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Libri. “Arte e Filosofia in Julius Evola” di Gian Franco Lami e la via Zen del Barone

Pubblicato il 12 settembre 2017 da Riccardo Rosati
Categorie : Cultura Libri
Julius Evola

Julius Evola

Trentasette anni fa usciva questo libro di Gian Franco Lami (1946 – 2011), essendo il primo testo esaustivo dedicato al filosofo tradizionalista Julius Evola (1898 – 1974), inaugurando in tal guisa studi e approfondimenti che, solo negli ultimi anni, sono giunti a un parziale riconoscimento del valore della complessa e polemica visione del mondo evoliana da parte di alcuni illustri studiosi. Una opera, quindi, quella di Lami, che va giudicata una pietra miliare nella esegesi del pensiero di Evola, imprescindibile per chi si interessi all’intellettuale romano. Muovendo dalla analisi della produzione artistica e delle opere filosofiche, il volume lambisce la tappa cruciale del tradizionalismo di Rivolta contro il mondo moderno (1934). L’intento è, da un lato, di far comprendere come  Evola sia rimasto “filosofo” anche nelle successi fasi della sua produzione; dall’altro evidenziare come la sua proposta sia maturata in sintonia con i nomi più significativi della cultura europea del Novecento. Il libro presenta la Prefazione di Giovanni Sessa – uno studioso che conosciamo bene per la sua attenta indagine sul pensiero evoliano – e la Introduzione di Giuliano Borghi (inclusa pure nella prima edizione del testo), amico e collega di Lami ai tempi del loro coinvolgimento in qualità di assistenti alla Sapienza di Roma del filosofo tradizionalista cattolico Augusto Del Noce (1910 – 1989); e già questo semplice dato dovrebbe servire per accorgersi come la interpretazione, che va per la maggiore, della opera di Evola in chiave anticristiana sia non solo parziale, ma persino inesatta, giacché tende a isolare determinati suoi scritti, ignorando la complessità del suo pensiero, il quale conferiva al Sacro in senso lato un ruolo palingenetico nella autodeterminazione di un Io assoluto, ad appannaggio esclusivo dell’individuo, seppure, nel contempo, necessitante di una riconduzione a forme spirituali attive e rientranti in una volontà comune nella matrice sociale di un Popolo. Una piccola nota curiosa riguarda che presso la medesima cattedra di Scienze Politiche si trovava come assistente anche Rocco Buttiglione, allora punto di riferimento di Comunione e Liberazione.

Le pagine di questo libro sono un viatico irrinunciabile per quanti vogliano porsi concretamente lungo la Via della Liberazione Personale, condizione essenziale del sempre possibile – tesi molto cara proprio a Sessa – di un rivolgimento interiore che, nella illustrazione da parte di colui che andrebbe tuttora considerato il maggiore studioso evoliano di sempre, Lami per l’appunto, ha come obiettivo il possesso e domino del futuro, delle epoche a venire, ma che ha comunque bisogno di un ritorno alla origine, per trarvi una forza indispensabile, di cui la modernità non è solamente priva, ma che vulnera continuamente. Partendo da queste basi, si giunge a comprendere il portato dirompente di quella è giusto chiamare la “Rivoluzione Evoliana”.

Il filosofo romano ha sovente reiterato come soltanto tramite la esperienza di una vera ascesi sia permesso di raggiungere quello stato dell’essere che libera l’uomo dal vincolo di una Natura fisica e incapacitante, così da condurlo alla partecipazione di una condizione altra, al di là del “vero” e “non vero”, ove soggettivo e oggettivo diventano categorie prive di utilità, quando si raggiunge quella “Epoca della Dominazione” (cfr. Fenomenologia dell’individuo assoluto, 1930, ultima riediz. 2007) che è lo stadio ultimo della esistenza, ascesi cristiana o nirvāṇa buddhista, rimane un “grado di estinzione”, quando la māyā, interpretata sia in modo positivo che negativo come fece Evola, cessa essa stessa il suo percorso nel costante del divenire. Questa prospettiva religiosa nel pensiero evoliano è, a nostro avviso, uno degli aspetti di maggiore importanza e del quale fin troppo spesso si manipolano e distorcono i messaggi, a favore di una posizione neopagana che lo stesso Evola abbandonerà nella seconda e, specialmente, terza sua fase. A dimostrazione di ciò, è sufficiente il percorso da studioso di Lami, non solo nella collaborazione col suddetto Del Noce, ma anche nell’essere stato “professore visitatore” alla Pontificia Università Urbaniana. Ecco perché le ricerche di Lami su Evola sono essenziali, in modo da riscoprire una prospettiva filosoficamente e culturalmente completa sul Maestro della Tradizione, nel segno di un divenire spirituale e non di una negazione aprioristica del passato, e dunque senza un futuro attuabile.

Più volte ci è capitato di parlare del pensiero evoliano quale momento fondante, quanto misconosciuto, della filosofia europea del XX secolo. La intellighenzia ufficiale ha provato in tutte le maniere a obliterarne la memoria, fallendo miseramente. Anzi, possiamo addirittura sostenere che oggi le riflessioni di Evola stiano riscuotendo un montante interesse. Molto è merito di un ricercatore del calibro di Franco Volpi, il quale ha pervicacemente insistito nello spiegare come quello di Evola fosse il terzo grande nome della speculazione italiana del Novecento, insieme a Croce e Gentile.

Arte e Filosofia in Julius Evola ebbe la sua prima edizione nel 1980 per l’editore Volpe, ma con un titolo diverso: Introduzione a Julius Evola. Un passo per la vita un passo per il pensiero. A essere sinceri, da letterati tolleriamo assai poco il cambiare di nome a un testo. Ciononostante, Sessa ci viene in aiuto nello spiegare i motivi di questa scelta: “Ciò è dovuto al fatto che Introduzione a Julius Evola, vista la ormai significativa produzione bibliografica sul tema, anche quella prodotta sull’Evola propriamente filosofo, rende tale titolo obsoleto” (14). Trattasi sicuramente di una ragione valida, anche se rimaniamo ancora poco convinti della giustezza di cambiare il titolo al libro di Lami; questo è l’unico appunto che ci sentiamo di muovere a tale lodevole iniziativa editoriale.

Ricollegandoci più propriamente ai contenuti del testo, qui compare frequentemente quello che è l’aspetto nodale della interpretazione da parte di Lami della opera evoliana: liberazione individuale, che egli superbamente così definisce, evidenziando correttamente la ineludibilità della azione: “[…] piacevolissima sensazione, quel piacere morale, che si persegue nell’atto della liberazione, dell’auto-redenzione dal macchinamento sociale” (113). Sconfiggere il sé, per il sommo tradizionalista, era la naturale conseguenza del “gesto filosofico”, la passività per lui portava a inesorabili sconfitte interiori, scadenti perlopiù nel nichilismo. Per tale motivo, dopo essersi confrontato con varie correnti del Buddhismo, Evola scelse lo Zen – evoluzione giapponese della cinese Scuola Chán – come strumento migliorato nel panorama religioso mondiale, per ottenere uno stato di affrancamento da quelle che sono le procedure sociali che nella era moderna opprimono la parte consapevole dell’individuo.

Sia nella Prefazione, che nella opera di Lami vera e propria, emerge una posizione che non esitiamo a definire assolutamente benvenuta. Sarebbe a dire, “Evola contro Guénon”, o almeno Evola alternativo e profondamente diverso dal pur validissimo intellettuale francese. Vi è in Lami la presa d’atto che in questa epoca, definita ultima dalla cosiddetta Letteratura della Crisi, e così precisamente descritta da Oswald Spengler (1880 – 1936) nella sua opera capitale: Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale (“Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte”, 1918 – 1923), sia inutile preservare un presunto patrimonio europeo, specialmente simbolico, posizione che vide proprio Guénon quale massimo esponente nel Pensiero Tradizionale. A questo rinchiudersi in intellettualistiche e spirituali torri di avorio, Lami risponde in perfetta sintonia con Evola, incoraggiando una ribellione per mezzo di una prassi, di una ricerca attiva e vitale, per un “Altro Inizio” (29).  La “potenza”, concetto cardine in Evola, viene illustrata da Lami quale pienezza solamente quando si abbandona il volere dominare le “cose” e la vita altrui, non essendo più schiavi della proprietà materiale, ottenendo così l’unico vero stato di libertà, nel riconnettersi con la unità originaria, con quello, dunque, che è potenza d’essere (40). L’uomo di Tradizione, allora, che non fugge dal mondo, nascondendosi dietro il potere ancestrale del simbolo, e sceglie al contrario l’esserci e lo stare nel mondo; essendo egli differenziato, come spiegava Evola e come ci ricorda pure Borghi quando afferma che: “L’Io si definisce in termini di ‘libertà’, di ‘azione’ e di ‘volontà’” (40-41). Tali sono i tre princìpi evoliani che portano a una dominazione su di sé e non sul prossimo, valorizzando quell’Individuo che è padrone di ciò che ha dentro e non influenzato dal fuori.

La esegesi di Lami su Evola ricorre svariate volte a quel mondo artistico che segnò profondamente la prima parte della vita del Barone, segnatamente nel suo essere uno dei maggiori esponenti del dadaismo in Europa. Su questo aspetto, anche Sessa pone l’accento sul primato del fare, sul fatto che sin dall’inizio Evola abbia perseguito una via attiva, e mai meramente contemplativa, a cominciare dal “periodo artistico”: “Il dadaismo espresse, in termini di prassi creativa, la grande intuizione filosofica di Evola, la potenza del negativo” (18).  Tornando a Lami, egli vede altresì una vicinanza di Evola con Carlo Michelstaedter (1887 – 1910), pensatore ancora decisamente non valorizzato come invece meriterebbe, definendoli entrambi “platonici senza platonismo”, indagatori di una filosofia che si risolve nel concreto e non in elucubrazioni gnoseologiche, cosa che avviene, per converso, in Guénon, come ci rammenta ancora Sessa: “Ben diversa, quindi, la Tradizione di Evola da quella di Guénon. Nel filosofo romano la Tradizione ha il volto dell’azione realizzatrice […], fondandosi esclusivamente su se stessa, sulla sua inevitabilità per un uomo consapevole di ciò che deve essere fatto” (28). Tale posizione di Sessa si collega coerentemente a quello che scrisse qualche anno fa in suo libro, dimostrando di essere cosciente della differenza tra i due massimi esponenti della Tradizione: “Come il lettore avrà modo di constatare, niente è più lontano da questa esegesi del dato tradizionale, delle posizioni meramente contemplative, fideistiche e ripetitive di certo tradizionalismo nostalgico e/o di matrice guénoniana” (Itinerari nel pensiero di tradizione, Chieti, Solfanelli, 2015) (16). Tutto questo spinge a comprendere, come illustra pure Borghi, che esiste una “modalità evoliana”, un modo, cioè, di intendere la filosofia quale strumento chiarificatore per cavalcare e domare i tempi moderni: “[…] una pratica di realizzazione spirituale che pretendesse di essere via operativa per l’individuo concreto” (33).

Dispiace dover constatare che uno studioso acuto come Lami si sia imbattuto in quello che non temiamo definire: il problema accademico, avendo la sua carriera universitaria ostacolata in sede concorsuale, poiché gli venne contestato di occuparsi di Evola, un autore che i nostri docenti non sono mai riusciti a tollerare, malgrado l’enorme portato intellettuale delle sue riflessioni in molteplici ambiti, pensiamo, ad esempio, al contribuito dato alla orientalistica. Meglio di molti “specialisti”, il filosofo romano è riuscito infatti ad afferrare e spiegare argomenti complessi come lo Yoga e i Tantra, il Buddhismo Zen e il Giappone dei riti, come pure stigmatizzare la perniciosa influenza della cultura americana, più che genericamente “occidentale”, sull’Asia. Ieri come oggi, occuparsi di Evola è una specie di reato, un marchio per taluni infamante nella carriera di un ricercatore e poco importa se di questo intellettuale non si affrontano temi prettamente politici. Si nega a Evola quello che di buono ha fatto, riducendo la sua opera con valutazioni semplicistiche quanto disinformate. In poche parole, gli odierni sedicenti colti lo giudicano, ma non lo hanno mai letto! Al contrario, Lami conosce perfettamente l’argomento che ha affrontato in questo suo testo, dando prova di essere stato un uomo dalla mente attenta, pronta e capace di una speculazione ampia e articolata.

Per concludere, con le sue fatiche editoriali, Gian Franco Lami ha contribuito a dare una interpretazione lucida e corretta del pensiero di Evola, ricostruendo con precisione gli ambienti culturali e i vari momenti storici in cui viveva e operava il filosofo. Non importa alla fine se il titolo di questo libro sia stato cambiato, quello che conta veramente è la validità della prospettiva lamiana su Evola e sul Pensiero di Tradizione in generale, sintetizzato con queste parole, che sono poi quelle che bastano per riassumerlo: “Azione ed eroismo, quali valori della «tradizione», si uniscono al fattore ascetico, nell’unica tendenza alla ricerca del centro” (226). Ad averne ancora di studiosi del genere, ma se così fosse, non potremmo sostenere di trovarci nella coda del Kali Yuga.

*Arte e Filosofia in Julius Evola  di Gian Franco Lami (Roma, Casa Editrice Pagine, 2017)

@barbadilloit

Di Riccardo Rosati

3 risposte a Libri. “Arte e Filosofia in Julius Evola” di Gian Franco Lami e la via Zen del Barone

  1. Con il massimo rispetto per l’autore del pezzo e per il grande professor Lami, qui come spesso capita non si coglie il punto della questione e si confondono molti dati non rendendo il giusto merito ne al pensiero di Evola ne tantomeno a quello del Guenon… Cercherò di essere il più sintetico possibile:

    1°: Limitare il pensiero del Barone nell’ambito della “Filosofia”,anche prendendo questo termine nella più alta accezione possibile, non credo sia una chiave di lettura che possa dirsi completa del pensiero dell’Evola, e credo che lo stesso pensatore avrebbe avuto da ridire su questa lettura, vedendosi egli molto al di là di un “semplice” filosofo.

    2° Trovo assolutamente lodevole riscoprire e rivalutare l’Evola filosofo, che io credo così come Lami essere il terzo grande Idealista del 900, e va benissimo porre l’attenzione sul concetto hegeliano di “Praxis”, ma allora perchè non mettere da parte Croce, il cui pensiero non ha nessun risvolto ne attualità, ma magari citare ed iniziare a studiare il massimo esegeta della Praxis e cioè Antonio Gramsci? e magari prendere in considerazione il sempre compianto Costanzo Preve come ultimo esponente di questo filone di pensiero? Considerando comunque che la Filosofia di Evola anche se ripropone una lettura “magica” dell’Idealismo è stato in realtà molto più influenzato dal nietzscheanesimo, dall’individualismo di Stirner e da Carlo Raimondo Michelstaedter.

    3° Bisogna stare estremamente attenti alle letture di Nietzsche e Stirner, perchè l’individualismo moderno del capitalismo assoluto si basa su molte delle concezioni di questi due filosofi, più di quanto appaia, non è l’Unico di Stirner esattamente corrispondente al tipo umano odierno, senza più legami ne valori, non è questo “l’ultimo uomo” di Nietzsche e non è questa “l’Anarchia del Potere” di pasoliniana memoria? (esemplare il film Salò su questo).

    4° Assolutamente giusto rilevare la distanza fra il pensiero di Guenon ed Evola, che esprimono due vie diverse per la Tradizione, ma non si può accettare la lettura di Lami secondo la quale “sia inutile preservare un presunto patrimonio europeo, specialmente simbolico, posizione che vide proprio Guénon quale massimo esponente nel Pensiero Tradizionale”… Scusatemi ma Guenon non considera preliminarmente il preservare il patrimonio simbolico europeo, in realtà egli poneva l’attenzione esattamente su un concetto diverso e quasi opposto, ovvero sulla decadenza europea e della tradizione occidentale e sulla riscoperta invece dell’Oriente inteso sia in senso spirituale-iniziatico che geografico… Egli al massimo provò in qualche opera a rivitalizzare un certo cattolicesimo, e magari a considerare l’importanza del patrimonio iniziatico della Massoneria, ma tutto ciò nella considerazione di ultime possibilità di un iniziazione “virtuale” ancora esistente in occidente, infatti egli si legò all’Islam proprio in virtù di un volgersi ad Oriente, “orientandosi” appunto in questo senso.

    5° Ultimo punto e più importante, ciò che separa realmente il pensiero di Evola da quello di Guenon non tanto ciò che si dice la loro differente “equazione personale”, ovvero la preminenza data dall’uno all’Azione e dall’altro alla Contemplazione, questi concetti erano si motivo di differenziazione ma non di effettivo ed irriducibile distacco, tant’è che entrambi alla fine per vie parallele arrivano a definire i due “modi” dell Tradizione come entrambi uniti in una vera civiltà tradizionale… LA VERA DIFFERENZA FRA IL PENSIERO DI EVOLA E QUELLO DI GUENON,L’UNICA COSA CHE REALMENTE DISTANZIA LA VISIONE SPIRITUALE DEI DUE GIGANTI DELLA TRADIZIONE è LA QUESTIONE DELL’INIZIAZIONE. PER EVOLA L’INIZIAZIONE è COSA INDIVIDUALE, è IL SATORI ZEN, è UNA ROTTURA DI LIVELLO CHE PUò AVVENIRE ATTRAVERSO L’USO DETERMINATE TECNICHE, E CHE QUINDI NON NECESSITA DI UN’INIZIAZIONE REGOLARE IN UNA ORGANIZZAZIONE VIVENTE. PER GUENON INVECE è ASSOLUTAMENTE SBAGLIATO RICERCARE UNA “LIBERAZIONE” IN MODO PERSONALISTICO, NON CI SI PUò “INIZIARE DA SOLI” , MA L’UNICO MODO PER RAGGIUNGERE STATI SUPERIORI DELL’ESSERE E INNALZARSI DAL LIVELLO PROFANO è CONSEGUIRE UNA INIZIAZIONE REGOLARE, OVVERO RICOLLEGARSI AD UNA CATENA DI TRASMISSIONE INIZIATICA ININTERROTTA ED ANCORA VIVENTE, TRASMISSIONE INIZIATICA CHE PUò ESISTERE SOLAMENTE IN ORGANIZZAZIONI TRADIZIONALI REGOLARI ANCORA ESISTENTI IN ORIENTE, NELL’AMBITO VEDICO ED ISLAMICO SOPRATTUTTO, MA ANCHE NELL’ORTODOSSIA CRISTIANA E NELLA TRADIZIONE CINESE,IN EUROPA L’UNICA POSSIBILITà “VIRTUALE” MA NON COMPLETAMENTE EFFETTIVA SAREBBE LA MASSONERIA.

    Quindi per concludere, prima di tutto se Guenon non avesse sistematizzato tutti i dati tradizionali, dal concetto di Tradizione stesso a cascata i dati sui cicli cosmici, le iniziazioni, i simboli etc Evola non avrebbe avuto assolutamente materiale su cui operare il suo “superamento” filosofico, ed infatti egli sottolinea a più riprese anche nel “Cammino del Cinabro” il gigantesco debito che egli ha col Guenon e con Guido DE Giorgio che fece da tramite fra i due, secondo non si può continuare a vedere l’opposizione fra Azione e Contemplazione come dato di “superiorità” o “inferiorità” ontologica del pensiero dell’uno o dell’altro tradizionalista ed irriducibile distanza fra i due, il vero dato da prendere in considerazione è quello sull’iniziazione, e la domanda da farsi è la seguente: può esistere un iniziazione al di fuori di una trasmissione regolare della stessa? può un uomo “iniziarsi da se” oppure deve necessariamente “essere iniziato” da una organizzazione tradizionale? Questa è l’unica domanda che deve farsi ognuno per scegliere quale sia la via più adatta alla propria visione tradizionale, non dimenticando che lo stesso Evola disse che la “sua” via era assai più perigliosa e destinata solo a pochi “tipi differenziati” in grado di camminare sempre “sul filo del rasoio”.

  2. Stefano mi permetto di intervenire solo per precisare che Evola soSteneva la non efficacia di qualsiasi iniziazione in questi “tempi ultimi” ,non sminuiva il concetto in se.
    Oggi che qualsiasi legame col passato tradizionale è perduto a livello associazionistico, mantenuto in segreto nell’ombra totale da pochissimi “giusti”, continuatori silenziosi della tradizione.
    Per il resto Guenon ebbe una influenza decisiva e positiva sul pensiero Evoliano, tanto che molti suoi scritti(Evola) non fanno altro che riprendere argomentazioni del Primo, con nuove chiavi di lettura.
    Sulla Massoneria vi fu ampio disaccordo in quanto considerata dal Maestro, arma borghese, cultrice del costruttore e non del Sacerdote del Tempio.
    Le due vie sono tanto distanti quanto complementari, possiamo solo ringraziarli di ciò che ci hanno lasciato.

  3. Certo Rosen, hai fatto benissimo a fare questa precisazione che colpevolmente ho dimenticato di fare, giustamente Evola non crede nella non efficacia dell’Iniziazione in se, ma solo nei tempi ultimi… Anche se sul fatto dei tempi ultimi senza possibilità iniziatiche io non sono daccordo, seguendo Guenon in questo, penso invece che le trasmissioni regolari non siano scomparse del tutto, molte sono degenerate, altre sono sicuramente inaccessibili, ma in realtà ci sono ancora ottime possibilità iniziatiche in determinate seppur ristrette società, penso in particolare all’Islam sciita, guarda caso rifugio di molti “guenoniani” oggi(Mutti, Buttafuoco, Dagoberto Bellucci,Roberto Arcadi etc alcuni esempi in Italia), ma anche allo stesso Cristianesimo Ortodosso, penso al Monte Athos in particolare, senza menzionare altre possibilità in ambito Buddhistico oppure Hindu che però sono più difficoltose soprattutto per noi europei… Sulla complementarità delle due vie sono assolutamente daccordo con te, ed infatti mi son sempre posto nella “terra di mezzo” fra guenoniani di stretta osservanza ed evolomani.

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