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L’intervista. Lo storico Canfora: “Vi spiego la Rivoluzione d’Ottobre e il realismo di Lenin”

Pubblicato il 14 novembre 2017 da Leonardo Petrocelli
Categorie : Cultura Le interviste
Un manifesto della rivoluzione d'ottobre in mostra a Milano

Un manifesto della rivoluzione d’ottobre in mostra a Milano

La Rivoluzione d’Ottobre compie 100 anni. Ne parliamo con Luciano Canfora, storico e filologo barese. Professore, iniziamo da dato storico. Come possiamo inquadrare tecnicamente ciò che accadde in quel 7 novembre?

“Ágnes Heller l’ha definito senza esitazioni un colpo di stato. La frase è priva di senso per due ragioni. Innanzitutto, se fossero davvero stati un pugno di uomini all’assalto del Palazzo d’Inverno non avrebbero mai vinto una guerra civile lunga e sanguinosa. C’era chiaramente una larga base. E poi, dopo la Comune e la rivoluzione del 1905, due giganteschi fallimenti, la tecnica della presa del potere era cambiata radicalmente, incardinandosi non più sulle barricate ma sull’organizzazione militare. In questo le competenze di Trotskij risultarono preziosissime”.

Sullo sfondo c’era poi la Grande Guerra…

“Lenin, così come Mussolini, capì che la guerra cambia tutto. C’è stata una fase in cui egli ha continuato a combattere contro la guerra con le altre minoranze socialiste. Dopodiché, intuì che la guerra porta alla rivoluzione. Niente di nuovo, l’aveva già compreso Mazzini: se i popoli non sono indegni della libertà, scriveva, devono cogliere l’opportunità rivoluzionaria offerta dal conflitto. D’altronde è ovvio. La guerra porta le masse alla fame, al disastro, alla ribellione contro gli ufficiali. In Russia successe esattamente questo”

Luciano Canfora, storico

Luciano Canfora, storico

Facciamo un salto di due anni. In una intervista rilasciata nel 1919 a due giornalisti americani, Steffens e Bullit, spuntata dagli archivi molti anni dopo e pubblicata dalla “Gazzetta” il 2 luglio del 1993, Lenin afferma: “Io non sono né marxista, né comunista. Io faccio in questo momento una esperienza di comunismo”. Che significa?

“Con quella frase Lenin intendeva: non sono un dogmatico, un ortodosso, uno che si comporta in omaggio ai sacri principi. Sono un realista politico. I suoi avversari di varie tendenze e soprattutto i suoi critici occidentali dicevano stai sbagliando tutto perché la Russia dovrebbe prima fare la rivoluzione borghese, poi creare un grande capitalismo, poi aspettare e infine procedere con la rivoluzione. Questo vuol dire essere un rigorosi marxisti, cioè gente che sta bene su una cattedra universitaria ma non alla guida di uno Stato nascente. Quella frase di Lenin è l’atto di nascita del socialismo in un Paese solo”

Come possiamo giudicare Lenin?

“Un tempo su di lui si facevano corsi di filosofia, ma Lenin non era un filosofo anche se nella storia del comunismo organizzato viene giudicato come tale. Ma si tratta di una leggenda. In realtà era un grande realista politico. La sua evoluzione sta a dimostrare che la cifra fondamentale è la capacità di prendere atto della realtà e muoversi con i piedi per terra, non per fedeltà astratte”

La storia non si fa con i “se”, ma proviamoci ugualmente. Se fosse vissuto più a lungo che sentiero avrebbe seguito?

“Lascio rispondere Isaac Deutscher, un serio trotstkista, il quale nel bel libro La Russia dopo Stalin (1953), pubblicato in Italia da Mondadori, sostiene che se Lenin fosse sopravvissuto oltre il ’24 avrebbe dovuto scegliere e avrebbe scelto ciò che ha fatto Stalin”

A posteriori, cosa ha significato la Rivoluzione per la Russia?

“La Russia è diventata un Paese moderno, industrializzato, alfabetizzato, urbanizzato, essenzialmente per effetto dei Piani Quinquennali e per l’impostazione duramente industrialista e illuminista del leninismo. Si tratta di meriti storici indiscutibili, riconosciuti sottovoce perfino dagli avversari, naturalmente nella considerazione di quanto di negativo tutto questo comportò, dai danni all’ambiente alla crisi dell’agricoltura”

E invece sul piano globale?

 “Possiamo citare il famoso articolo di Lenin ‘Meglio meno ma meglio’ del 1923 in cui egli afferma: in Europa abbiamo perso ma c’è tutto il resto del mondo. Il processo più importante nonché l’effetto più durevole innescato dalla Rivoluzione è stata la decolonizzazione. Sun Yat-Sen in Cina, Kemal in Turchia e Gandhi in India riconobbero quell’evento come la prima rottura del dominio mondiale anglo-francese”

Questa eredità comporta oggi una maggiore attenzione al centenario in realtà “periferiche” piuttosto che in Occidente?

“In Europa, il Paese che forse più ha colto occasioni di riflessione storica da quelle vicende è proprio l’Italia, dove la resa dei conti passa da Gramsci. In Francia non vedo grandi cose, in Germania timidi segnali dall’ambiente della Linke, ma poca roba. I cinesi sono invece come la Chiesa cattolica che non ha mai tolto il ritratto di un Papa dalla parete. Loro hanno cambiato tutto senza rimuovere mai nulla e , dunque, quello del ‘17 rimane l’evento capitale. Lo stesso potremmo dire di molti Stati dell’India per quali la rivoluzione è una cesura della Storia ancora operante. Per non parlare del Brasile. Se allarghiamo lo sguardo oltre il cortile di casa la prospettiva è un’altra”.

E la Russia contemporanea? Putin ha parlato di Lenin come di un personaggio divisivo. Perché secondo lei? 

“Nella Russia di Putin la continuità è soprattutto con l’età di Stalin, il grande vincitore della guerra, l’uomo del riscatto nazionale, della Russia grande potenza. L’accento cade principalmente sulla torsione nazionale del socialismo. Quindi Lenin c’è, ma sullo sfondo, un po’ in sordina”

E tuttavia, dal ’17 ad oggi, su un certo piano, non è cambiato molto. Nelle rappresentazioni mediatiche occidentali la Russia continua ad essere dipinta come un mostro sanguinario…

 “La russofobia affonda le sue radici in una lotta di potenza. Durante la Guerra Fredda, in virtù del comunismo, la Russia era presentata come l’Impero del male. Ma oggi quel sistema non esiste più e quindi è stato necessario cambiare racconto, inventando il ritratto di una potenza pericolosa. La verità è che, se la Merkel potesse, si alleerebbe con Putin per contrastare l’egemonia americana. La Nato serve proprio a questo, a tenere sotto controllo gli europei e ad impedire l’allargamento naturale dell’Unione alla Russia”.

*Pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno” (7/11/2017)

Di Leonardo Petrocelli

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