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Riforma del lavoro: licenziare facile non rende più appetibili gli investimenti

Pubblicato il 15 aprile 2012 da Saverio Macchia
Categorie : Politica

“L’art. 18. per noi non è un problema”: con una schiettezza cristallina, che stride con la vulgata che vorrebbe i reintegri nei posti di lavoro come freno allo sviluppo e agli investimenti, l’amministratore delegato di IKEA Italia demolisce un refrain molto in voga nei recenti dibattiti sulla riforma del lavoro. Ultimo dei diktat imposti dai mercati e dall’Europa, l’aumento della “flessibilità in uscita”, elegante e moderno nome dei licenziamenti, è stato oggetto di una testarda iniziativa politica dei tecnici dalla faccia arcigna che, noncuranti del tessuto sociale del paese, hanno proceduto con la delicatezza di un carro armato in un già delicato momento di macelleria sociale per i lavoratori e i pensionati. La bozza partorita, alla fine, appare confusa e non consente passi in avanti significativi: sventato il tentativo di abolire il reintegro per i licenziamenti economici illegittimi, che avrebbe consegnato agli imprenditori una formidabile arma per operare tagli al personale con totale arbitrio, assegna ai magistrati un enorme potere e responsabilità di decidere tra reintegro e indennizzo, incentivando i prevedibili dibattiti interpretativi su cosa intendere per  licenziamento economico “manifestamente insussistente”, requisito richiesto per poter accedere all’eventuale reintegro del lavoratore. Per il resto appare positivo il rafforzamento della conciliazione extra-giudiziale affidati alle Direzioni Territoriali del Lavoro ed i controlli più serrati per evitare la reiterazione indiscriminata e massiccia dei contratti a termine, rafforzando la scelta del contratto a tempo indeterminato come forma standard da privilegiare. Ma alla fine di tutto, l’obiettivo di attrarre investimenti pare comunque non raggiunto. Non è certo rendendo più agevole un licenziamento e più incerta e precaria la vita lavorativa di un operaio, che si renderà più appetibile un investimento da parte di un’azienda: fin tanto che le imprese avranno un esorbitante costo del lavoro da sostenere per ogni assunzione, una dilagante corruzione contro cui combattere per avere i permessi, una criminalità da fronteggiare e che imperversa con le richieste estorsive, e infine una giustizia che definisce un processo civile dopo 15 anni, l’art.18 rimarrà solo un insignificante dettaglio ed un dibattito tra intellettuali e giuristi per i salotti televisivi.

 

Di Saverio Macchia

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