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Poesia 2.0. Il presente non aspetta altro che (nuovi) poeti lo cantino

Pubblicato il 5 agosto 2017 da Matteo Fais
Categorie : Poesia 2.0

Copertina - Il verso e l realtàIl tempo presente è alla disperata ricerca di nuovi poeti che sappiano metterlo in versi. Il problema è di carattere etico, oltre che letterario. Quali tra gli autori attuali hanno già compiuto una simile operazione e potrebbero quindi essere presi a modello?

 

1 – Perché sentiamo distanti i poeti

 

Non si tratta qui di giustificare l’ignoranza più crassa. Non è neanche che si voglia muovere una critica ai poeti. Si sa che questi sono una minoranza – etnica? – e, come tutte le minoranze, chi le tocca rischia il linciaggio mediatico e socialmediatico. Avanzare nei loro riguardi anche una semplice osservazione è oramai equiparabile alla promulgazione del loro sterminio a mezzo di leggi razziali. Malgrado ciò, resta sacrosanto l’intento del critico che voglia, con massima umiltà, cercare di comprendere cosa tenga a debita distanza le masse e soprattutto i giovani – perlomeno quelli con un minimo di istruzione – dal mondo della poesia. Chiunque non si voglia scientemente autoingannare sa che la refrattarietà dell’uomo medio è data dalla mancata identificazione con la produzione della maggior parte dei poeti in circolazione. Ciò si manifesta solitamente fin dai primi anni delle scuole superiori. I ragazzi leggono i poeti somministrati dal programma ministeriale e si chiedono “ma cosa c’entrano questi con me?”. La domanda, pur nella sua bassa e scanzonata proposizione, è ben lungi dall’essere peregrina e la sua risposta è tragicamente molto semplice: ciò che un ragazzo studia a scuola, nel programma di letteratura, non ha alcun legame con la sua esperienza quotidiana. Purtroppo, ogni opera d’arte è storica e si comprende bene come i problemi di un sedicenne di oggi poco o niente abbiano a che fare con quelli del Dante della Divina Commedia. Le obiezioni a tale argomentazione sono facilmente immaginabili: allora buttiamo al macero tutta la storia della letteratura? Ma quel giovane non vuole romanzi e poesie, visto che si identifica solo e unicamente nei concorrenti di Temptation Island e del Grande Fratello.

Naturalmente non si deve gettare la storia della letteratura nel cestino, ma smetterla di pensare che nello studio, financo universitario, non si possa andare oltre la triade Ungaretti – Montale – Quasimodo. Sarebbe come voler costringere un giovane a dialogare esclusivamente con il bisnonno. Palesemente la cosa risulterebbe malsana. Un ragazzo ha bisogno di un nonno, un padre, fratelli, amici, e coetanei.

In merito al fatto, poi, che si identifichi maggiormente con i protagonisti di un reality piuttosto che con i poeti: questa è certo un’amara datità antropologica di cui non resta che prendere mestamente atto. A ogni modo, una seppur ristretta parte di loro risulterebbe salvabile anche solo aiutandola a trovare spiriti maggiormente affini al loro sentire. Del resto, il reality è soprattutto una forma di intontimento per sfuggire al proprio disagio e continuare a sperare che la vita possa essere meno penosa di quel che si prospetta. Si tratta, insomma, di una miserabile forma di oppio dei popoli.

 

2 – Raccontare il proprio tempo in poesia

 

Una delle strategie per superare questo, all’apparenza, immane iato tra il pubblico dei non addetti ai lavori e i poeti, starebbe da parte di questi ultimi nel muovere un passo nella direzione delle folle. Ciò non significa di certo fare per la poesia quello che è stato fatto per la musica leggera, ovvero ricorrere al format del talent. Si tratta piuttosto di chiedere al poeta di tornare a raccontare il proprio tempo. Anche Omero – o la tradizione popolare che si cela sotto la sua maschera – è un prodotto di una certa epoca. Un prodotto che ne veicola i valori e le leggende, le angosce e le speranze. Chiaramente, tale narrazione ha da (o può) essere di tipo critico. Il fatto che questa sia l’epoca dei social network non significa che il poeta debba comporre delle #poesie, alla stregua di Francesco Sole. Allo stesso modo però non è più il caso di perseguire uno stile che faccia il verso a una poesia da mondo preindustrializzato, quando si è oramai giunti alla fase postindustriale o, come sostengono alcuni, addirittura postumana. Il ‘900 resta come bagaglio, ma nell’auspicio che non si trasformi in zavorra. Rimane il punto che deve essere superato in un tentativo di adesione e narrazione del proprio presente. Per quanto questo tempo sia poco romantico e molto triviale, caratterizzato da un clima di decadenza da basso impero, il dovere morale – almeno per chi lo sente – è di evitare fughe verso paradisi artificiali di romantica memoria.

 

3 – Fabiano Alborghetti: dalla cronaca alla poesia

 

Un’interessante sfida sul piano artistico sarebbe per esempio trasporre in versi un fatto di cronaca nera, di quelli che periodicamente vengono proposti dai telegiornali. Tale istanza è stata raccolta in Italia, con ragguardevoli risultati, da Fabiano Alborghetti nel suo poema Registro dei fragili, Edizioni Casagrande. Certamente memore della lezione di Pagliarani in La ragazza Carla, Alborghetti racconta, come spiega lui stesso in calce al volume, un fatto realmente avvenuto nel 2006: una giovane madre uccise il figlio. La causa dell’assassinio sembra essere legata al fatto che il bambino l’avrebbe sottratta a un’agognata carriera nel mondo dello spettacolo. Partendo dalla notizia di cronaca, attraverso una serie di sopralluoghi, e un attento porsi in ascolto della vita del luogo, il poeta ha voluto scandagliare le ragioni di un simile gesto, al di là della mera spettacolarizzazione morbosa posta in essere dai mass media. Ambientato in quella che Fabio Pusterla, altro grande poeta e prefatore del volume, definisce la “provincia geografica, e insieme provincia o periferia psichica”, il poema di Alborghetti ci restituisce tutto lo spettro emotivo, nel suo dispiegarsi quotidiano, di una vita familiare e di un suo modello che va sgretolandosi miseramente, fino ad approdare alla frantumazione della cellula di base del tessuto sociale e alla disumanità incarnata dall’atto estremo dell’infanticidio.

Potrebbe essere curioso per il lettore sapere che il poeta stesso, nel suo studio preparatorio, si è recato per supermercati, ha pedinato per settimane famiglie, appostandosi fin dietro le siepi di casa con la speranza di carpire il segreto di quella frattura interiore, fatta di piccole crepe che vanno assommandosi prima di arrivare al tracollo finale. Senza che questa voglia essere un’argomentazione a sostegno del valore letterario dell’esperimento di Alborghetti, è comunque interessante questo nuovo tipo di approccio alla poesia che presenta per certi versi delle affinità con il reportage sul campo e per altri con lo studio scientifico (se non entomologico, certamente antropologico). È inoltre significativo – e questa sì è una dimostrazione di valore – che il poeta abbia scelto e sia riuscito a conferire un’articolazione tanto strutturata al suo intento iniziale, dando ampia prova di una dote poetica che non fonda sé stessa unicamente su una dimensione viscerale, estemporanea, e ottusamente solipsistica. Come giustamente denunciava Valentino Zeichen, i giovani poeti scelgono un’area troppo privata e poco rischiosa, quella personale (vicende amorose e quant’altro), senza coinvolgimento civico, ma “il privato non ha effetti sulla storia”. Per questo una poesia quale quella di Alborghetti, pur avendo precedenti nella letteratura “contemporanea”, stupisce e non si può che auspicare non si limiti a essere un episodio isolato di questa particolare contingenza letteraria.

Si tratta quindi di una poesia civile e sociale che ha il pregio di superare le singole peculiarità del caso per ricavarne un archetipo della scorante decadenza diffusa. È adottando tale strategia che Alborghetti riesce nella sua indagine ad andare oltre la cronaca e il giudiziale, verso un’analisi più approfondita e pregnante. In tal senso sussiste, tra il mero resoconto giornalistico e la sua lirica, lo stesso rapporto che già secondo Aristotele intercorre tra la storia e la poesia: “lo storico espone gli eventi reali, e il poeta quali fatti possono avvenire […] Perciò la poesia è attività teoretica e più elevata della storia: la poesia espone piuttosto una visione del generale, la storia del particolare”.

Con Registro dei fragili ci si trova al cospetto di un lavoro che rilancia la poesia intesa come grande sistema e dispositivo d’analisi che può sussumere sotto di sé un mondo e una weltanschauung. Alberghetti resta quindi, forte del suo modo di fare poesia in grande, un autore su cui focalizzarsi e meditare, da prendere come modello anche per i giovani autori che cerchino un nuovo indirizzo entro cui coniugare tradizione e modernità.

Fabiano Alborghetti e il suo Registro dei fragili

Fabiano Alborghetti e il suo Registro dei fragili

 

 

4 – Alberto Dubito e la vita delle nuove generazioni tra musica e poesia

 

Se la poesia ha più volte, nella storia della canzone popolare, influenzato la musica, altrettanto è accaduto anche a parti invertite. Nei poeti degli ultimi decenni, ciò è particolarmente visibile soprattutto tra gli slammer, uno su tutti Alberto Dubito, poeta e al contempo paroliere in una band di musica rap. È partendo dall’esperienza di questo genere nato dalla strada, quindi con uno stile e una musicalità atipica per i cultori della materia poetica, che Dubito ha deciso di trasporre in versi il racconto di vita di una parte della sua generazione (Siamo nati fortunati & fottuti,/ sempre in bilico tra la fine di un mondo vecchio/ e l’inizio del nuovo, una linea d’ombra senza linea/ nessun confine, nessuna certezza/ e cosìsia). Una generazione in bilico appunto, disorientata e confusa, marginale (E poi Dovevamo nascere prima./ o dopo. così per cagare il cazzo fino in fondo./ siamo cresciuti a cavallo tra ’sti due cazzo di secoli./ abbiamo imparato a contare e sbagliare in lire./ abbiamo pagato in euro il primo pacchetto di sigarette./ abbiamo seguito il tumore espandersi in streaming./ chi ha quindici anni adesso è cresciuto con la parola Crisi./ noi, che siamo partiti dritti come treni, sui binari degli anni/ mille, ora siamo un po’ disorientati./ tipo dei minotauri/ È essere all’inizio ma avere vent’anni./ essere alla fine ma avere vent’anni).

Naturalmente nel portare avanti questo suo tentativo di “scrivere il mio tempo prima che lui scriva me”, come dice lui stesso nel testo di una canzone, il poeta trevisano marca le distanze da tutti quegli autori coevi, borghesemente appartati, distanti anni luce da qualunque presa di posizione civile, estranei alla lotta sociale, o intenti solo a romanticheggiare su situazioni e realtà di cui non hanno la minima cognizione (poeti di merda che scrivono d’amore e delle balene arenate mille miglia lontano da qua, e delle loro esperienze tanto sensibili che delle loro sillabe intense non mi rimane Mai un Cazzo). Al contrario, nella vita dell’autore la poesia si fa arma di lotta consustanziale alla militanza politica. È così che si vedono fare capolinea nei versi di Eravamo giovani stranieri, Agenzia X Edizioni, descrizioni di manifestazioni e lotte di piazza:

 

14 dicembre, romaBrucia

 

Il sole abbaglia e il cielo è azzurro sereno sopra piazza venezia

Che dopo il lancio dei lacrimogeni sono sempre

tutti molto commossi,

poi commozioni cerebrali e pensavo fosse una triste

guerra civile tra cani…

tra nebbie di fumogeni e urli sfrangiati, caschi contro caschi.

frustrAzione quando la polizia carica e

ho la batteria scarica per non sapere dove sei

Il sole resiste e il cielo è azzurro serio sopra via del corso

Spremendoci malox e limone negl’occhi

fuochi d’artificio sulle camionette.

la Sfiducia artificiale, un paese che Sfiora

il fondo.

sullo Sfondo diverse nuvole di fumo nero

camionette e macchine civili in fiamme ma

Il sole arranca e il cielo si tinge di grigio sopra piazza del popolo

Ho sentito 84 tuoni di bombe carta in totale.

l’arrivo dei blocchi, quando la strada viene imbracciata

pali delle vie e sampietrini e ondate di panico Fisico

tra la folla.

una strategia già troppo militare, infiltrati. infiltrati.

le camionette invadono la piazza e sparano

lacrimogeni sul popolo della piazza. pazzia.

il tempo di urlare e vederli correre nella nostra direzione

il tempo di buttare il tabacco col fumo

e correre via con gli occhi che esplodono

Vedo In alto, col volto coperto, le mani a p38.

flash di un vecchio incubo italiano

La luna è calma dietro i tetti tra un cielo noncurante sopra san

lorenzo

Ora che siamo lontani ti parlo di quanto sia futile.

e mi accorgo che è una guerra tra cani

ma già decisa, già vista e voluta. siamo Volubili.

c’hanno fottuto come sempre. sul giornale web

un finanziere pestato tiene il ferro in mano

un incappucciato lo sorregge.

c’hanno fottuto come sempre

La notte si fa gelida e metabolizziamo questi bocconi freddi.

avvinghiati

 

Dubito è anche, per chi non lo sapesse, morto suicida ad appena ventun’anni ed, effettivamente, a rileggere col senno di poi, nella sua lirica c’è molta angoscia, per quanto rabbiosa (Cara Città, SVEGLIA/ […] immersi nel tuo nero, pagamento in nero e/ nero delle teste rasate anfibi e moschettone/ nero degli extracomunitari vicino alla stazione, nero catrame/ e diecimila mozziconi per le tue strade,/ ti scrivo e me ne vado per tornare e questo è tutto quello che/ ti cedo./ fidati di me, Anche io vedo Nero,/ ma stringimi le Mani e stai con Me,/ almeno io ci vedo). Finalmente però si evince, seppur al di là di qualsiasi dichiarazione palese, che la disperazione del giovane non è dovuta solo a motivazioni soggettive e personali. Niente, insomma, che si possa risolvere con una pillola qualsiasi o con del litio. La disperazione, per come la descrive Dubito, è socialmente determinata (Cara frustrazione/ mentre non trovo casa e marcisco in periferia/ a qualche chilometro dalla capitale/ le vie esplodono tra cariche e questori/ tra scudi e manganelli flessibili/ Io invece resto bloccato/ nei gironi delle corriere piene di precari e lebbrosi/ contemporanei, e mi perdo/ tutto/ Cara frustrazione,/ nei miei giorni neri, che ritorni come/ lunedì, come l’inverno, come/ tutte le metro che perdo/ E sono scappato qua Giusto per non marcire/ in qualche facoltà,/ finito tra le infinite liste di affitti&afflitti,/ a perdere gli affetti…). Questo malessere trova orizzonte e scaturigine dallo scenario metropolitano entro cui si manifesta il peggio dell’universo occidentale alienante e consumistico, dal quale è scomparsa ogni traccia di natura e umanità, nel trionfo della moneta e della commercializzazione magnificamente espresso in questi versi: “vedo codici a barre pure nelle strisce pedonali a/ milano tra strade grigie palazzi del colore delle strade/ e il cielo del colore dei palazzi Tutti uguali, magari/ diventeremo sterili portando nelle tasche i cellulari”. Questo nucleo di disagio, il poeta lo ribadisce in lungo e in largo, non ha radice interiore, ma esteriore. Si tratta insomma di uno spleen in cui l’inadeguatezza è il naturale sfocio di una realtà urbana e sociale ben circostanziata e caratterizzata, che inevitabilmente conduce al momento del crollo (Tutto Grazie a tutte queste/ strade spopolate e senza Grazia/ alle sere viziate, agli uffici a luci/ spente per chilometri/ Siamo dritti in un mondo storto/ come la Torre di pisa./ come i segnali stradali Colpiti da incidenti sul Lavoro…/ come il relativismo dei tuoi occhi/ Tra liste infinite di affitti&afflitti/ morire d’overdose d’affetto/ di qualità, tra le Sante città Bastarde./ macchiate di codardia e allergia sottostradale).

Eppure, malgrado la morte che il poeta ha scelto di darsi e che, per quanto possa suonare disturbante, comprova la disperazione della sua poesia e quel senso di una realtà fattasi oramai intollerabile, in Dubito resta sempre vivo il senso della lotta, la denuncia della necessità di ribellarsi (E non saranno le vostre facce grigie a toglierci il sorriso/[…] i vostri trionfi sanno di plastica bruciata e di tutto quello che ci/ raccontate per mandarci a letto sicuri che domani andrà ancora/ meglio di oggi anche se oggi al telegiornale ci avete detto che/ è andato tutto di merda).

Rimane poi, oltre la coralità di un Noi che vuole essere generazionale e suonare come una chiamata alle armi, almeno l’idea vagheggiata di un altrove che in Dubito non è mai solitaria chiusura, ma chiama l’altro nella dimensione della vicinanza, della fratellanza, dell’amore, quasi una modernissima versione dell’invito al viaggio baudelariano: “[…] abbiamo fumato troppe sigarette insieme, e Sulla lista delle/ cose da fare potremmo adottare un tumore in comune o Uno/ di quegli scatoloni abbandonati di fianco ai cassonetti./ per Poi trasferirci affanculo Via da qua e da questa città maledetta/ da lei e dal traffico delle sei pi em./ via dalle vie umiliate e mal illuminate, Via dalla raccolta differenziata/ di sospiri e bestemmie della domenica mattina che/ non vedo da mesi, via da queste camionette blu angoscia e dai/ loro manganelli Lungo Via gramsci”.

Alberto Dubito e il suo libro Eravamo giovani stranieri

Alberto Dubito e il suo libro Eravamo giovani stranieri

 

5 – Andrea Consonni tra dissoluzione sociale e annichilimento

 

Il rifiuto della società attuale, questa congerie pre-apocalittica, produce solitamente due tipi di reazioni a livello umano e letterario. La prima è rappresentata dalla poesia di Alberto Dubito in cui, pur essendo il soggetto sociale vessato e sconfitto, condannato a una lotta che non conoscerà mai soluzione, permane alla base una volontà ferma e rabbiosa di rivalsa, una disperata speranza. Nella comunione di intenti con altri esseri umani – mai abbastanza da formare una massa rivoluzionaria –, come nel ripiegamento difensivo sul proprio sé, il singolo scopre la non procrastinabile dimensione etica della rivolta esistenziale e politica. Di fronte a un mondo che precipita verso lo sfacelo, l’individuo è chiamato alla denuncia e alla lotta che, come si è visto, nel caso di Dubito diventa canto e manifesto poetico per la necessità della contrapposizione e della rivoluzione, al netto dell’altissimo rischio di fallimento. Il poeta dice no alla stortura della società e la sua arte si pone come mezzo di rifiuto.

Al contrario, esistono tutta un’altra serie di autori – in numero minimo e certamente sparuti, nel senso di isolati come cellule impazzite incapaci di legarsi – in cui, pur partendo da una presa d’atto affine a poeti quali Dubito, la realtà ha imposto sé stessa annichilendo ogni spinta di contrapposizione forte. Per loro la contingenza storica si fa insormontabile, una muraglia impossibile da superare in vista di un approdo positivo. Resta la consapevolezza della distorsione dilagante, ma il reale, con queste sue alterazioni, diviene l’ultimo orizzonte da cui non esiste via di fuga e di cui il poeta assimila la negatività senza riuscire mai a innalzarsi al di sopra. In buona misura questo è ciò che si può vedere in atto, a livello europeo, nella figura di Michel Houellebecq. In Italia tale fenomeno – non si può parlare di movimento, ma di tendenza – annovera tra i suoi rappresentanti unicamente poeti poco noti e spesso ancora non pubblicati. In passato si è avuto Simone Cattaneo, il poeta di Saronno morto suicida. Nel panorama attuale spiccano i nomi di Alessandro Pedretta (pubblicato), di cui già si è parlato in queste pagine, e Luca Ormelli (inedito), di cui sempre su Barbadillo si è data notizia. Totalmente inedito sul versante poetico (ma non su quello narrativo) è invece il poeta Andrea Consonni, che qui, in queste pagine, ci vantiamo di aver scoperto, parallelamente alle linee fondamentali di questa tendenza allo stadio germinale.

Lavoratore frontaliere, con un’occupazione come addetto alle pulizie in un cinema svizzero, Andrea Consonni conosce bene la sconfitta sociale e lo scacco esistenziale, la posizione oramai completamente marginalizzata e priva di importanza dell’intellettuale. E lì, da quel luogo di confine dove vive, osserva la diaspora quotidiana di reietti e nuovi schiavi. Immerso tra prostitute, immigrati irregolari, alcol, e sbattimenti per sopravvivere, Consonni racconta in un misto di disperazione e spietata ironia la realtà senza redenzione degli vinti di cui è parte, senza la solita distanza di sicurezza dei letterati nazionali (Vivo in una cucina di pane da supermercato/ bistecche surgelate/ contratti precari/ dolori alle mani/ ragnatele sul soffitto/ birra chiara da 55 centesimi di franco/ leggo i Canti Pisani al mio cane immaginario addormentato sul divano/ e là fuori le piogge ingrossano i torrenti/ che da qui a stanotte sommergeranno case e giardini/ e l’acqua purificherà questa città dalle sue colpe/ e i volontari scatteranno foto ad adolescenti gonfi di pop-corn e video porno/ e/ stappo un’altra birra/ e/ la gente piange incollata alla televisione/ e/ noi due qui/ al sicuro in questo appartamento di quaranta metri quadrati/ piazzato al quarto piano di un palazzo anni ’60 coi rifugi anti-atomici/ ubriachi/ stanchi/ furiosi/ tristi/ e/ la miseria/ e/ la distruzione a tenerci compagnia).

Posto in una simile condizione il poeta, sentendosi abbandonato, dismette totalmente i panni di rappresentante di una qualsivoglia categoria (proletariato, borghesia). Persino i suoi simili e in generale il genere umano gli sono estranei (Le donne/ gli uomini/ queste bestie risalite dalle fogne dell’eterno/ sassi inermi sulla via dei viandanti/ ferite di corpi riversi su letti sfatti/ spiagge invisibili dentro a canili/ dove gli abbandonati/ abbaiano e abbaiano). Egli non ha più un ruolo e si fa largo in lui una cupio dissolvi e un desiderio di autodistruzione senza precedenti (Trascorro intere giornate a bere senza la minima intenzione di contribuire alla società,/ porto fiori nei cimiteri,/ lancio cibo ai gatti in cortile,/ […] fuori il mondo vira al peggio,/ si appresta all’esposizione universale dei diritti,/ sbuccio patate nella stiva di una nave/ galeotto di un tempo che trascorre moribondo).

Malgrado una tale situazione che sulla carta potrebbe risultare propizia – se non altro per una questione di sopravvivenza – al ripiegamento interiore inteso come ultima spiaggia, il mondo esterno fatto di miseria e squallore è talmente invasivo da essere una costante che tende a farsi largo lungo i versi come un male oramai impossibile da debellare. (Le puttane escono dalle sette di sera in poi,/ rotonde/ parcheggi/ asili/ ospizi/ depositi,/ gambe lunghe e tacchi alti/ minigonne e Proust/ preservativi e classi operaia/ Suv e dedizione alla causa/ “Che pompini, Dio Cristo,/ ti fanno le albanesi”,/ mi hai detto durante la tua ultima seduta di chemioterapia). Sfortunatamente per lui – ma di ciò ne beneficia la sua lirica – Consonni non è un nobile dell’Ottocento e non può permettersi di ritirarsi dalla vita con lo sprezzo che solo un ingente patrimonio può garantire.

E come ogni persona che senta la decadenza farsi avanti in modo incoercibile, al poeta non resta che pregare macabramente per la dissoluzione, sperare in una pace da apocalisse (Mi sentirei meglio senza scogli ad aspettarmi/ senza unghie laccate di rosso fra i capelli/ e musei aperti di notte/ uscirei di casa nel vuoto delle strade/ e mi siederei accanto ai resti di un fuoco acceso dai barboni/ fogli di giornale/ sporchi di merda e sangue/ e il miagolio di una gatta/ che nel fosso/ partorisce i suoi figli).

Il verso non assume alcuna dimensione salvifica in Consonni e ciò traspare molto bene dai versi di questa raccolta inedita e senza titolo. Malgrado ciò la sua lirica conserva una sua strana e commovente funzione, oscura e potentissima come l’istinto vitale, magnificamente espressa dal verso di T.S. Eliot in La terra desolata: “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”. 

 Un piccolo assaggio delle liriche di Andrea Consonni

Un piccolo assaggio delle liriche di Andrea Consonni

@barbadilloit

Di Matteo Fais

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