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StorieDiCalcio. Il caso Socrates/2. E il Kaiser Passarella alzò il muro nello spogliatoio

Pubblicato il 12 settembre 2017 da Giovanni Vasso
Categorie : Storie di Calcio

Associazione_Calcio_Fiorentina_1984-85A Socrates sono immediatamente associate due immagini: la politica e il pallone, quest’ultima – a sua volta – bifronte. Campionissimo e trascinatore in Brasile e con la maglia della nazionale carioca; bidone e indolente in Italia, a Firenze. Come è potuto succedere?

 

La scena del crimine.

La Fiorentina è in ascesa. O, almeno, Flavio Callisto Pontello, il magnifico patron che alla fine scappò dopo aver venduto alla Juve Roberto Baggio (ma questa è un’altra storia), ha dato carta bianca al direttore sportivo Tito Corsi. Allestisca una squadra capace di togliere gli schiaffi dal viso dei viola. Firenze deve tornare grande, come ai tempi di Gratton. La stagione 1984/85 deve essere quella che consacrerà il ritorno ai vertici della Viola. Uno squadrone, e subito per centrare lo scudetto scippato dalla Juve qualche anno prima, campionato 1981/82, quello del “Meglio secondi che ladri”. Solo l’anno prima della fatidica stagione delle spese pazze, Firenze s’era dovuta “accontentare” del terzo posto, dietro alla Juve e alla Roma.

Ci sono soldi da spendere. Corsi non se lo fa dire due volte. Mantiene l’ossatura della formazione e la impreziosisce portando in Toscana dei veri e propri totem del pallone. Arriva, dalla Juventus, il campione del mondo Claudio Gentile. E giunge dal Brasile, il favoloso Socrates. Già, ma quando cantano troppi galli, come recita la saggezza meridionale, non schiara mai giorno. Troppe primedonne, presto, avrebbero finito per straziare uno spogliatoio già diviso. C’erano già Eraldo Pecci, Daniel Passarella. C’era la promessa rampante Paolo Monelli, il portiere rivelazione Giovanni Galli. Giancarlo Antognoni era fermo, per infortunio. Non tutti, però, erano felici dei nuovi arrivi. C’era, nello spogliatoio viola, gente che non aveva alcuna intenzione di integrare chiunque avrebbe potuto anche solo minacciare di oscurare il suo astro, il suo ascendente su pubblico e allenatore, che comunque era un certo Picchio De Sisti, non proprio uno di primissimo pelo.

 

L’indiziato.

Daniel Passarella è un leader nato. Gioca al centro della difesa, tira le punizioni è un capitano naturale. È argentino pre-maradoniano, paladino di quella visione del calcio. Brutto, sporco e cattivo. Dalla parte dei millionarios, intesi come River contrapposti al cuore popolare xeneize del Boca. Simbolo della nazionale che vince i mondiali di casa facendo felice la dittatura militare, per esempio. Forte, fortissimo e incazzoso. Non tollera che nessuno possa fargli ombra. Mai. Si racconta che ai tempi del River, appunto, insieme con quell’altro bel tomo di Gallego minacciasse tutti i nuovi acquisti. Qua si fa come diciamo noi, e basta. Se lo può permettere, però. Forte e carismatico, fa impazzire tifosi, avversari e pure i compagni.

Tutto il contrario di Socrates e dell’ésprit libre carioca di partecipazione e talento. Nel 1984, Passarella non è più a Buenos Aires ma vive e gioca a Firenze. L’arrivo di Socrates non deve averlo vissuto proprio benissimo. Lui è uno dei mammasantissima dello spogliatoio viola. Il brasiliano è un altro leader naturale. Lo scontro è inevitabile. E lo vincerà chi riuscirà meglio a gestire la rete di alleanze e amicizie. L’argentino parte, naturalmente, avvantaggiato. Unire contro qualcuno è molto più facile che unire per un progetto, chi mastica qualcosa di politica lo sa benissimo. Passarella coinvolge i compagni che più possono rischiare, dall’arrivo di Socrates.

 

I testimoni.

Che Socrates non stesse bene in quello spogliatoio lo sapevano tutti. Negli zibaldoni di dichiarazioni in loving memory del Magrao, si è udito, frammisto al solito coro di ricordi, sempre lo stesso accordo: non si è mai ambientato, a Firenze Tutti, ma proprio tutti, parlarono di frizioni nella squadra. Nessuno (tranne Picchio De Sisti) fece i nomi, però.

Giovanni Galli, le cui dichiarazioni sono state recentemente rilanciate da Enrico Ruggieri nella trasmissione radiofonica de “Il Falco e il Gabbiano” su Radio 24 (puntata del 23 aprile del 2016, dedicata alla memoria del Doutor), disse: “Lui soffriva molto perché c’erano dei calciatori nello spogliatoi con cui non andava d’accordo. C’era anche un’altra questione. I calciatori italiani erano abituati a ritmi e privazioni, per loro il calcio era un lavoro non un divertimento”.

Giancarlo Antognoni, che quella stagione la visse distaccato – costretto all’inazione da un infortunio – disse alla Gazzetta dello Sport che: “Molte cose erano un po’ travisate ed esagerate nei suoi confronti. È vero che amava bere birra e parlare di politica, era diverso dagli altri”.

De Sisti, in occasione della morte del suo ex calciatore, ricordò quanto fosse difficile la convivenza con Passarella: “Erano due giocatori agli antipodi, negli spogliatoi  era Brasile-Argentina. Nei primi mesi dopo il suo arrivo c’era una situazione precaria, la potenziale costruzione di gruppi che io riuscii a evitare promettendo multe e altre sanzioni disciplinari”.

Ma secondo un altro testimone oculare, De Sisti ciccò clamorosamente l’obiettivo. Questi è Claudio Gentile che, in quei mesi in Toscana, capì quanto fosse utile e necessario che in una società ci fosse qualcuno con il pugno di ferro di un presidente come Boniperti.

Leggi la prima parte

@barbadilloit

Di Giovanni Vasso

Una risposta a StorieDiCalcio. Il caso Socrates/2. E il Kaiser Passarella alzò il muro nello spogliatoio

  1. Passarella aveva un sacco di difetti, ma era un leader vero. Socrates un buffone pseudocomunista che in campo voleva divertirsi, come nella vita…

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