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Libri. “Sul concetto di politica” di Schmitt come antidoto al neoconsociativismo

Pubblicato il 1 giugno 2013 da Davide Gianluca Bianchi
Categorie : Libri

Schmitt5«La peculiare distinzione politica, alla quale si possono ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico e nemico: in sostanza, tutte le azioni e i motivi politici riconducono a essa». Il passaggio è tratto da Begriff des Politischen, il testo più famoso di Carl Schmitt. Divulgato originariamente nel 1927 in occasione di una conferenza berlinese, è stato ristampato in diverse edizioni e tradotto in tutto il mondo. In esso il giurista tedesco muove da un quesito semplice e apparentemente banale: se bello e brutto sono le categorie dell’estetica, giusto e ingiusto (e buono e cattivo) lo sono della morale, utile e dannoso dell’economia, e così via, quali sono le categorie della politica?

Quest’ultima – risponde Schmitt – è necessariamente incardinata sulla distinzione amico/nemico. L’esistenza dell’hostis latino – cioè del “nemico pubblico”, ben diverso dal nemico privato (inimicus) – rende possibile l’aggregazione politica, la quale, per sua natura, include alcuni ed esclude altri, che perciò costituiscono un’insidia almeno potenziale. Frutto del clima e delle lacerazioni della Repubblica di Weimar, con il trascorrere del tempo Begriff des Politischen è divenuto uno snodo fondamentale della riflessione sul potere, offrendosi ai lettori come l’ultimo classico della tradizione machiavelliana del “realismo politico”.

schmittCon l’editore milanese Mimesis (Sul concetto di politica), esce in queste settimane una terza edizione italiana del testo, che si serve della traduzione di Delio Cantimori del 1935. Ma andiamo con ordine: in tedesco il testo è apparso dapprima in una rivista giuridica nel 1928, e poi in volume in edizioni del 1932 e del 1933. La prima era scientifica, la seconda divulgativa: quest’ultima era stata confezionata dopo il 30 gennaio 1933 (quando Hitler diventa Cancelliere) per ragioni che potremmo dire “carieristiche”: al tempo, infatti, Schmitt era presidente dell’Associazione dei giuristi nazionalsocialisti, e quindi era motivato a firmare e diffondere al largo pubblico un testo che si potesse considerare “ideologico”. Si giunge così alla prima edizione italiana: nel 1935 – l’anno dell’impresa coloniale in Etiopia – la “Scuola di Scienze corporative della Regia università di Pisa” dà alle stampe un’antologia schmittiana intitolandola Principii politici del Nazionalsocialismo (l’editore è Sansoni) che comprende il testo: i curatori sono Arnaldo Volpicelli e Delio Cantimori che arrivano a definire Schmitt come «uno dei teorici ufficiali del Nazionalsocialismo». Non era vero ovviamente, ma era un riscontro positivo del desiderio carieristico di Schmitt a cui si alludeva. Al punto che, crollato il regime e persa la guerra, quando venne “sentito” dalla procura inquirente del Tribunale di Norimberga per giustificarsi rispose che aveva seguito Hitler perché un intellettuale non può resistere alla forza preponderante del potere! La frase famosa che utilizzò era: non possum scribere in eum qui potest proscibere.

Nel dopoguerra il testo venne così dimenticato per molto tempo, se non “proscritto”, per riprendere l’espressione schmittiana. Finché non fu ripreso nel clima degli anni Settanta: la seconda edizione italiana è del 1972, per il Mulino di Bologna a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera: a volere il testo era stato il grande Nicola Matteucci, nonostante le forti resistenze che vi erano dentro il Mulino. In quegli anni, infatti, gli ambienti missini citavano esplitamente la teoria schmittiana dell’amico/nemico: per fare un esempio, Pino Rauti ne faceva un cavallo di battaglia nella sua contestazione alla linea politica (a suo dire) troppo moderata della segreteria almirantiana. Nello stesso anno (1972) usciva l’edizione francese di Begriff des Politischen, curata da Julien Freund, un allievo di Raimond Aron che si era poi avvicinato molto a Schmitt. Qualche anno più tardi (1976), era la volta dell’edizione americana dell’opera, impreziosità da un bellissimo testo critico di Leo Strauss, che di Schmitt era stato allievo “diretto”.

E oggi? Come leggere l’opera schmittiana nella contemporaneità? Nel nostro Paese si discute da mesi dell’ipotesi di conservare l’impianto bipolare del sistema politico, oppure della possibilità di ritornare a logiche consociative, di cui il governo Letta sarebbe il prototipo. Il testo schmittiano milita chiaramente per la prima ipotesi, e – cosa che ci sembra ancora più importante – con lui buona parte delle democrazie occidentali.

Di Davide Gianluca Bianchi

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