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Libri. “L’Economia della felicità” di Roberto Michels e l’elogio del dono

Pubblicato il 8 agosto 2017 da Giovanni Sessa
Categorie : Libri

felicità

Felicità e bellezza del paesaggio

Roberto Michels, sociologo e politologo tedesco naturalizzato italiano, è, ancora oggi, a distanza di un secolo dalla pubblicazione delle sue opere più rilevanti, autore di estremo interesse ed attualità. La sua vita fu attraversata da passioni irrefrenabili: la militanza politica nel movimento operaio, che presto lo condusse a sposare le tesi del sindacalismo rivoluzionario di Sorel e poi del fascismo, e la passione, fortemente connaturata alla sua natura, per la ricerca scientifica, mai venuta meno, neppure nei giorni più difficili. La carriera accademica di Michels fu resa difficile, inutile dirlo, dalla militanza politica. In suo favore intervenne Max Weber, grazie al quale, nel 1907, giunse all’Università di Torino, ove fu sodale di Gaetano Mosca e Luigi Einaudi. Durante la Grande Guerra fu in Svizzera, a Basilea, frequentò Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni, ottenendo, infine, la cattedra di Economia generale all’Università di Perugia, nel 1928. Anche per influenza di siffatti personaggi, maturò una significativa attenzione per i problemi del proprio tempo, divenendo autore poliedrico, capace di esprimersi in diversi ambiti del sapere.

Lo attesta la recente pubblicazione di una delle sue opere più interessanti, L’Economia della felicità, nelle librerie per OAKS edizioni, a cura di Simone Paliaga (per ordini: 02/24861657; mimesis@mimesisedizioni.it, euro 16,00). Questi, in Prefazione, contestualizza storicamente il testo, consentendo al lettore di coglierne l’insuperata attualità. Michels rappresenta il momento apicale di una corrente di pensiero della scienza economica moderna, alternativa a quella dominante. In questo ambito del sapere, infatti, da almeno due secoli e mezzo, la fanno da padroni   i teorici della scuola anglosassone: Smith, Bentham, Malthus, per non citarne che alcuni. Studiosi che hanno fondato la loro visione antropologica sulla ricerca dell’utilità e dell’interesse, nonché sull’approccio meramente quantitativo alla vita. Ci troviamo di fronte, ricorda Paliaga, a ciò che Thomas Carlyle definì Dismal science, vale a dire la triste scienza, l’economia moderna.

In tale concezione, ogni cosa è ridotta a “puro calcolo e puro interesse. Della gratuità, della creatività, del dono neppure l’ombra” (p. 8). Per questo Carlyle si spinse a definire l’economia utilitarista, “filosofia da maiali”, in quanto escludente le motivazioni ideali dal comportamento umano. L’economia “triste” ha mostrato, nel corso della storia, di non essere “un’attività al servizio dell’uomo” (p. 8). Al contrario, ha assoggettato l’intera vita alle sue esigenze. Tutti i parametri attualmente utilizzati per “valutare” il ben-essere di uno Stato e degli individui, fanno riferimento al dato quantitativo della produttività. Viviamo sotto la dittatura del PIL e nell’epoca del trionfo della demonia del lavoro. Eppure, anche se il senso comune contemporaneo è dominato da dati economicistici ed utilitaristici, qualcosa, come si rileva dalle pagine del volume, annuncia l’approssimarsi del cambiamento. La crisi economica, dalla quale non siamo ancora sortiti, ha indotto studiosi e politici a progettare modelli atti al superamento dello stato presente delle cose. Tutto è iniziato nel 1972 in Buthan, Regno dell’Himalaya. Qui, il sovrano dell’epoca decise di sostituire il PIL con il GNH, un indicatore capace di cogliere la Felicità Nazionale Lorda.

Questa “Non può essere misurata solo in termini materiali, influenzata com’è dalla qualità della vita, influenzata da concezioni spirituali ed etiche come da benefici non quantificabili” (p. 10). Sull’esempio del Buthan sono stati pensati dai “nuovi economisti” indici alternativi al PIL: l’Indice dello Sviluppo Umano o l’Indice del Pianeta Felice. Ma non si tratta di novità assolute. Paliaga rinvia il lettore al lavoro teorico dell’economista Giorgio Fuà, allievo di Adriano Olivetti, che in    Crescita economica. Le insidie delle cifre, individuò la necessità di concedere rilevanza, dal punto di vista del computo del benessere collettivo, all’ambiente, al paesaggio, alla cultura, alla formazione del capitale umano. Le posizioni di Fuà sono il risultato della rielaborazione delle tesi della scuola italiana, di matrice umanistico-aristotelica, riemersa storicamente nel dibattito  suscitato dall’illuminismo milanese e napoletano. Ludovico Antonio Muratori aveva asserito come la “pubblica felicità” fosse il frutto, non semplicemente del perseguimento smithiano dell’interesse individuale “ma esito dell’esercizio delle virtù civili” (p. 14). Il libro del Michels rappresenta il momento più alto conseguito da tale corrente di pensiero nel Novecento. Egli tenta, infatti, di demolire la falsa convinzione che ogni comportamento umano possa essere spiegato attraverso l’economia “La felicità[…]costituisce la finalità suprema di tutte le istituzioni umane[…]Anche l’economia tende a questo scopo, al quale essa è subordinata quale medium ad finem” (p. 25).

L’autore riconosce quale antecedente illustre delle proprie posizioni, Simonde de Sismondi, massimo teorico del corporativismo ottocentesco. Legge, altresì, nel movimento operaio un tentativo politico che, per aver colto il tasso di dolore implicito nel lavoro salariato capitalista, si pose quale via politica alla felicità. Ammonisce che, per giungere alla realizzazione di tale obiettivo, sarebbe necessario tenere a mente l’ammonimento di Gracco Babeuf “ad ognuno abbastanza; troppo a nessuno” (p. 27). Il nemico non è, pertanto, la proprietà privata in sé, ma l’eccessiva concentrazione della ricchezza in poche mani, situazione eversiva del bene comune. Del resto, perfino nell’etimo greco della parola lavoro (ponos), è chiaro il riferimento alla sofferenza, e così “l’uomo sottoposto continuamente allo sforzo della fatica e travagliato dalla stanchezza non è in grado di servire da modello a chicchessia” (p. 33). Il lavoro per Michels, non è né innato, né naturale: nella modernità è divenuto abitudine monotona, ripetitiva, alla quale tutti siamo assoggettati.

Tale situazione ha creato le condizioni che spiegano la nascita dell’industria culturale che condiziona il nostro tempo libero. “Lavoriamo” anche durante le vacanze. Michels accompagna l’esegesi del lavoro moderno con significative incursioni nel mondo della psicologia, servendosi dell’analisi delle reazioni dei diversi temperamenti umani nei confronti del carattere coattivo del lavoro, giungendo alla conclusione che “felicità ed economia, benessere e ricchezza sono concetti tra i quali non intercede nessun nesso fatalmente logico” (p. 177). Lasciamoci alle spalle il “mito” moderno del lavoro e torniamo a vivere e a progettare un domani diverso!

NZO*L’Economia della felicità, nelle librerie per OAKS edizioni, a cura di Simone Paliaga (per ordini: 02/24861657; mimesis@mimesisedizioni.it, euro 16,00)

@barbadilloit

Di Giovanni Sessa

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