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58 giorni. Il no di Borsellino alla Superprocura in una lettera a Scotti. Mai resa pubblica

Pubblicato il 31 maggio 2013 da Giovanni Marinetti
Categorie : Cronache

Falcone BorsellinoPaolo Borsellino ci ripensa e lo comunica ad Antonio Ingroia: dopo aver parlato con Giammanco, Paolo chiede ai suoi di non pubblicare la lettera con cui gli chiedono di rimanere a Palermo e rinunciare a concorrere alla carica di Superprocuratore, sconfessando definitivamente Scotti (e Martelli). Borsellino teme che quella lettera possa essere strumentalizzata  nello scontro in corso tra i ministri, il Csm ed entrare nella polemica sulla candidatura del giudice Cordova. Borsellino decide, quindi, di scrivere al ministro Scotti. Questo il testo della lettera:

Onorevole signor ministro,mi consenta di rispondere all’invito da Lei inaspettatamente rivoltomi nel corso della riunione per la presentazione del libro di Pino Arlacchi. I sentimenti della lunga amicizia che mi hanno legato a Giovanni Falcone mi renderebbero massimamente afflittiva l’eventuale assunzione dell’ufficio al quale non avrei potuto aspirare se egli fosse rimasto in vita. La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce, infatti, di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento. Le motivazioni addotte da quanti sollecitano la mia candidatura alla Direzione nazionale antimafia mi lusingano, ma non possono tradursi in presunzioni che potrebbero essere contraddette da requisiti posseduti da altri aspiranti a detto ufficio, specialmente se fossero riaperti i termini del concorso. Molti valorosissimi colleghi, invero, non posero domanda perché ritennero Giovanni Falcone il naturale destinatario dell’incarico, ovvero si considerarono non legittimati a proporla per ragioni poi superate dal Consiglio superiore della magistratura. Per quanto a me attiene, le sue esposte riflessioni, cui si accompagnano le affettuose insistenze di molti dei componenti del mio ufficio, mi inducono a continuare a Palermo la mia opera appena iniziata, in una procura della repubblica che è sicuramente quella più direttamente ed aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità mafiosa. Lascio ovviamente a Lei, onorevole signor ministro, ogni decisione relativa all’eventuale conoscenza da dare a terzi delle mie deliberazioni e di questa mia lettera.

RingraziandoLa sentitamente

Paolo E. Borsellino

Il ministro Scotti deciderà di non rendere pubblica la missiva; lo farà, nel 1994, Umberto Lucentini nel libro Paolo Borsellino. Il valore di una vita, (edito da Mondadori), scritto con la collaborazione della moglie del giudice, Agnese, e i figli Lucia, Manfredi e Fiammetta.

Perché Scotti non rese pubblica la missiva? Solo tatticismo politico, o c’era dell’altro?

Di Giovanni Marinetti

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