0

Effemeridi. Ungern Khan il barone folle amato da Hugo Pratt

Pubblicato il 16 Settembre 2017 da Amerino Griffini
Categorie : Cultura
Il barone von Ungern

Il barone von Ungern

EFFEMERIDI – 15 Settembre 1921. A Novonikolaievsk (oggi Novosibirsk, in Siberia) un plotone d’esecuzione fucila il barone Roman Feodorovitch von Ungern-Sternberg; ha 36 anni. Lui stesso dà l’ordine di sparare.
Era nato a Graz (in Austria) ma aveva vissuto a Reval (oggi Tallin, Estonia), in una delle famiglie dell’antica nobiltà tedesca del Baltico. Tra i suoi antenati: cavalieri crociati, nobili baltici membri dell’Ordine Teutonico, ma anche alchimisti e corsari. La sorella era sposata con il filosofo Hermann Keyserling.
A 18 anni era entrato nel Corpo dei Cadetti dello Zar a San Pietroburgo.
Durante la Guerra russo-giapponese chiese inutilmente di poter andare a combattere ma ai cadetti non era concesso e fece in modo di essere espulso dalla Scuola per raggiungere la Manciuria ma quando si mise in viaggio il conflitto era già finito.
Partì quindi verso Est, a cavallo e con la sola compagnia di un cane, viaggiò per un anno, lungo i percorsi dei nomadi, giungendo fino a Urga (oggi Ulan-Bator), capitale della Mongolia.
Entrato nell’Accademia militare ne uscì finalmente con il grado di ufficiale nel 1909. Fu assegnato ad un reparto di Cosacchi e inviato in Siberia.
Particolarmente predisposto all’apprendimento delle lingue, giunse a parlare correttamente il russo, il tedesco, l’estone, l’inglese, il francese e vari dialetti asiatici.
A 26 anni, con la cacciata dei Cinesi dalla Mongolia, ricevette dal Buddha Vivente il comando della cavalleria mongola. Seguì un periodo di viaggi nell’Europa occidentale: in Austria, in Germania, in Francia. Niente però lo interessava veramente, niente per lui era più affascinante delle terre siberiane.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale si trovava a Parigi e rientrò immediatamente in Russia per riprende il suo posto militare.
Al comando di uno squadrone di Cosacchi, nel giugno 1915 combatté contro gli Austro-ungarici sui Carpazi.
Nel corso dei combattimenti in Galizia e in Volinia fu ferito quattro volte; per l’eroico comportamento fu decorato con la Croce dell’Ordine di San Giorgio, con la croce dell’Ordine di San Vladimiro e con quella dell’Ordine di San Stanislao.
I suoi combattimenti proseguìrono sul fronte armeno contro i turchi nel 1916 al fianco dell’atamano Grigorij Semenov.
All’inizio della rivoluzione bolscevica, a Reval, Roman von Ungern-Sternberg organizzò reparti di Buriati per affrontare i bolscevichi, poi raggiunse il suo amico, l’atamano Semenov nei pressi del lago Baikal, e formò un Reggimento contro-rivoluzionario, formato da mongoli, cosacchi, serbi, giapponesi, coreani e cinesi iniziando gli attacchi contro l’Armata Rossa in Manciuria e Siberia.
Nel 1918 formò un governo provvisorio contro-rivoluzionario in Transbajkalia, lanciando l’idea (un sogno al quale puntò concretamente) della realizzazione di una Grande Mongolia reazionaria dal lago Baikal al Tibet e dalla Manciuria al Turkestan.
Strumento di guerra dei suoi progetti geopolitici era l’esercito che aveva formato e che aveva chiamato Divisione Asiatica di Cavalleria.
Nel gennaio 1919 a Cita organizzò una Conferenza pan-mongola, con buriati, mongoli e altre minoranze.
In quella occasione sostenne l’idea della restaurazione di una teocrazia lamista, evocando Gengis Khan e la restaurazione dell’ordine tradizionale dell’Eurasia.
Inviò anche un suo rappresentante alla conferenza di pace a Versailles ma i suoi progetti furono silurati da uno dei comandanti delle Armate Bianche, l’ammiraglio Koltchak,
I sovietici lo temevano più di tutti gli altri avversari, considerandolo il più formidabile nemico, da annientare. “Vive circondato da lama e da sciamani… Si proclama buddista per il gusto dello scandalo e dell’insolito. Ma sembra piuttosto far parte di una setta anticristiana e antisemita baltica. I suoi nemici lo chiamano “il Barone folle”… E’ soprattutto il più duro e coraggioso dei suoi cavalieri”, dicevano di lui i Rossi.
Scriverà di sé: “Mi piace essere chiamato Barone folle. In un mondo capovolto come il nostro dalla Rivoluzione, le menzogne sono divenute verità e la saggezza derisione. Per Trotzski, fermo nel suo sogno messianico, io sono dunque un pazzo. Quale omaggio alla mia lucidità! Quando l’universo crolla, tutto diviene possibile. Mille cavalieri possono ancora sollevare l’Asia. E’ sufficiente un capo dal pugno di ferro”.
E ancora: “21 giugno 1920. Solstizio d’estate. Ho dato ordine ai miei Cosacchi di accendere dei grandi fuochi sulle colline attorno a Daouria. I partigiani bolscevichi si stanno chiedendo che cosa stiamo preparando. Molto semplicemente un’altra Rivoluzione, un po’ più terribile della loro. Essi adorano la stella rossa. Noi celebriamo il sole giallo. Guerre di religione”.
E il giorno seguente: “Dei pastori buriati hanno girato tutta la notte attorno ai nostri fuochi. Malgrado il buddismo, essi mantengono qualche vaga nostalgia per il culto solare. L’Asia una volta era bianca. Si adorava il fuoco, dal mar del Giappone al golfo di Finlandia. La sciamanismo resta la religione del radicamento. I Finnici, i Bianchi dello Yang-Tze e gli Ainu celebrano gli stessi misteri della Terra al ritmo lancinante dei tamburi di pelle di renna. Resuscitare tutti questi antichi culti. Portare all’Asia la nostalgia del suo passato bianco”.
“Nel caos siberiano, egli credeva di poter sfidare ancora, con i suoi mille uomini, i tre milioni di guardie rosse mobilitate dai Sovietici”
Nel febbraio 1921, con i suoi uomini, a sciabolate, affrontò e sconfisse due divisioni di cinesi. Su un cammello bianco, valicò le montagne e si recò in Tibet dove fu ricevuto dal Dalai Lama e dove fu onorato come “”Ungern Kahn, dio della guerra””.
Conquistò Ulan Bator e da lì tentò di far sollevare tutta l’Asia, con l’obiettivo di “”portare sulle terra la pace di Dio””.
“Daouria non è che un grosso borgo, ma l’ho fatto diventare una fortezza. Posizione imprendibile sulle tre frontiere di Siberia, Manciuria e Mongolia. Siamo tra gli ultimi sopravvissuti dell’avventura bianca in Asia. Ma non capitoleremo mai”. Scriveva nel maggio 1920.
Fondò quindi un Ordine militare buddista “”per combattere la depravazione rivoluzionaria””.
Si dice che abbia sposato una principessa cinese, appartenente alla famiglia imperiale dopo che la prima moglie – da quanto apprese lo scrittore Vladimir Pozner facendo le ricerche per la sua biografia – fu violentata, torturata e uccisa dai bolscevichi.
Il 20 maggio 1921, alla testa di un’armata, sotto il suo vessillo, lasciò Urga ed entrò in territorio sovietico.
Affrontò quindi l’Armata rossa ma il 6 luglio 1921 dovette abbandonare la capitale.
Riuscì però a fermare il nemico sulla Transiberiana. Decise quindi di puntare in direzione dell’Altai, senza alcun obiettivo militare, ma con l’unico scopo metafisico, di raggiungere il proprio centro di spiritualità.
Il nuovo, audace progetto, di raggiungere il Tibet, e rifugiarsi sotto l’ospitalità del Dalai Lama, dopo aver attraversato il deserto del Gobi, fu stroncato solo grazie ad un tradimento che il 21 agosto portò alla sua cattura da parte dei bolscevichi.
Fu processato e condannato a morte. Orgogliosamente, rivendicò il suo operato, quello dei suoi antenati e proclamò la sua fede buddista.
Negli atti del processo, fece scrivere una memoria nella quale profetizzò: “”la depravazione invaderà il mondo per cancellare la civiltà e negare le diversità dei popoli””.
Inutilmente il Generale Blucher, comandante dell’esercito sovietico, tentò di convincerlo a passare al bolscevismo, del resto, rifiutò pure di chiedere la grazia.
Con la sua morte cessò di sventolare il suo vessillo: la U, iniziale del suo nome ma anche il segno del ferro di cavallo, simbolo dei cavalieri della steppa. “ Nelle yurte dell’Asia centrale, attorno ai fuochi attizzati dal vento della steppa, si racconterà a lungo la storia di un dio della guerra reincarnato. Per i Mongoli, per i Buriati, per i Khirghisi, per i Calmucchi, per i Tibetani, per tutti i figli dei guerrieri di Gengis Khan. Ungern non è morto”.*
** I periodi tra virgolette sono tratti dal libro di Jean Mabire “Ungern. la baron fou”, pubblicato nei Livre de Poche nel 1973. Mabire ha dedicato, a ragion veduta, il suo volume a Olier Mordrel, leggendaria figura del nazionalismo bretone. Le gesta leggendarie del barone Roman Feodorovitch von Ungern-Sternberg continuano ancora oggi a far galoppare la fantasia di scrittori e a interessare storici e mistici. (dalle Effemeridi del giorno)

@barbadilloit

Di Amerino Griffini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *