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Calabria. Omicidio di Fabiana: contro gli stereotipi della lettera sul Corriere della Chaouqui

Pubblicato il 28 maggio 2013 da Bruno Giurato
Categorie : Cronache

I negri hanno il ritmo nel sangue, i cinesi van per le valli poveri e gialli, e i calabresi, pare, hanno un dna culturale compatibile con il femminicidio. Da calabrese, nemmeno troppo campanilista, leggere la lettera di Francesca Chaouqui sul caso di Fabiana Luzzi, in posizione di commento autorevole sul Corriere, lanciata e condivisa sui social, mi ha lasciato perplesso e un po’ indignato 

La lettera si lega l’episodio di Corigliano a una certa atmosfera di oppressione femminile che in Calabria sarebbe la norma. Come se fatti del genere non fossero purtroppo già accaduti (si vedano le cronache degli ultimi anni) dalla Sicilia al Trentino. Facciamo la tara ai luoghi comuni: cosa c’entri la storia di un’ apprezzata professionista calabrese che lavora a Milano e che avrà i suoi risentimenti, legittimi magari, verso la terra d’origine, con l’infera vicenda di una ragazzina di 15 anni accoltellata e bruciata viva da un fidanzato balordo non è affatto chiaro. Per un motivo semplice: in realtà le due cose non hanno nessuna relazione. Ma confusione e cortocircuiti aumentano con la descrizione della zona. Gli uomini che fanno volto per avere un figlio maschio e entrano al bar orgogliosi dopo il “battesimo del fuoco”. I “citta ca tu si’ fimmana” ricordano una pagina di Edward Lear in viaggio nella regione (se non ricordo male era il 1847). I “molti” cresciuti guardando “padri e nonni dare sganassoni alle compagne”. E infine, le madri scontente se le figlie fanno l’amore. Non mi sono mai reso conto di aver vissuto fino agli anni Zero in un’isola felice come la Locride. Dove ci sono problemi colossali, ma a fortiori, il contesto sociale non è da novella di Verga o da Cristo si è fermato a Eboli: padri normalmente affettuosi con le figlie femmine, “battesimi del fuoco” sbarazzini e reciproci: ragazze che vanno a fare l’amore in spiaggia o in collina, con discrezione perché si sa che nei paesini… Gli “citta tu ca si’ fimmana” come scherzo di compagnia, spesso rintuzzato da un “cittu tu ca si’ scemu”.

Storie personali, racconti, qualche libro di antropologia e un po’ di spostamenti in giro per la vasta Calabria concordano nello smentire, in generale, l’oleografia al contrario di Chaouqui. I costumi sessuali nonché le relazioni di genere del nativo calabrese non sono molto diversi dalla media, magari non esaltante, della provincia italiana, con qualche eccezione in paesi molto isolati, naturale. Niente di così sordidamente arretrato, almeno in quella forma di apparenza generale che in questi casi è sostanza.

Ma questo evidentemente non basta, perché la lettera di Chaouqui intercetta l’onda di almeno due tendenze: quella secondo cui il femminicidio si combatte con le prese di posizione “culturali”, e quella secolare del Meridione come Paradiso abitato da diavoli. Il tutto converge verso la squalifica di qualsiasi cultura locale. Negli anni passati abbiamo visto le feste popolari segnalate come semplici riunioni di ‘ndranghetisti, e mentre attendiamo fiduciosi l’arresto della Madonna Di Polsi (chissà quante confessioni di delitti avrà ascoltato) risulta che il matriarcato calabrese è humus criminogeno.

Bizzarra però quest’enfasi sulla cultura da cambiare: nel momento in cui i “progetti per la legalità” nelle scuole calabresi fioriscono, la ‘ndrangheta cresce, soffoca l’economia e controlla un territorio-madre essenziale per le diramazioni a Nord. Mentre la Regione investe in campagne pubblicitarie coi Bronzi A e B, Trenitalia ha ridotto a zero i collegamenti diretti tra Locride e Roma, Milano e Torino, nell’indignazione delle associazioni locali: l’isolamento di un’area del genere è, in un certo senso, un pericolo pubblico.

Ora, sarebbe troppo chiedere basta stereotipi “orientalisti” e invece risorse economiche e poteri per combattere il femminicidio in Italia? E magari, da banale calabrese immigrato a Milano che ha qualche motivo per avercela con la sua terra, basta spremute di cuore, meno progetti per la legalità, più treni, e più giudici, in Calabria?

Di Bruno Giurato

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