata anche della sua arte, oltre che del cuore, dal suo ex amante o dalla «Banda di Rodin». A questo periodo risalgono le opere più importanti di taglio simbolista e modernista come L’età matura, “L’Âge mur” (1902), un’opera in cui l’artista ritrae sé medesima nelle vesti di Implorante, di fronte ad un uomo anziano esitante, trascinato da una donna che impersona l’età che avanza, mentre tende ormai senza speranza una mano alla giovinezza che disperata ai suoi piedi osserva l’uomo allontanarsi da lei. Le figure nude sono avvolte da drappi leggeri, una corsa ineluttabile verso il futuro: una scultura che sembra racchiudere il senso della vita, un’opera simbolica che racchiude una meditazione sui rapporti umani, che molti hanno attribuito al rapporto ambiguo di Rodin nei confronti della giovane artista. Tra questi il fratello Paul:

“Mia sorella Camille, implorante, umiliata, in ginocchio, lei così superba, così orgogliosa, mentre ciò che si allontana dalla sua persona , in questo preciso momento, proprio sotto ai vostri occhi, è la sua anima”.

Rodin, giá follemente amato, si converte nell’oggetto del crescente odio di Camille. Le ha negato famiglia, maternità, ha cercato (almeno nella sua percezione) di castrarne pure l’estro creativo, di annullarla cioé come donna, madre, artista. Dal 1905 Camille manifesta sintomi di squilibrio mentale, distrugge molte delle proprie opere, scompare o si rinchiude per lunghi periodi nel suo sudicio atelier, dà segni di paranoia schizofrenica segnata dall’idea che Rodin la vuole uccidere ed impossessarsi delle sue sculture. Il fratello Paul è in servizio in Cina e non può fornirle appoggio di sorta.

Il 10 marzo 1913, un furgone si ferma di fronte al N. 19 del Quai Bourbon dell’l’île Saint-Louis. Camille vi si è barricata ed a fatica due infermieri, entrati dalla finestra, riescono a portarla via. Diagnosticata di soffrire un disturbo paranoide con delirio persecutorio, malnutrizione, alcolismo, sindrome di Korsakoff, la donna è rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Ville-Évrard, Seine-Saint-Denis. Camille Claudel non sarà mai più libera. L’atelier è smantellato dalla famiglia.

Quando la Claudel fu internata in manicomio appena una settimana dopo la morte del padre, fu proprio la madre, coadiuvata dal fratello, che volle farla rimanere lì, nonostante, si sia poi scritto, il parere dei medici curanti che non ritenevano indispensabile un internamento per i problemi psichicipresentati da Camille.

Il 19 settembre successivo “L’avenir de l’Aisne” scrisse sull’internamento abusivo di Camille Claudel, contro il suo «sequestro legale». Altri organi di stampa si sommarono all’accusa alla famiglia, accusata di volersi sbarazzare della scomoda congiunta e richiedendo, senza successo, l’abrogazione della Legge del 30 giugno1838 sugli alienati.

Nelle sue lettere dal manicomio alla madre ed al fratello Paul, una Camille disperata scriverà da Montdevergues, Vaucluse, dove a causa della guerra sarà trasferita:

È stato davvero utile lavorare sodo e aver talento per ricevere poi questo in premio. Mai un soldo, torturata in varie forme, per tutta la vita. Depredata di tutto ciò che dà la gioia di vivere e poi fare una simile fine. Mi si accusa (crimine senza pari) di aver vissuto da sola, di essermi circondata di gatti, di cadere preda di manie di persecuzione!  Vivere qui mi causa un soffrire tale da impedirmi di restare umana. Non riesco più a tollerare gli strepiti di tutte queste creature, la nausea mi attanaglia. …In fin dei conti si tratta di un parto del diabolico cervello di Rodin. Lo ossessionava un’unica idea, vale a dire che dopo la sua morte io potessi librarmi in volo e raggiungere altezze maggiori delle sue : doveva tenermi in suo potere da morto così come faceva da vivo. Quando lui fosse morto mi sarebbe spettata la stessa infelicità che mi aveva inferto da vivo. Il suo intento è perfettamente riuscito, perché io sono assolutamente infelice!”. (https://ilcantodicalliope.wordpress.com/2016/07/25/scultrice-di-emozioni-camille-claudel).

Nel 1929 muore la madre senza mai essersi recata in visita dalla figlia; solo qualche visita sporadica del fratello Paul accende a sprazzi la speranza di poter tornare ad una vita libera. Dopo trent’anni d’internamento, durante i quali rifiuterà ostinatamente di scolpire e disegnare, Camille Claudel muore sola e forse rassegnata il 19 ottobre 1943, poi sepolta nella fossa comune del vicino cimitero di Montfavet. Nessuno si curò più di lei neppure da morta.  Per Paul, diventato fervente cattolico nel 1886, oblato benedettino, la colpa massima della sorella era stata di aver volontariamente abortito, forse due volte.  « Tuer un enfant, tuer une âme immortelle, c’est horrible ! C’est affreux ! », scriverà ad un amica nel 1939, accennando allo stesso crimine di una familiare prossima che espiava la sua colpa in una maison de fous.

Ciò detto, reso doveroso omaggio alla grande artista troppo a lungo relegata ai margini, ricordata la sofferenza spaventosa della sua vita, occorre tuttavia spendere qualche parola sul «riscatto femminista» della sua figura negli ultimi decenni, che rischia di fare di Camille il soggetto di una «lettura ideologica», lo strumento di una battaglia che trascende la sua vicenda umana ed artistica, con alcune evidenti forzature.

Camille Claudel non è stata rinchiusa in manicomio per crudeltà di parenti, stolto conformismo borghese, ottusi pregiudizi sessisti, o almeno non per precipua responsabilità degli stessi. Era una donna certo anticonformista, ma che viveva ed agiva nella città meno conformista del tempo, che metabolizzava quasi tutto. La Parigi del 1913 era la cittá al mondo dove la donna era (relativamente) piú libera. Quando Camille entrò in manicomio era prossima ai cinquant’anni: all’epoca era considerata una anziana. Aveva in certo modo superato la stagione delle provocazioni, della esibizioni erotiche, degli scandali privati e pubblici. Rimaneva una piccola donna malata, che viveva in un’avvilente autoreclusione, alternando momenti passabili e creativi ad altri di sistematico, acuto delirio persecutorio e diffuso degrado da clocharde ormai quasi impossibilitata a provvedere autonomamente alla propria vita.

In coincidenza con il gran dibattito originato negli anni ’80 dai saggi succitati, nell’agosto 1987, sul quotidiano Le Monde, il professor François Lhermitte, riconosciuto specialista di neuropsicologia al parigino ospedale della Salpêtrière, fece il punto della situazione scrivendo:

“Camille Claudel nel 1905 già era preda di un delirio paranoico di persecuzione, delirio conosciuto come irreversibile, pericoloso ed incurabile (ciò che è tutt’ora). Questa fu la ragione dell’internamento nel 1913 e la prosecuzione della misura fino al decesso. Camille Claudel, convinta che Rodin volesse avvelenarla, continuò, anche dopo la sua morte, ad accettare di nutrirsi solo con uova fresche ch’ella stessa cuoceva e con patate che esigeva di sbucciare di persona”. 

Con la sensibilità odierna ci si chiede, ovviamente, se Camille Claudel non avrebbe potuto evitare o lasciare la segregazione del manicomio a cambio di  «un’attenzione domiciliaria».  Se la psichiatria, almeno ad occhi profani, non sembra aver fatto da allora molti progressi sul piano terapeutico (e neppure diagnostico) ha però scoperto farmaci, trattamenti psicologici e palliativi che rendono la condizione del malato mentale migliore e gli consentono spesso di condurre una vita relativamente normale in un ambito familiare. A tal proposito riflettiamo, però, che la madre (vecchia e depressa, che mai era riuscita a stabilire una comunicazione affettiva con la figlia) e la sorella Louise non erano disponibili e che il fratello Paul, al di là delle sue convinzioni religiose od opportunistiche, risiedeva in diverse parti del mondo per la sua professione ed aveva una famiglia propria, con cinque figli.

Una storia tragica, con insensibili, chissà con colpevoli, ma senza mostri, che ha convertito Camille Claudel, appassionata, ribelle, folle sventurata, in un’icona femminista cara ai nostri giorni. Una vicenda per alcuni versi simile a quella di Frida Kahlo e Diego Rivera, artisti geniali, che si amano, si desiderano eroticamente, si torturano. Donne sensibili e passionali che cedono al fascino di uomini forti, lussuriosi, artisti geniali ed egocentrici, sedotte da quelle stesse caratteristiche che finiranno per distruggerle.

“Sono come Cenerentola” aveva una volta affermato Camille. Ma la sua sarà una vita senza principe e senza lieto fine.

@barbadilloit

Di Gianni Marocco

Una risposta a La storia. Il connubio artistico e sentimentale tra Auguste Rodin e Camille Claudel

  1. Mancano le fotografie….

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