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Libri. “Sulla danza”, sotto il segno di Shiva e Dioniso

Pubblicato il 4 agosto 2017 da Giovanni Sessa
Categorie : Cultura Libri

Dionisio

Negli ultimi anni la danza sta avendo in Italia, non solo un crescente interesse di pubblico, ma sta stimolando un interessante dibattito teorico. Ultimo esempio in tal senso è fornito da un testo collettaneo, Sulla danza, edito, per la cura di Maurizio Zanardi, dall’editrice Cronopio di Napoli (per ordini: 081/5518778, cronopio@blu.it, euro 14,00). Gli autori del volume hanno notorietà internazionale. Si tratta di Flavio Ermini, direttore delle rivista Anterem, del filosofo francese Jean-Luc Nancy, della danzatrice e coreografa Nuria Sala Grau, di Romano Gasparotti, docente di Fenomenologia dell’immagine a Brera e con un passato di danzatore, e dello stesso curatore del volume.

   L’incipit del libro è di Jean-Luc Nancy. Il pensatore transalpino riflette sulle indicazioni che la lingua tedesca fornisce al fine di tematizzare il “toccare” nel suo senso più proprio, vale a dire nella sua dimensione “mobile”. Il tocco è “un motus commovente che attraversa l’esistenza, contribuisce […] a chiarire il carattere ‘toccante’ della danza” (p. 10). Per toccare è necessario venire a contatto, il che implica, in uno, l’attirare e l’allontanare, la scansione del ritmo del fuori e del dentro. Il movimento del toccare è rinvenibile all’origine della vita. Il bambino, uscito dal grembo materno, con la suzione inverte il rapporto dentro-fuori inizialmente istituito dalla maternità “il bambino che era contenuto contiene ora il corpo che lo conteneva” (p. 15). La nascita è intesa quale separazione che introduce il neo-nato in un mondo in cui tutto è in rapporto con tutto e in cui tutto tende verso tutto e si allontana da tutto. I gesti infantili non mirano, infatti, a ripristinare la dimensione indistinta prenatale, al contrario, sono una celebrazione della distinzione. Il nostro più intimo essere è toccato/toccante, la pelle il luogo del nostro esporci al reale. Il punto del contatto è immaginela sua realtà è mozione ed emozione” (p. 21), il tocco è privo di valenza apprensiva, è scossa della sensibilità (toccare il pianoforte), è sempre in atto ma si cancella in quanto segno. In ciò, la sua prossimità con la sequela del moto danzante.

    La Saggezza del danzare è tematizzata in modo organico e persuasivo da Romano Gasparotti. Egli muove dall’affermazione del noto danzatore Vaslav Nijinsky, “Io sono un filosofo che non pensa” (p. 29), per sostenere che la danza è all’origine del filosofare. Essa si realizza quale esperienza originaria di un abissale cadere fuori di sé e da tutto, precipitando nel vuoto attivo del non-pensiero. Che significa tutto ciò? Innanzitutto che la caduta “danzante” accompagna la nascita della filosofia, ricorda Gasparotti. Si pensi a Talete che, per contemplare il cielo, cadde in un buca “restando senza respiro e per un attimo senza pensiero, ma totalmente pervaso da un sentimento, a partire dal quale il pensiero può rinascere” (pp. 31-32). Tale argomentazione sarà compresa e attraversata, in epoca ellenistica, da Plotino: questi sostenne il ni-ente del non pensiero essere il prius del logos determinante. L’Uno sovrabbondante infonde, nella prospettiva neoplatonica, un sentimento nell’anima che agita e scuote, prima di tradursi in un dire-per-sapere, nelle trascrizioni logico discorsive. L’Anima mundi rende, nelle Enneadi, il “Cosmo danzatore”, metamorfico, attraversato dalla potenza dionisiaca, non addomesticabile dall’impero metafisico dei segni. La vita dirà Bergson è “durata”, che non può essere ridotta alla dimensione quantitativa dello spazio, in quanto la condizione in cui si trovano i viventi è il trovarsi in un “frammezzo”, in uno slancio irrefrenabile. Danza quale immagine della vita, dunque.

     Per tale ragione, “mai la conoscenza coincide con l’esperienza”(p. 39). Il segno logico-linguistico non coglie l’irripetibilità singolare dell’evento. Esso corrisponde alle attitudes, alle posture della danza classica che, se prese in sé, bloccano il fluire del movimento, mentre se lette in continuità nell’atto danzante, nella danza all’opera, sono momenti immaginali, tracce fluenti sempre in fieri. Il logo-centrismo prevalso in Occidente, attraverso i segni, distingue gli enti, lì staticizza e lì contrappone a fini manipolativi, mentre la “danza danzata” mette all’opera la catastrofe segnica. Ecco, il danzare, come accadde a Talete nel suo precipitare nella buca, lascia senza parole: il danzatore non dialoga mai con nessuno “Chi dialoga è sempre un Io che si rivolge a un Tu” (p. 52), mentre la messa in scena danzante avviene davanti allo specchio di Dioniso. La potestas del dio che danza dà luogo ad un mondo molteplice di immagini dileguanti, alle quali possiamo rapportarci in modalità acronica attraverso la reminiscenza. A differenza della memoria, statica ed immobilizzante, la reminiscenza asseconda la capacità di suscitare movimenti che conducono alla “ninfale immagine fuggente” (p. 55), senza acquietarsi in un “aver trovato”. La sua è immagine iconoclastica.

    sulla danzaDello stesso avviso è Nuria Sala Graun che nel saggio, Tempo- Corpo- Spazio, sostiene la danza essere “espressione viva […] che umanizza il mistero del mondo e della vita” 8p. 77). Nel danzare la distanza tra il dentro e il fuori viene meno, dissolvendosi in uno spazio-tempo che varia di continuo come la luce. L’autrice indaga il senso del Bharatanāṭyam, del teatro-danza indiano fondato sul metodo āgama, sorto dalla congerie spirituale tantrica. Muove dal corpo per tendere all’assoluto. Nella danza indiana, pensata sotto il segno di Śiva, dio danzante, creatore e distruttore, lo spazio teatrale mira a presentare un micro-evento, evocativo del ritmo cosmico. Maurizio Zanardi nello scritto, Dal regno dei morti, attraversa con forza e persuasività di accenti la concezione della danza e del teatro di Artaud. Questi riteneva la danza avere la propria essenzialità in una sorta di  anticipazione della morte. Non certo della morte biologica, ma di quella nei confronti dell’ordine simbolico-sociale. La scelta è radicale, o “morire viventi” o “vivere morti”, come il sistema vuole, attraverso l’introiezione degli Immutabili.

     L’autore sottolinea, dunque, il tratto “rivoluzionario” del danzare, che si abbevera alla sorgente della vita, alla negatività che tutto avvolge. Anche la logica guarda in quella direzione, ma non vi si abbevera, si limita a trascriverla e quindi a coprirla, a tradirla. E’ necessario un altro linguaggio. Lo sa bene Flavio Ermini che in, La dimora del pensiero danzante, si sofferma sulla lingua della “sospensione, nella transitorietà e nell’evanescenza” (p. 157). Nostro compito quello di deciderci ogni giorno tra la leggerezza danzante o l’assenso alla gravità cosale della vita.

@barbadilloit

Di Giovanni Sessa

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